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Violenza sessuale, legge da cambiare.

 

Il sale sulla coda
U na legge che stabilisce un limite di sei mesi per denunciare una violenza sessuale è una legge ingiusta. Basta studiare la cronaca per capire che si tratta di un regolamento da rifare. Da cosa nasce questo limite? Probabilmente dal timore che qualcuno possa approfittare di una memoria lontana, non provabile, per eseguire una vendetta. Capisco la preoccupazione ma qualsiasi legge può essere utilizzata per fini impropri. Il fatto è che la memoria di un abuso sessuale è talmente dolorosa e umiliante, che ferma spesso le vittime. La cronaca ci dice che la violenza contro i più deboli può diventare un trauma. Certo bisogna distinguere fra molestia e violenza sessuale. Uno stupro ha ben altro peso di una mano sul sedere, eppure le due cose sono legate da una abitudine culturale all’abuso. Ma perché le donne non reagiscono correndo a denunciare l’abusatore? Qui entra in gioco la strategia del predatore che è più sottile di quanto si pensi. Chi vuole dominare e approfittare sviluppa un’abilità a volte prestigiosa, fatta di raggiri, di recite teatrali, di dolcezze inattese per ottenere ciò che lo salverà da ogni denuncia: trasformare l’abusato in complice. E di solito ci riesce, utilizzando un’astuta strategia: convincere l’abusato che in fondo è stato lui a volere la violenza. Penso a quei ragazzi dei collegi religiosi che si sono tenuti dentro l’esperienza della prepotenza traumatica per quindici, venti anni, finché non sono riusciti a capire che la vittima, anche quando non denuncia ma subisce passivamente la violenza e accetta la regola del silenzio, non ha colpe. È solo una persona chiusa dentro una trappola, come una mosca nella rete di un ragno sapiente che lo uccide lentamente. Ho fatto l’esempio degli abusati maschi perché la gente è più pronta a capire, mentre contro le giovani donne che non denunciano subito si alzano le grida degli untori. Eppure, pensateci, nessuno, di fronte a una rapina, chiede alla vittima se è stata complice, se ha provato piacere. Invece, di fronte a uno stupro, l’argomento principe è proprio questo: hai goduto? sei stato partecipe? Insomma siamo ancora di fronte al vecchio brutale detto romano «Vis cara puellae», ovvero «la forza piace alle vergini». Comunque il molestatore di solito è un uomo narcisista, ma anche fragile e bisognoso di ribadire e rafforzare la propria autorità umiliando il più debole. Il sesso c’entra poco o niente. Non è l’eros che guida questi uomini, ma il bisogno di ferire, assoggettare l’altro, che li rende sicuri di fronte a se stessi.
Corriere della Sera.

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