Siena! Una città per cambiare.

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Siena! Una città per cambiare.

Intervento di Pierluigi Piccini al workshop in corso a Castelfalfi, nel comune di Montaione, promosso da Iacovelli and Partners, dal titolo: “What‘s Next? Visioni di scenari globali sostenibili”.

Tutti vogliano cambiare. Ma cambiare tanto per cambiare? Oppure per raggiungere quale obiettivo? Siena è una città ideale per rappresentare l’unico modello di cambiamento possibile: rimanere se stessi. Attenzione, però: non si tratta di camuffare l’esistente per mantenere le rendite che si sono consolidate siano esse vere o presunte, o per congelare nel passato una città, fingendo false innovazioni. Siena, come il resto d’Italia, deve continuare a produrre arte, cultura, tecnologia, cambiando tutte le volte che è necessario per mantenere questa sua vocazione. Per recuperare il proprio solco virtuoso, questa città deve come prima cosa prendere coscienza della sua storia. Solo con la consapevolezza di ciò che si è, si può pensare a programmare un futuro.

Se guardiamo a quanto è avvenuto nel corso dei secoli, ci rendiamo conto che il cambiamento c’è sempre stato, come un elemento indispensabile per mantenere un prestigio internazionale. Quando ha perso, con l’indipendenza, un ruolo politico autonomo, Siena ha acquisito un posto da protagonista su un piano estetico, investendo sulla bellezza, e su un piano economico. I Chigi e i Borghesi a un certo punto si trasferiscono a Roma: forse diranno qualcosa Palazzo Chigi, la Galleria Borghese, Piazza di Siena.

Siena perde importanza quando prende il sopravvento un ceto medio-alto legato a un terziario maturo che non investe più nella bellezza, contraddicendo una vocazione secolare, sancita dalle leggi fondamentali dello Stato. Chi governa, si legge nel Costituto del 1309, deve avere a cuore “massimamente la bellezza della città, per cagione di diletto e allegrezza ai forestieri, per onore, prosperità e accrescimento della città e dei cittadini”. Esprimendo eccellenze in ogni campo, e facendo investimenti, i senesi per secoli hanno tenuto fede a questo concetto. In epoche più recenti è stata l’alleanza tra i ceti medi scarsamente dinamici e la politica a determinare un blocco sociale conservatore isolato e autoreferenziale, che ha portato ancora di più la città in una dimensione provinciale e marginale. Certo, rimanevano l’Università e il Monte dei Paschi, l’ospedale, le accademie, ma come istituzioni isolate da un contesto, e retaggio di investimenti del passato. Le rendite di posizione che si sono create, e un certo immobilismo, hanno determinato l’affermarsi di stereotipi. Si potrebbe prendere come punto di riferimento il corteo storico del Palio che nasce nell’Ottocento, nonostante l’opposizione degli esponenti di una cultura progressista. Si incomincia a sviluppare un Medioevo ricostruito, una pseudo-cultura nostalgica delle glorie passate che ha determinato una percezione distorta della propria identità collettiva, sia all’interno che all’esterno di Siena. Si è innescato un meccanismo che è diventato piena realtà dal secondo dopoguerra in poi, capace di trasformare il concetto di “senesità” in una categoria ideologia vuota, sposata dalla politica per creare una falsa identità che ha sostituito, di fatto, il nerbo popolare di Siena. Del resto, questo è un problema che riguarda tutta la Toscana e gran parte del Paese: ci sono stereotipi che hanno affossato tante buone pratiche di sviluppo. E continuiamo a commettere l’errore. Prediamo l’esempio della Francigena, una caricatura delle rete di strade e di relazioni economico-sociali che, all’ombra delle reliquie e dei monasteri, portava conoscenza e sviluppo. Il cristallo e il vetro della Val d’Elsa non ci sarebbero stati se non nel solco di un continuo confronto. Ne è nata una tradizione che ha portato Colle Val d’Elsa a produrre il 35% del cristallo mondiale e il 97% di quello italiano. Siena era famosa per la sua oreficeria, grazie alla tecnica del traslucido nell’oro. Ebbene, a sostegno di questa manifattura esclusiva si svilupparono le prime società di capitali, che univano gli orefici a investitori che scommettevano sul prestigio del marchio senese. Ecco un altro esempio di un cambiamento che, nel nome della ricchezza, ha portato benessere e prestigio.

Per fortuna, dietro allo stereotipo che qualcuno ha costruito e alimentato, il territorio senese ha continuato a innovare grazie all’ingegno individuale: è leader mondiale per i vaccini, come nel settore della robotica, delle protesi, ha un’azienda che ha ideato e fatto disegnare impianti fotovoltaici da Philippe Starck, e un’altra del settore vitivinicolo che riesce ad produrre in proprio l’energia elettrica, in una provincia che è la prima ad essere stata certificata carbon-free, ovvero a emissione zero di anidride carbonica. Siena, per la verità, ha introdotto sporadici cambiamenti molto positivi, come nel 1965, quando chiuse, prima città al mondo, il centro storico alle auto. Ma si tratta di interventi frutto di una visione innovativa di alcuni amministratori pubblici isolati, che non si è mai dispiegata adeguatamente. La scommessa di Siena oggi è questa. Rompere una cappa fatta di conservazione legata alle rendite parassitarie, per recuperare una sua dimensione ideale. A quel punto il cambiamento non farebbe più paura. Anzi, ne sarebbe una condizione fisiologica. Se invece si guarda alla tradizione come a un simulacro da conservare, oppure si cambia dimenticando le proprie vocazioni e le proprie radici, allora si è perdenti.

La sconfitta della città assume forme grandiose ed emblematiche nella vicenda del Monte dei Paschi. Finché la banca sviluppa un rapporto virtuoso con la città, le istituzioni, mantiene un senso di appartenenza (proprio anche dei dipendenti) e investe nel territorio, le cose vanno bene. Quando invece la politica o gli interessi di pochi prendono il sopravvento, e dirigono il Monte dei Paschi in un solco diverso da una tradizione fatta di osmosi tra capacità e investimenti, allora accade ciò è sotto gli occhi di tutti. Ed è sintomatico che i primi a minimizzare sull’accaduto, come su altre vicende poco chiare, siano proprio quei gruppi che sono i veri corresponsabili della crisi politica, sociale e istituzione che stiamo vivendo. Se il dominio è di una classe dirigente che vive di rendite di posizione, non si può fare innovazione. La tecnologia da sola non può portare sviluppo, se non c’è un contemporaneo mutamento della composizione sociale. Questo è il punto. L’attuale amministrazione comunale ha confuso l’innovazione con la tecnologia. Pensare che la smart-city porti il cambiamento è sbagliato: al massimo porta a un efficientamento. I veri mutamenti possibili sono quelli che investono una società, e si fondano sulla costruzione di alleanze sociali dinamiche.

Pierluigi Piccini

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