Alfano lascia: non mi candido Il tramonto del poltronista.

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Alfano lascia: non mi candido Il tramonto del poltronista.

SEBASTIANO MESSINA
Di che cosa stiamo parlando
Annuncio a sorpresa di Angelino Alfano. Il ministro degli Esteri e leader di Alleanza Popolare, ha deciso di non candidarsi alle prossime elezioni: «E non farò neanche il ministro – ha detto a Porta a porta – ma lascio il Parlamento non la politica». Un addio che arriva dopo 5 anni al vertice del governo e 4 legislature consecutive da parlamentare. La decisione ha colto di sorpresa anche buona parte del suo partito, già diviso tra chi punta ad una alleanza col Pd renziano, come Beatrice Lorenzin, e chi come l’ala lombarda (Lupi e Formigoni) propende più per un rientro nel centrodestra, magari per confluire nella cosiddetta quarta gamba della coalizione. Ora l’addio di Alfano potrebbe agevolare proprio questo disegno
La rinuncia di Angelino Alfano alla ricandidatura, e dunque al Parlamento, è persino più sorprendente del ritiro in corsa del lanciatissimo grillino Di Battista. Perché da uno come Alfano tutto ti aspetti tranne che abbandoni la carriera politica, anche se il suo più che un addio sembra un arrivederci, più che un divorzio una separazione temporanea.
Non solo e non tanto perché Angelino ha solo 47 anni – età alla quale di solito si entra e non si esce, nel Parlamento che ha l’età media più alta d’Europa non solo e non tanto perché ha appena fondato un nuovo partito, «Alternativa Popolare», ma perché interrompe, così all’improvviso, una carriera politica senza precedenti per la velocità con cui è riuscito a occupare tutte o quasi le caselle più importanti nel gioco dell’oca del Palazzo. Alfano è infatti l’unico a essersi seduto sulle quattro poltrone più potenti dopo quella del premier: vicepresidente del Consiglio, Giustizia, Interno ed Esteri. È il solo ad aver fatto poker al tavolo del potere (impresa che non riuscì, per dire, neanche a Giulio Andreotti, che pure fu sette volte capo del governo e 27 volte ministro).
Ci sarà certo una buonissima ragione, se ha deciso di gettare la spugna – o almeno di saltare un giro – ma di sicuro il ministro degli Esteri non seguirà l’esempio di Giuseppe Dossetti, che a 45 anni lasciò la politica per farsi prete (senza mai essere stato né ministro né sottosegretario). Perché nella scelta di quel democristiano c’era il rigore di una coerenza d’altri tempi, mentre Alfano, che pure era democristianissimo figlio del vicesindaco di Agrigento e segretario provinciale dei giovani dc, corrente Mannino – ha sempre avuto come stella polare la sua carriera, e quando capì che nel suo partito la coda davanti a lui era troppo lunga non ci pensò un attimo a cambiare corsia. Fu una folgorazione: «Vidi in televisione un imprenditore che aveva il sole in tasca, sentii una musica straordinaria, e vedendo quell’uomo, sentendo quella musica, decisi di aderire a Forza Italia», raccontò lui stesso all’Assemblea nazionale del Pdl, appena nominato segretario.
Il fatto è che quello era l’unico partito nel quale non comandava il segretario ma il presidente (cioè Berlusconi). Era stato scelto come delfino, come successore designato, ma le sue speranze di prendere il posto del Cavaliere si affievolirono giorno dopo giorno, e l’Alfan prodige cominciò presto ad assomigliare al Woody Allen de «La dea dell’amore», quello che spiega al figlio la gerarchia di casa: «Sono io che comando. La mamma prende solo le decisioni». Anche perché una volta Berlusconi si lasciò sfuggire un giudizio che era una pietra tombale sulle sue ambizioni: «Gli manca un quid».
Fu così che un giorno l’ex assistente personale del Dottore, l’ex fedelissimo mandato a fare il Guardasigilli che aveva scritto di suo pugno un salvacondotto per il Capo ricordate il “lodo Alfano”? -, l’ex portabandiera berlusconiano – e vicepresidente del Consiglio, e ministro dell’Interno – nella Grande Coalizione guidata da Enrico Letta, salì le scale di Palazzo Grazioli per annunciare contrito e commosso all’ex principale che, messo di fronte al bivio tra la disciplina di partito e la fedeltà al governo, lui aveva scelto Palazzo Chigi.
Uomo di fiducia di Berlusconi, alleato di ferro di Letta, socio scalpitante di Renzi, “junior partner” (definizione sua) di Gentiloni, alzando l’improbabile vessillo di un Nuovo Centrodestra Alfano si è mosso nell’accampamento del centrosinistra con la stessa abilità con cui uno slalomista zigzaga tra le porte sulla pista, restando inchiodato alla poltrona grazie al profumo di voti moderati che spargeva sapientemente. Finché nella sua Sicilia, dove dovevano finalmente sbocciare i fiori del consenso alfaniano, la sua lista ha preso zero seggi. E una volta svanito l’odore dei voti è rimasta in campo, ridotta a un punching ball preso a pugni da destra e da sinistra, solo la faccia di Angelino, il servitore di troppi padroni che esce di scena senza un perché. E senza un quid.

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