La trattativa che si riapre.

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La trattativa che si riapre.

 

ROMA Che strano: il meno sorpreso della «scelta di vita» di Maroni era Berlusconi, decisamente compassato rispetto a Salvini, che non tratteneva la propria irritazione verso il compagno di partito. Eppure la mossa del governatore di non ricandidarsi per il Pirellone, quando mancano ormai poche settimane all’inizio della campagna elettorale, crea un problema al centro-destra. E se davvero Maroni coltivava da tempo l’idea di mollare per «ragioni personali», avrebbe potuto anticiparlo ai leader della coalizione, invece di rivelarsi incerto fino all’altro ieri, mostrandosi turbato e offrendo argomentazioni a dir poco contraddittorie, che andavano dal «basta con la politica» al «resto comunque a disposizione».

Il «romanzo» di Arcore
Insomma anche il Cavaliere avrebbe avuto validi motivi per aggiungersi alle manifestazioni di sconcerto del segretario leghista. Invece no. Così il vertice di Arcore – incentrato quasi del tutto sul «caso Lombardia» – assume i contorni di un romanzo, il cui finale è tutto da scrivere. L’ipotesi che le vicissitudine giudiziarie e l’onta minacciosa della legge Severino abbiano spinto Maroni a passare subito la mano ha forte credito. Poi c’è la pista politica. Raccontano che Salvini scrutasse con particolare attenzione Berlusconi, mentre il padrone di casa parlava del convitato di pietra. E per un valido motivo: l’acerrimo amico di partito – che non ha mai mancato di opporsi alla sua linea – uscendo oggi dalla porta potrebbe rientrare domani dalla finestra.

Sia chiaro, è impensabile che Maroni diventi premier nel caso in cui il centrodestra vinca le elezioni. Tutt’al più potrebbe aspirare a un dicastero. Ma se il centrodestra non riuscisse a conquistare la maggioranza in Parlamento? Ecco l’insidia per Salvini, che ricorda la stagione del ’94, quando Bossi ruppe al governo con Berlusconi e «Bobo» fu sul punto di schierarsi con il Cavaliere. Da allora i rapporti tra i due sono stati sempre molto stretti. Stretti fino al punto che Maroni potrebbe trasformarsi nel capofila dei «dialoganti» all’interno del Carroccio, e appoggiare il disegno di Berlusconi per sostenere un governo chiamato a gestire «nell’interesse del Paese» una fase di transizione.

Pensierini andreottiani che l’atteggiamento del padrone di casa hanno reso quasi palpabili, e che il capo della Lega ha voluto scacciare assegnando intanto al proprio partito il prossimo candidato al Pirellone. Ma se sul nome di Giorgetti (vice segretario della Lega) Berlusconi non ha manifestato dubbi, su quello di Fontana (ex sindaco di Varese) ha chiesto «una pausa riflessione»: «Per figure minori è bene prima fare dei sondaggi». In effetti, cambiare in corsa potrebbe mettere a rischio il risultato, non a caso ieri Renzi ha lanciato il tweet «Forza Gori». Se il candidato democrat è dieci punti dietro il governatore uscente, contro una «figura minore» potrebbe avere qualche chance.

L’effetto election day
Su questo tema però Giorgia Meloni ha preso le parti di Matteo Salvini: con l’election day il centrodestra avrebbe comunque partita vinta, grazie all’effetto «trascinamento» del voto politico nazionale. In ogni caso il leader del Carroccio è pronto a fare oggi il blitz per chiudere questa vertenza e prepararsi a sistemare i conti con Maroni. Sarà un modo per non dare a Berlusconi un ulteriore spazio negoziale, anche perché – nel caso in cui Forza Italia puntasse davvero sulla Gelmini – la Lega chiederebbe una maggiore percentuale di collegi per l’uninominale. E la sfida tra il Cavaliere e Salvini in Parlamento si gioca proprio su quei numeri, che potrebbero essere determinanti per un eventuale governo di larghe intese.

Sarà pure stato un vertice unitario, e non c’è dubbio che un clima di coesione è rimbalzato ieri da Arcore, ma la sfida interna resta. E il leader leghista ha già dovuto concedere terreno a Berlusconi, con il riconoscimento politico della quarta gamba della coalizione, che diventa di fatto l’altra lunga mano del capo forzista: «Noi con l’Italia» siederà al tavolo del programma e a quello delle candidature, ma sarà il Cavaliere il loro garante per i collegi che verranno concessi, si vedrà quanto limitati nel numero e nelle scelte sui nomi. È ovvio che Salvini punti a perimetrare anche quel confine, sapendo di dover fare i conti con la strategia di accerchiamento di Berlusconi, che in un’intervista al Foglio si propone (di nuovo) come il federatore del centro-destra e come argine contro «ogni tentazione demagogica».

Compresa la foto sotto l’albero di Natale, tutto appariva lietamente scontato ieri. Non fosse stato per il colpo di scena di Maroni. Anche se il Cavaliere non sembrava così sorpreso…

 

Corriere della Sera.

www.corriere.it/

 

 

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