“Dobbiamo rubare il più possibile”.

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“Dobbiamo rubare il più possibile”.

LAURA MONTANARI MASSIMO MUGNAINI
«Qui bisogna cercare di rubare il più possibile » dice uno. E l’altro che è un giudice, Roberto Bufo, 56 anni, di Carrara ma in servizio al tribunale di Pisa, risponde: « Esatto » . E il primo: « Il concetto di fondo è uno solo… anche perché tanto a essere onesti non succede niente » . Bastano quelle poche righe nell’ordinanza del gip di Genova per capire l’aria che tira nell’assegnazione delle aste giudiziarie a Pisa. Aste pilotate, che secondo le accuse, andavano avanti dal 2016. Eppure l’inchiesta parte da Massa e da altre tre aste considerate «anomale».
Nel corso degli accertamenti dei carabinieri, viene fuori un orizzonte più ampio e il coinvolgimento di un giudice, cosa che fa slittare parte dell’inchiesta a Genova. Il giudice civile Bufo avrebbe conferito alla figlia di Roberto Ferrandi, suo amico e delegato alle vendite giudiziarie, diversi incarichi di curatela delle eredità giacenti e di amministrazione di sostegno in modo da aggiudicarsi, tramite prestanome, immobili e terreni venduti all’asta sia a Massa, sia a Pisa.
Ieri sono scattate le misure di custodia cautelare: sette. Quattro le persone sono in carcere. Le misure riguardano oltre al giudice, Roberto Ferrandi 65 anni, l’incaricato delle esecuzioni immobiliari a Massa, sua figlia Francesca, avvocato trentenne, Virgilio Luvisotti (in foto), 84 anni, ex consigliere regionale di An e ex direttore dell’istituto di vendite giudiziarie di Pisa, il suo collaboratore alle vendite giudiziarie Giovanni Avino, 36 anni, pisano, Luca Paglianti, 53 anni di Pontedera ( Pisa), architetto e dipendente della Provincia. Misura cautelare anche per Oberto Cecchetti, 72 anni romano giudice di pace in quiescienza, avvocato del foro pisano e curatore per eredità giacenti del tribunale di Pisa.
Secondo gli inquirenti Bufo, Roberto e Francesca Ferrandi, Paglianti e Cecchetti si sono associati tra loro per «commettere un numero indeterminato di delitti » sia di corruzione in atti giudiziari, sia di corruzione per atti contrari ai doveri di ufficio, turbata libertà degli incanti, peculato e falsi ideologici in atti pubblici. Un esempio del modo di fare del gruppetto si vede quando, ad un certo momento, il magistrato affida alla figlia del suo amico commercialista, l’amministrazione dell’eredità giacente di una donna di Montelupo: nel sopralluogo coi familiari scoprono in casa 46mila euro e Bufo, in separata sede, manifesta l’intenzione di « fare sopralluoghi preliminari » . Il motivo emerge dal dialogo successivo tra Ferrandi e la figlia, col primo che mima con la mano, il gesto di rubare. Bufo e gli altri intendevano sottrarre somme di denaro altrimenti destinate allo Stato in quanto « giacenti all’interno di assi ereditari e amministrazioni di sostegno non riscosse da eredi o enti pubblici». Alcune di quelle pratiche venivano dirottate alla figlia dell’amico «gliene do dieci così non ti rompe più … » . Altro sistema per lucrare era quello, sostengono gli investigatori basandosi sulle intercettazioni, di gonfiare i compensi dei professionisti o di addomesticare le stime. Luvisotti e Avino sono accusati di avere ceduto fittiziamente a Bufo una Mercedes Glk ( 12 mila euro) perché assegnasse loro incarichi di custodia e di vendita di un maxi yacht la cui base d’asta sfiorava i 4 milioni di euro e circa 300 mila euro di provvigioni all’istituto di vendite giudiziarie per indennità di sosta del bene custodito.

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