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Tabacci: Pd diviso sull’attacco a Bankitalia. Oggi l’ufficio di presidenza

Enrico Marro

 

ROMA Che i lavori della commissione d’inchiesta sulle banche possano concludersi con una relazione unitaria è impossibile, e lo si è capito da tempo. Ma è persino improbabile che si chiudano con una relazione di maggioranza assoluta, cioè votata da almeno 21 commissari su 40. Troppe le divisioni che hanno attraversato la maggioranza di governo e lo stesso Partito democratico. Per questo il compito cui si accinge il presidente Pier Ferdinando Casini, che oggi alle 15 riunirà l’ufficio di presidenza, è arduo.

Vediamo un po’ di numeri. In commissione il Pd dispone di 15 membri. Della maggioranza, in teoria, farebbero parte anche 2 commissari di Alternativa popolare (compreso il presidente Casini), il senatore Karl Zeller del partito «Per le autonomie», il senatore Lionello Pagnoncelli (Ala), l’onorevole Bruno Tabacci (Democrazia solidale). Massimo 20, quindi. Inoltre, a complicare la situazione, osserva Tabacci, parlamentare di lungo corso e autorevole membro della commissione, c’è che «la posizione del Pd renziano, di dare una spallata alla Banca d’Italia, ha diviso lo stesso Partito democratico ed è sicuramente in minoranza tra i commissari». Certamente l’idea di mettere sul banco degli imputati Bankitalia non è condivisa dai centristi e così, continua Tabacci, «in commissione la maggioranza si è dissolta a causa delle posizioni disastrose di Matteo Orfini», presidente del Pd e alfiere delle posizioni renziane in commissione. Posizioni non condivise del resto nemmeno da un altro pezzo del Pd, che trova in commissione come esponente di spicco Carlo Dell’Aringa.

Oggi Casini ascolterà le proposte che verranno dall’ufficio di presidenza e poi deciderà come procedere. Il percorso più probabile prevede che il presidente formuli entro un paio di settimane la sua proposta di relazione finale, poi ci sarà un periodo breve per le richieste emendative e infine il voto, sulla relazione Casini e sulle altre che verranno presentate dai gruppi che non si riconosceranno nelle conclusioni del presidente. Certamente ci sarà una controrelazione del Movimento 5 Stelle, che avrà al centro lo scandalo «Bancopoli», come lo ha definito Luigi Di Maio, cioè la commistione banche-politica e il presunto conflitto d’interessi dell’ex ministra Maria Elena Boschi nella crisi di Banca Etruria. Possibili anche una relazione di Forza Italia, dove Renato Brunetta, vicepresidente della commissione, punta a sottolineare oltre alle responsabilità del governo Renzi nelle crisi bancarie anche l’esistenza di un complotto internazionale che fece cadere il governo Berlusconi nel 2011. Infine, non sono da escludere relazioni della destra e della sinistra a sinistra del Pd.

In questo scenario il risultato massimo per Casini potrebbe essere il raggiungimento della maggioranza relativa, proprio come faceva la sua vecchia cara Dc. Ma il presidente potrebbe tentare anche un successo maggiore. Per esempio, l’altro vicepresidente della commissione, Mauro Maria Martino, suggerisce: «Penso che si debba tentare la strada di una relazione che almeno in alcune sue parti sia condivisa da tutti. Credo ci potrebbe essere un ampio consenso sulle proposte normative per migliorare il dialogo tra Banca d’Italia e Consob; per evitare le “porte girevoli” tra queste istituzioni e il privato; per istituire Procure specializzate nei reati finanziari». Resterebbero invece contrapposte le parti sulle responsabilità politiche e istituzionali delle crisi bancarie. Sarebbe un modo, conclude Marino, «per non sprecare il lavoro serio che è stato fatto».

 

Mercoledì 27 Dicembre 2017, Corriere della Sera.

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