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Il paradosso di Renzi.

Il destino politico di Alfano e del suo manipolo centrista appassiona ormai solo i diretti interessati, rappresentanti di un ceto politico molto abile nell’arte di sopravvivere. Tuttavia la vicenda che in Sicilia coinvolge il Pd e si proietta verso le elezioni generali del 2018 dice molto sullo stato del sistema politico, la sua fragilità e le singolari contraddizioni che ne derivano. Sono passate poche settimane da quando il segretario del Pd usava toni sprezzanti verso il principale alleato del governo Renzi, prima, e Gentiloni, poi.
«Angelino è stato ministro di tutto è non riesce ad arrivare al 5 per cento. Non possiamo bloccarci per lui». E ancora: «È finito per sempre il potere di ricatto dei piccoli partiti». Parole definitive, a prenderle sul serio. Nella sostanza effimere: pronunciate sull’onda dell’entusiasmo per una legge elettorale, il cosiddetto “modello tedesco”, che di lì a poco sarebbe naufragata in Parlamento. Così il film è stato riavvolto. Alfano è passato in un batter d’occhio da emblema della vecchia politica ricattatoria, e come tale da cancellare, a rinnovato oggetto del desiderio.  Meno in Sicilia, forse l’unico luogo in Italia dove i centristi dispongono ancora di una base elettorale.
Ci sono peraltro alcune incongruenze in questa vicenda. In primo luogo va ricordato che le ambizioni di Alfano erano ben altre quando, anni fa, egli si staccò dalla galassia di Berlusconi. L’idea era di ricostruire un’area “moderata”, calcolando l’uscita di scena del fondatore di Forza Italia e la disgregazione di quella formazione politica. Quindi si trattava di avviare un’alleanza a tempo con il Pd, utile a ottenere poltrone di prestigio con l’obiettivo di staccarsi in seguito per costruire una sorta di nuovo polo capace di raccogliere i voti ex berlusconiani.
Sappiamo come sono andate le cose. Berlusconi è sempre lì, appena rigenerato dalla consueta settimana estiva dedicata al ringiovanimento, e il progetto di Alfano è finito in nulla: molti ministeri, ma poca politica.
Qui però si vede l’astuzia. Sia pure con l’acqua alla gola, l’attuale ministro degli Esteri è riuscito a mettere sulla bilancia i suoi voti siciliani. Prima un giro di valzer con il centrodestra, poi una decisa virata a favore del Pd. L’equazione è evidente: accordo oggi a Palermo in cambio di un patto salva-vita nelle elezioni di primavera. È quel genere di giravolte che incoraggiano i peggiori pregiudizi dell’opinione pubblica sulla cattiva politica. Ma tant’è: i centristi rischiano di dissolversi anche in un sistema proporzionale – quello che in teoria dovrebbe salvarli – e vendono cara la pelle.
Quanto al partito di Renzi, le incongruenze sono persino maggiori.
Prima il disprezzo verso l’alleato, poi l’intesa. Non solo. Vale la pena domandarsi che senso ha l’ostilità renziana verso le coalizioni – ossia una delle ipotesi di riforma elettorale – se poi si approda lo stesso a una forma di alleanza con i centristi da una parte e la sinistra dall’altra? Sempre che il castello di carte regga fino al voto siciliano di novembre.
La verità è che la prospettiva di un disastro a Palermo suscita un giustificato allarme a Roma. Nonostante la solida spavalderia del capo («sono elezioni senza conseguenze nazionali»), si cerca di limitare i danni.
È dubbio che l’intesa con Alfano possa restituire una speranza di vittoria al centrosinistra. Tuttavia può forse evitare che la lista del Pd finisca al terzo posto, dietro i Cinque Stelle favoriti e un centrodestra spaccato, sì, ma pur sempre in grado di battersi meglio dell’esercito renziano. Ecco allora il paradosso. Alfano viene usato per tamponare in qualche modo la falla in Sicilia, senza badare troppo al passo successivo: quando si dovrà onorare il patto e provvedere al salvataggio dei centristi nel voto nazionale. Un’operazione fino a poco tempo fa considerata del tutto dannosa per l’immagine del Pd, il cui leader coltiva tuttora una “vocazione maggioritaria” che, come si è detto, lo spinge a rifiutare il principio stesso delle coalizioni. Ma se lo scenario cambia e Alfano torna a essere un alleato prezioso, dopo essere stato maltrattato pubblicamente, allora nulla vieta di pensare a intese di convenienza anche con altri gruppi: dall’arcipelago della sinistra ai laici di Emma Bonino e Della Vedova, eccetera.
In realtà gli interrogativi sul ritorno dei centristi sono tutt’altro che risolti. Senza dubbio è la tipica mossa di un sistema politico in affanno che procede alla giornata. Ma tutto è condizionato dai risultati della Sicilia, il nuovo laboratorio. Se saranno soddisfacenti per il Pd, c’è la possibilità – non la certezza – che la seconda parte dell’accordo sia rispettata, nel senso che vedremo una pattuglia alfaniana nel prossimo Parlamento, con o senza la riforma elettorale. Se viceversa Palermo, nonostante tutto, fosse la Waterloo del Pd, sarà difficile credere che l’alleanza con i centristi possa essere riproposta come se nulla fosse. Occorrerà studiare qualcosa di più serio per rivolgersi agli elettori.
La Repubblica – 

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