Gli impresentabili e lo spirito di Pirandello.

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Gli impresentabili e lo spirito di Pirandello.

 

Forse non aveva proprio torto Renzi, a dire che le elezioni siciliane tutto sommato sono un fatto locale. Seppure saranno molto forti le conseguenze dei risultati – il ritorno del centrodestra, con Musumeci, alla guida della Regione, la «non vittoria», verrebbe da dire, citando un indimenticabile Bersani, del Movimento 5 Stelle, e la dura sconfitta del centrosinistra, con il candidato battuto, Micari, che subito ha annunciato il suo ritiro dalla politica -, per capire il significato vero del voto occorre addentrarsi nelle pieghe del lunedì in cui lo spoglio lentissimo, inesorabile, delle schede, aveva fatto temere, al mattino, perfino un ribaltamento del quadro politico che alla fine è uscito confermato. Musumeci ha parlato per ultimo e ha citato Verga, per definire retoricamente la Sicilia «terra dei vinti». Ma forse c’è un di più di Pirandello e dello spirito di contraddizione di Sciascia, nelle menti indecifrabili, per il leader Pd, degli elettori siciliani, e nelle urne che gli hanno inflitto una grande delusione, seconda solo a quella della sera del referendum 4 dicembre 2016. Prendiamo gli «impresentabili»: protagonisti, nel bene e nel male, di una campagna elettorale combattuta senza esclusione di colpi. Dal Pd ai 5 Stelle, allo stesso Musumeci, perfino (più blandamente) a Berlusconi, tutti avevano invitato gli elettori a non votarli. E invece sono andati benissimo: il campione, eletto con più di ventimila preferenze, è quel Luigi Genovese, figlio di Francantonio, ex-segretario regionale del Pd trasmigrato in Forza Italia condannato a undici anni. Luigi ha avuto un plebiscito a Messina, nella città in cui l’elezione del sindaco pacifista in sandali Accorinti aveva segnato quattro anni fa l’apice della rivolta contro suo padre e la partitocrazia di cui era l’emblema. E in cui invece Musumeci, con l’appoggio del campione degli «impresentabili», ha superato il cinquanta per cento. Come possano gli stessi messinesi cambiare idea in così poco tempo e votare in due modi opposti è difficile da spiegare, se non con il fatto che sanno distinguere tra Comune e Regione, e con la seconda non scherzano. In un sol colpo, son tornati a vot a r e p e r i «poteri forti», hanno dato un avvertimento al primo cittadino e, pur prem i a n d o l o , hanno fatto un dispetto politico a Musumeci, che s’era schierato pubblicamente contro le candidature opache. Anche il successo del nuovo governatore va radiografato. Nel quasi quaranta per cento che lo ha eletto, il nucleo forte è rappresentato da Forza Italia, guidata dal coordinatore Micciché, cioè dallo stesso che la volta scorsa, come avversario, riuscì a impedire l’elezione di Musumeci, dall’Udc e da liste locali e personali di provenienza post-democristiana. «Diventerà Bellissima», la lista di Musumeci, insieme a quella di Meloni e Salvini hanno ballato per molte ore sulla soglia del 5 per cento, correndo il rischio di restare fuori dall’Assemblea regionale. Vale a dire che chi ha fatto vincere Musumeci ha voluto al contempo ricordargli quali sono i reali rapporti di forza interni della coalizione, per far sì che ne tenga conto al momento della formazione del suo governo. Sono in molti ora a chiedersi come farà il vincitore a trovare la maggioranza che i voti, malgrado il successo, non gli hanno garantito. All’inizio, sarà giocoforza consentirgli di prendere il largo, perché se l’Assemblea regionale non lo appoggia e non lo mette in condizione di presentare il bilancio e la legge di stabilità, va a rischio di scioglimento. Ma poi? Nasceranno anche qui larghe intese, o Musumeci dovrà cedere al sostegno occasionale, negoziato di giorno in giorno, con gruppi diversi? Per rispondere a queste domande, c’è chi guarda Totò Cardinale, ANSA l’ex-ministro delle Comunicazioni del governo D’Alema, che ha lasciato in eredità alla figlia Daniela il seggio alla Camera e come passatempo s’è costruito un piccolo partito personale. «Sicilia futura», quotato oltre il 6 per cento e definito dal suo fondatore, con perfetta ambiguità, «corrente renziana esterna al Pd», era schierato ufficialmente con il centrosinistra e il suo sfortunato candidato sconfitto Micari. Cardinale è pronto a offendersi per le allusioni, giunte anche alle sue orecchie, all’eventualità che alcuni eletti suoi amici possano occasionalmente schierarsi, per senso di responsabilità, a favore di Musumeci, o offrire i propri voti per eleggere Micciché presidente dell’Assemblea. L’ex-ministro infatti ha la figlia che sta per ricandidarsi e può essere rieletta con l’appoggio del partito del padre in un collegio uninominale. Sa b e n e c h e i n questo frangente, almeno fino alla prossima p r i m a v e r a , Renzi non tollererebbe un cedimento. Ma dopo le elezioni politiche, chi potrebbe considerare imperdonabile una piccola apertura di «Sicilia futura» alle ragioni della governabilità siciliana? Si tratterebbe, in fondo, di una sorta di voto disgiunto, tra Roma e Palermo. Come quello che ha penalizzato oltremisura il rettore Micari, per l’azzardo di volersi cimentare – lui, ingegnere, uom o d i s t u d i tecnici – con la politica siciliana. Nel voto per la presidenza, Micari h a av u t o l ‘ 8 per cento in meno delle liste che lo sostenevano, dirottato verso Cancelleri, il candidato pentastellato che ha superato della stessa percentuale la lista del suo Movimento. Mentre a Fava e alla sinistra, i dispettosi elettori anti-Micari hanno riservato solo le briciole. Una doppia punizione, che ha reso la sconfitta ancora più amara.
La Stampa.

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