«Cara Asia, ti dico perché sbagli a lasciare l’Italia».

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«Cara Asia, ti dico perché sbagli a lasciare l’Italia».

WASHINGTON « Non ho avuto modo di chiamare Asia Argento perché sono in missione a New York e in Canada. Le mando, però, questo messaggio: bisogna rimanere in Italia per rafforzare la solidarietà tra donne. Asia non mollare». La presidente della Camera, Laura Boldrini, è al telefono da New York. Ha appena concluso l’incontro con il Segretario generale dell’Onu, Antonio Guterres. «Abbiamo parlato di Libia e degli sforzi per arrivare a un accordo tra le parti in causa. Il Segretario condivide la nostra preoccupazione per le condizioni dei migranti e dei richiedenti asilo in quel Paese. Stiamo lavorando insieme anche su questo versante».

Nello stesso tempo ha seguito il «caso Weinstein»? Ha visto l’intervista di Asia Argento a Bianca Berlinguer l’altra sera?

«Ho seguito la vicenda. Non ho visto l’intervista perché ero in volo per New York. Mi spiace che abbia detto che vuole andarsene dall’Italia…»

Dice che è stata criticata solo nel nostro Paese, anche dalle donne…

«A maggior ragione non deve arrendersi. Anzi è il momento di fare squadra tra le donne. Ognuno lo può fare nel proprio ambito, nello spettacolo, come nella politica. Alla Camera ho istituito il “caucus delle donne”, un gruppo di deputate interpartitico come usa negli Stati Uniti. Le donne, insieme, possono mettere al centro dell’attenzione le questioni di genere, incluso il problema degli abusi. Per quanto riguarda le molestie e gli stupri, il problema sono gli uomini e il loro comportamento. Invece in questa vicenda stiamo sentendo cose inaccettabili: aveva la minigonna? Era provocante? Perché ha denunciato così tardi? Inaccettabile, lo ripeto. Noi dobbiamo spostare l’attenzione dalle vittime ai colpevoli».

Asia Argento ha raccontato che non si era esposta prima perché temeva di non essere creduta o giudicata male, anche dalle donne…

«Detesto il fatto che Asia Argento debba arrivare a giustificarsi. Questo è il mondo alla rovescia, non è importante se e quando una donna decide di denunciare un abuso. Queste sono sue scelte. Lo scandalo è che un uomo di potere, questo Weinstein, si sentiva libero di saltare addosso alle ragazze che volevano lavorare. Questo è il sistema marcio che va sradicato. Io ho letto molti rilievi offensivi, beceri fatti da uomini che quasi giustificavano l’atteggiamento di Weinstein. Dopodiché, è vero, ci sono anche delle donne che non sono amiche delle donne perché adottano un metro di giudizio che va incontro alle esigenze maschili e non a quelle femminili. Purtroppo, se non c’è consapevolezza accade anche questo. Non è un mistero, ma non si può dire che la maggior parte delle donne sia così. Quelle che la criticano sono poche, magari rumorose e quindi fanno notizia».

La rete ha reagito in modi opposti. Negli Stati Uniti l’hashtag «Me too» e in Italia «quella volta che» raccolgono i racconti delle donne che hanno subito abusi. È un’onda impressionante. Asia Argento pensa che possa essere il segnale di una rivoluzione. È cosi?

«Mi auguro che possano essere momenti di condivisione e quindi di forza. Spero che questi hashtag continuino a circolare il più possibile e che aiutino le donne a rompere il silenzio, a uscire allo scoperto. È sempre difficile farlo e prima di giudicare, bisognerebbe mettersi nei panni di una donna che ha subito una violenza sessuale».

Dall’altra parte, sempre sul web, Asia Argento e altre sono state sommerse di insulti…

«La rete è la nuova frontiera dell’umiliazione per il mondo femminile. Una donna si trova spesso davanti a un bivio: o accettare le offese, le sconcezze oppure uscire dal web. Alla Camera ho istituito una commissione sui fenomeni di odio, dedicata alla deputata laburista britannica Jo Cox, uccisa nella campagna elettorale per la Brexit. Le conclusioni della commissione sono inquietanti: al vertice della piramide dell’odio c’è la donna. È il bersaglio numero uno delle violenze, dell’intolleranza. Forse si è creduto che le questioni femminili fossero risolte. Niente di più sbagliato. Si è, invece, perso molto terreno e la misoginia avvelena la società».

Quindi gli «hashtag» non bastano…

«Dobbiamo lavorare molto e a più livelli. Promuovere l’educazione di genere fin da piccoli, spiegando l’uguaglianza tra i sessi ai bambini e alle bambine. Puntare molto sull’educazione digitale. Adesso stiamo lanciando con la ministra dell’Istruzione Valeria Fedeli un progetto nelle scuole per navigare con più consapevolezza sul web, per combattere i pregiudizi e le fake news. Proprio oggi ne ha parlato anche il New York Times , come uno dei piani più innovativi».

 

Corriere della Sera

www.corriere.it/Asiua

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