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La stagione delle ombre.

 

L’ America precipita di nuovo nell’incubo del terrorismo – ciclisti falciati dal furgone guidato da un jihadista, otto morti e molti feriti in una giornata di sole sul lungofiume di Manhattan, alla vigilia della maratona di New York e nella serata festosa di Halloween – proprio mentre i primi arresti del procuratore che indaga sul Russiagate rendono ancora più caotico il quadro politico. Si materializza lo scenario più temuto: il Paese che scivola verso scenari da crisi istituzionale mentre aumentano le minacce interne ed esterne: terrorismo, Russia, i missili nucleari coreani. Proactive cooperator : più ancora dell’arresto dell’ex capo della campagna di Trump, Paul Manafort, sono queste parole, riferite alla collaborazione attiva che George Papadopoulos sta fornendo agli inquirenti, a far venire i brividi al presidente e ai suoi collaboratori. Torna l’ipotesi dell’impeachment? Nell’immediato la nuova emergenza ridà forza a Trump, leader di un Paese che nei momenti difficili ha sempre avuto bisogno di identificarsi nella figura protettiva del presidente. E, comunque, quella della defenestrazione di Trump resta una conclusione improbabile: è un percorso lungo e disseminato di molti ostacoli. A cominciare dalla mancanza, per ora, di prove incontestabili di una sua responsabilità diretta in episodi di «collusione col nemico» .
M a le prime mosse di Bob Mueller indicano che il procuratore fa sul serio, è molto accorto (per Manafort ha scelto imputazioni a prova di bomba, prive di connotati politici diretti) e andrà lontano: la sorpresa Papadopoulos è solo il primo tassello di un percorso che, temono alla Casa Bianca, potrebbe portare al cognato e al figlio del presidente. Che in una sciagurata riunione incontrarono emissari di Mosca con rapporti col Cremlino coi quali discussero di documenti trafugati e di come sconfiggere Hillary Clinton alle elezioni. Secondo alcuni avvocati, nella logica di Mueller che emerge dai documenti giudiziari fin qui pubblicati, basta già questo per ipotizzare una collusione.

La pensano così anche due trumpiani «ingombranti» come Steve Bannon e Roger Stone che invitano il presidente a sbarazzarsi del procuratore federale, se vuole salvarsi. Succederà? Ora si aprono vari scenari, tutti complessi e pieni di rischi. Unica certezza: vedremo giorni cupi, non ci sarà un lieto fine per l’America come nel Watergate. Lo citiamo tutti, ma quello in oggi è un caso molto diverso. E più grave.

Il Watergate fu una minaccia grave ma fu gestito alla fine con successo grazie a tre fattori oggi assenti: una crisi tutta interna al sistema politico Usa; un presidente che provò anche lui a bloccare le indagini, ma che alla fine, capita l’aria, rinunciò a battaglie devastanti anche per le istituzioni e si dimise prima dell’impeachment, scomparendo in silenzio; una stampa autorevole, della quale il Paese si fidava.

Oggi è tutto molto diverso: dal panorama dell’informazione sconvolto dalla rivoluzione digitale e disseminato di «fake news» e campagne fuorvianti alla regia politica e comunicativa di una potenza straniera, alla figura di un presidente spregiudicato e con grandi capacità comunicative che, se messo con le spalle al muro, non uscirebbe di certo di scena silenziosamente.

Darà battaglia fino al punto di licenziare Mueller o di perdonare i suoi imputati per spingerli a tenere la bocca chiusa? Qui la partita è complessa e le conseguenze imprevedibili. Il presidente può condonare i reati federali ma non quelli statali: nel caso di Manafort, imputato a tutti e due i livelli, potrebbe significare semplicemente il trasferimento da un carcere federale a un penitenziario dello Stato di New York. Trump ha anche il potere di destituire Mueller e già ha detto che lo farà se ha la sensazione di un’inchiesta che travalica i limiti prefissati. Potremmo già essere a quel punto, visto che il presidente ha definito quella del procuratore una «caccia alle streghe», ma le reazioni del Congresso e dell’establishment sarebbero dure. Coi repubblicani che probabilmente si dividerebbero. Una chiave potrebbe essere la vendita di uranio americano alla Russia, sbandierata da Trump come prova che a tradire, favorendo Mosca, fu la Clinton.

S embra un diversivo per difendersi e galvanizzare il suo elettorato, impressionato dalla parola uranio. In realtà una transazione non importante decisa non dal segretario di Stato ma da funzionari del ministero. Un atto sottoposto, però, alla sorveglianza di una sezione dell’Fbi al tempo guidata da Mueller. Il tentativo, insomma, è quello di portare l’uranio in primo piano per mettere in discussione Mueller sostenendo, a quel punto, che dovrebbe indagare anche su sé stesso. È possibile che ciò accada. Sarebbe scontro durissimo tra Casa Bianca e Congresso. Oppure l’inchiesta può andare avanti a lungo rimanendo una spina nel fianco di Trump ma senza abbatterlo. O le incriminazioni potrebbero arrivare fino alla famiglia del presidente e a quel punto saremmo alle porte della crisi istituzionale più grave. Di certo Jared Kushner e Donald Trump Jr. non stanno dormendo sonni tranquilli.

La cosa più terribile della situazione attuale, per l’America, è che un eventuale impeachment, l’esito auspicato dai democratici, sarebbe un trionfo per i cospiratori russi, e per il loro modo di manipolare l’informazione sul web. Loro non hanno abbracciato Trump perché innamorati di lui, ma per gettare nel caos il Paese loro avversario storico. Lo dice chiaramente l’ex capo del servizi segreti James Clapper. Oggi è un nemico giurato di Trump ma ammette che l’impeachment farebbe «esplodere polarizzazioni e divisioni alimentando ulteriormente le teorie dei complotti» .

Addio Watergate: i buoni vincono sempre solo in certi film americani. E anche Hollywood, di questi tempi, non sta troppo bene .

 

Corriere della Sera.

www.corriere.it/

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