I «responsabili» e la Repubblica fondata sul trasformismo.

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I «responsabili» e la Repubblica fondata sul trasformismo.

 

L’ANALISI
LA PROSSIMA LEGISLATURA Dal «connubio» tra Cavour e Rattazzi ai nostri giorni: anche nella prossima legislatura servirà un compromesso CAMBI DI CASACCA Il sistema parlamentare deve essere flessibile ma in questa legislatura i cambi di casacca sono stati troppi
Sia sulla manovra economica sia sulla riforma elettorale i cosiddetti responsabili in Parlamento hanno fatto la loro brava parte per salvare un governo a corto di numeri al Senato e timoroso dei voti segreti alla Camera. Ma non c’è proprio nulla di nuovo sotto il sole. Non solo si può tranquillamente osservare che la nostra Repubblica è fondata più o meno da sempre sul trasformismo, ma non si può neppure fare a meno di sottolineare che questo fenomeno nella storia d’Italia è stato di continuo concepito come instrumentum regni. Ma sì, un succedaneo di una governabilità che non è stata possibile garantire con altri mezzi. Com’è arcinoto, ad avvalersi per primo di tale espediente è stato Cavour. Con quell’altro bel caratterino di Vittorio Emanuele II giocavano a cane e gatto. Il presidente del Consiglio ben presto volle affrancarsi da una tutela alquanto imbarazzante. E fortificò la propria maggioranza parlamentare grazie all’alleanza con Urbano Rattazzi. Così nacque il Connubio. A loro volta Agostino Depretis e Marco Minghetti dettero vita al trasformismo, un connubio in quantità industriali. L’ex capo della Destra storica si arrese all’idea che il potere logora chi non ce l’ha. Mentre il primo presidente del Consiglio della Sinistra – sempre all’insegna di Giulio Andreotti – convenne che tirare a campare è sempre meglio che tirare le cuoia. E, tra alti e bassi, mantenne il potere per undici anni. Dal 1876 al 1887. Ai suoi elettori di Stradella l’8 ottobre 1882 disse: «se qualcheduno vuole entrare nelle nostre file, se vuole accettare il mio modesto programma, se qualcheduno vuole trasformarsi e diventare progressista, come posso io respingerlo?». Giovanni Giolitti a sua volta fece l’occhiolino a dritta e a manca e alla fine si adattò nel 1912 al patto Gentiloni. Al fine di contrastare i socialisti, i liberali offrirono parecchi seggi ai cattolici in cambio dell’appoggio ai propri candidati favorevoli ai valori della dottrina cristiana e contrari a leggi anticlericali. Venendo ai tempi nostri, Silvio Berlusconi, Romano Prodi e Massimo D’Alema si sono mantenuti al potere anche grazie al voto degli immancabili “responsabili”. E tutto fa ritenere che nella prossima legislatura si seguiranno le orme di tanti illustri predecessori. Non occorre far nomi e cognomi perché sono sulla bocca di tutti. Costoro smentiscono e lo si può capire. Se un uomo politico dicesse sempre la verità, tutta la verità, nient’altro che la verità, dovrebbe all’istante cambiare mestiere. Fatto sta che nessuno dei tre poli avrà da solo la maggioranza dei seggi parlamentari. Perciò sarà giocoforza trovare una qualche forma di compromesso tra chi prima delle elezioni non si guardava negli occhi ma nelle rispettive carotidi. La verità è che il nostro sistema parlamentare ha potenzialità multiple. Per parafrasare Giovanni Sartori, si può dire che ha due motori. Quando il primo fa cilecca, entra in funzione l’altro, un facsimile del sistema semipresidenziale. Ed è per l’appunto quello che abbiamo sotto gli occhi in questo momento. A dispetto del fatto che Sergio Mattarella non ci tiene a passare per un presidente interventista. Ma le circostanze contano più della volontà degli uomini. Tant’è vero che – esterna oggi, esterna domani – l’inquilino del Quirinale l’ha avuta vinta. A meno che il Senato non faccia cilecca, avremo sistemi elettorali identici per i due rami del Parlamento. Ora, se il sistema parlamentare non rischia di andare in mille pezzi, è perché è flessibile. All’occorrenza si piega come canna al vento. E nulla dà più flessibilità del trasformismo. Fatto sta che i cambi di casacca non sono mai stati tanti come in questa legislatura. I cosiddetti transumanti sono più di un terzo dei parlamentari. Una follia. I partiti sono ai minimi termini, non hanno più il consenso e l’autorevolezza di una volta. E ciò spinge all’anarchia. Che fare? O si riformano i regolamenti parlamentari, e si prevede che i transfughi non portino più in dote ai nuovi gruppi un bel po’ di soldi e che non si possano formare gruppi non corrispondenti a partiti che si sono presentati alle elezioni. O si riforma la Costituzione. Questa ricetta piace non a caso ai Cinque Stelle, i cui gruppi parlamentari sono stati penalizzati dalle continue defezioni e dalle non poche espulsioni. Si tratta però di un Cicero pro domo sua. Difatti i pentastellati vorrebbero abolire il divieto di mandato imperativo previsto dall’articolo 67 della Costituzione. Di modo che coloro che passano da una parte all’altra decadrebbero dal mandato parlamentare e verrebbero sostituiti da soldatini obbedienti. Una pacchia per chi pratica una caporalesca disciplina di partito. Fatto sta che ormai la disposizione costituzionale in parola è diventata l’alibi del peggiore trasformismo. Sarà pure indispensabile in dosi omeopatiche. Basta non esagerare.
Il Sole 24 Ore

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