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Nella città della fotografia.

JORDAN.Amman

LAURA MONTANARI
Ventiquattro mostre, incontri, workshop Fino al 10 dicembre il festival Photolux Un’edizione dedicata al Mediterraneo
Possiamo guardarlo dalle scogliere deserte e in bianco e nero di Bernand Plossu. Oppure leggerlo nelle parole di Predrag Matvejevic, scrittore che il mare lo guardava dai Balcani: «Il Mediterraneo è un immenso archivio e un profondo sepolcro». Oppure ancora, da una preghiera che comincia così: «Ho una cosa da dirti, a te che mi hai ucciso…». A Lucca, dove si è aperto il Photolux, festival internazionale di fotografia, la preghiera è nella chiesa di Santa Caterina: è stata scritta dalla sorella di Leila Alaoui, fotografa franco marocchina, morta a 33 anni, in un attentato in Burkina Faso. Ci sono i tipi “umani” di Leila in mostra a Lucca, gli sguardi fieri e in posa dai suoi “Marocchini” nelle stampe di grande formato.
Salendo le scale fino alla cupola della chiesa si trova l’altra faccia del Marocco: strade polverose, case stropicciate, gente che vive fra le plastiche, la stanza col materasso in terra e la bambina che gira col triciclo intorno.
“Mediterraneo” è il tema di questa edizione della biennale diretta da Enrico Stefanelli, che accoglie ben 24 di mostre sparse in città (fino al 10 dicembre), incontri e workshop coi maestri della fotografia. Palazzo Bottini espone i bianchi e neri di Bernard Plossu, “L’Heure immobile. Métaphysique méditerranée” dove non c’è traccia di figura umana e i paesaggi battuti dal sole sono porti da cui partire, strade da attraversare: dal Peloponneso alla Camargue, da Marsiglia all’isola di San Pietro. Plossu è stato un fotografo della Beat Generation, ha viaggiato negli Stati Uniti prima di stabilirsi in Spagna. A Lucca racconta un viaggio metafisico senza spiagge, in paesaggi che ricordano i quadri di De Chirico e Morandi. Nello stesso posto (Villa Bottini), Albert Watson, conosciuto nella moda – cento copertine di Vogue – racconta un Marocco «estetico»: volti cotti dal sole, tende berbere e un deserto che è eremo e bellezza. A palazzo Ducale, Joseph Koudelka, il fotografo che ha raccontato la Polonia del 1968, propone “Vestiges”: le aree archeologiche alla ricerca della civiltà romana e greca.
Non ha niente di malinconico: quel che resta è per lui qualcosa che restituisce al presente la grandezza del passato. Se si guarda il Mediterraneo da una carta geografica, spiega Sandro Iovine nel presentare la mostra di Nick Hannes, sembra di avere a che fare con una pozza d’acqua, in realtà è un mosaico di civiltà. Sirte, in Libia: si vedono due uomini parlare dietro una grande costruzione, forse un pozzo che si è piegato su se stesso. Rio, in Grecia: il ballo fra abiti lunghi e tavolini imbanditi a una stazione di benzina Shell. In un altro posto: due uomini su un precipizio si godono il panorama.
Contraddizioni, niente è mai ciò che sembra, ci dice il fotografo belga. Shai Kremer con World Trade Center: “Concrete Abstract” sovrappone 60 scatti sul cantiere dove un tempo sorgevano le Torri Gemelle e crea nuovi labirinti: frenetici e inquieti.
Se i racconti visivi di Eleonora Olivetti sono collage di genti e paesi, Francesco Fossa con “Libya, sulle tracce del Paziente inglese” propone un percorso fotografico che comincia dagli anni Trenta. L’elenco completo delle mostre si trova sul sito fiorentino di Repubblica o in quello del Photolux. Fra i fotografi premiati, la giapponese Mayumi Suzuki, con “The Restoration Will” (mostra e libro pubblicato dalla Ceiba editions diSiena) .
Mayumi nello tzunami del 2011 ha perso i genitori. Cercando fra i resti della sua casa ha trovato la macchina fotografica di suo padre e con quella, con l’obiettivo sporco di fango, ha scattato. Nelle sue foto, la distruzione e i ricordi si mescolano con la fatica e il bisogno di trovare comunque un senso e un confine al dolore.

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