I disastri e la speranza. La macchina fotografica di Goya.

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I disastri e la speranza. La macchina fotografica di Goya.

Un uomo di pace: lo raccontano innanzitutto le sue immagini potenti. Lo pensa anche Wim Wenders: «Dovremmo smettere di definirlo un fotografo di guerra. Bisogna vedere in lui un uomo di pace, uno che per desiderio di pace va in guerra e si espone per creare la pace, partendo da un odio sconfinato per la guerra e da un amore sconfinato per gli esseri umani». Lo si comprende alla fine della mostra, in cui l’angoscia lascia spazio alla speranza racchiusa nelle lacrime di una donna siriana, appena approdata a Lesbo, in Grecia.

James Nachtwey, americano di Syracuse (New York), 69 anni portati con naturale eleganza, è considerato il più grande fotoreporter al mondo: una vita completamente dedicata al racconto di sofferenze, di conflitti, di vite spezzate, di una morte perennemente presente. Schivo, si muove lentamente tra le 170 fotografie della sua mostra milanese a Palazzo Reale che ha un titolo immediato, antiretorico e che tuona come un’invocazione, un monito urlato: Memoria .

A poche ore dall’inaugurazione ricontrolla ogni dettaglio tanto da voler modificare il testo che accompagna le immagini dell’11 settembre. Gentile, attento. Nei racconti degli inviati di guerra Nachtwey è ricordato come un uomo totalmente sposato alla professione: taciturno, solitario, niente moglie o figli. Neanche alcol e sigarette. Un uomo concentrato sul suo lavoro anche qui, nella cornice rassicurante di Palazzo Reale. Da tre anni sta lavorando con Roberto Koch, curatore con lo stesso fotografo dell’esposizione, per restituire alla perfezione il senso del suo «occhio testimone». Perfezione che si coglie non solo per la qualità formale delle immagini, come fermate da uno sguardo essenziale, mai spettacolare, taglio di un rasoio sulla realtà, autentica testimonianza di un universo di dolore, perfette nella composizione ma anche dense di umana compassione. Colpiscono la qualità assoluta delle stampe, gli equilibri dei bianchi e dei neri, le non saturazioni del colore. Un lavoro di cura formale come mai era stato fatto prima sulle sue immagini e che rende questa mostra ancora più significativa: perfezione estetica che diventa volontà etica.

È come se di fronte al grande caos del mondo, Nachtwey volesse riportare un senso di ordine e di rigore nella necessità di rappresentare la realtà come lui l’ha vissuta: nella sua insostenibile verità. Così, nelle sue foto non c’è mai compiacimento estetico: solo sguardo civile animato dalla volontà di documentare e di comunicare («Sono parte di un dialogo tra informazione e pubblico nella speranza che cambiare le cose sia possibile»), sapendo bene che fotografare è sempre un’azione politica. Non a caso ripete quello che ha più volte scritto e detto in conferenze, nei ringraziamenti ai numerosi premi o agli incontri con studenti, ben consapevole del suo ruolo di testimone di un mondo incapace di fermarsi: «Ho dato conto della condizione delle donne e degli uomini che hanno perso tutto, le case, le famiglie, le braccia e le gambe, la ragione. E nonostante tutto, ciascun sopravvissuto possiede ancora l’irriducibile dignità che è propria di ogni essere umano. Le mie foto sono la mia testimonianza».

Nachtwey è considerato il grande erede di Robert Capa. E Capa, che la guerra l’ha testimoniata sino a morire su una mina in Indocina, avvertiva: «Non esistono foto belle o brutte, ma solo foto fatte da vicino o da lontano». In questa mostra, che raccoglie circa quarant’anni di reportage, si capisce quanto Nachtwey abbia scelto di essere sempre vicino alla verità dei fatti. Per poterla documentare con persistenza, tenacia, umiltà. In attesa del momento dello scatto «giusto». Per lo «scatto giusto» ha rischiato più volte di lasciarci la pelle, consapevolmente, con un senso di disperata ma necessaria vocazione. L’ultima volta in Iraq, 11 dicembre 2003: una granata nel centro di Bagdad alle 4.40 della notte colpisce un veicolo da ricognizione americano. Nachtwey è gravemente ferito da schegge al volto e al ventre. Si salva per miracolo. Tre anni prima, in una conversazione con Ettore Mo, inviato di guerra del «Corriere», aveva ammesso: «L’unica fortuna che ho è essere ancora vivo».

Per lui tutto è cominciato alla fine degli anni Sessanta, guardando le immagini del Vietnam, i marine massacrati di Lerry Burrows, la bambina che fugge dal napalm di Nick Ut. È la sua formazione visiva, la presa di coscienza: in quelle immagini nasce la volontà politica di denunciare, di contrastare attraverso la fotografia gli orrori delle guerre. Comincia a fotografare partendo per l’Irlanda del Nord. Da lì comincerà a essere sempre per primo nei luoghi dove la cronaca diventa storia: in Palestina nell’Intifada, in Guatemala, in Libano, nei Balcani e in Cecenia. Nei primi anni Novanta è nel Darfur e in Romania: qui racconta la disperazione della fame, poi è in Ruanda durante il genocidio e nello stesso anno, il 1994, è in Sudafrica, a raccontare la liberazione di Mandela.

L’11 settembre 2001 è incredibilmente di passaggio nel suo piccolo appartamento di New York, a pochi passi dal World Trade Center. Fissa il crollo delle Torri Gemelle con una immagine che diventa icona: la prima torre si sta sgretolando e lui costruisce un’immagine mettendo al centro una grande croce, mentre, piccola in alto a destra si intravede una bandiera americana. Testimonia, due anni dopo, il conflitto in Afghanistan e documenta come fece Goya «i disastri della guerra»: stessa volontà di testimoniare, stessa qualità narrativa. Nachtwey racconta anche i disastri naturali, l’inquinamento nell’Est Europa e gli homeless negli Stati Uniti, sino alla guerra che entra nella vita di tutti i giorni per colpa dagli agenti chimici usati durante i conflitti e che si trasformano in malattie. E ancora, documenta l’Aids, la tubercolosi, i conflitti razziali negli Usa e infine al dramma delle grandi migrazioni.

La sua foto forse la più conosciuta, e che è anche il manifesto di questa mostra (la più completa, prima tappa di una serie di esposizioni internazionali) descrive il volto di un ragazzo ruandese Hutu deformato da ferite di machete, monito di un milione di morti di fronte all’indifferenza dell’Occidente: negli stessi giorni guardavamo al Sudafrica dove Mandela veniva liberato. L’occhio di Nachtwey ci costringe a riflettere: sulla realtà ma anche sul ruolo dell’informazione, sulle sue disattenzioni e di come soltanto la fotografia ci conduca a una nuova lettura storica degli eventi. La fotografia, nella cristallizzazione dell’istante, con il tempo sedimentato, diventa denuncia, sguardo sul passato ma anche forma di meditazione sul presente: obbliga a una nuova coscienza.

Il premio Nobel Elias Canetti sosteneva: «La cosa più dura è scoprire quello che già si sa». Nachtwey ci mostra quanto possa essere crudele l’uomo e quanto sia facile invece voltarsi dall’altra parte. Per questo, Memoria è una mostra da far vedere agli alunni di tutte le scuole. Nachtwey ci rivela proprio quello che già sappiamo: che esistono gli inferni del nostro tempo. E bisogna avere l’impegno di conoscerli. Ma con uno sguardo di speranza: «Le mie immagini vorrebbero essere qualcosa di più di una registrazione dei fatti. Sono un appello ai nostri istinti migliori, alla generosità, al senso di ciò che è giusto contro ciò che è sbagliato, alla volontà di identificarsi con gli altri, al rifiuto di accettare l’inaccettabile». Ecco perché James Nachtwey non è un fotografo di guerra, ma un uomo di pace.

Domenica 3 Dicembre 2017 La Lettura.

www.corriere.it/la-lettura/

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