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La Repubblica islamica d’Iran: un Paese normale?

di Alessandro Faria

L’icastica immagine di una ragazza a capo scoperto che sventola il velo appeso a un’esile bacchetta è stata a lungo il simbolo delle recenti manifestazioni in Iran, eppure la scena era stata filmata giorni prima degli eventi in una situazione completamente differente. In essa è racchiusa la contraddizione tra quanto avvenuto e quanto rappresentato. Da un lato la lettura semplicistica di alcuni media, che ha voluto rappresentare i moti di piazza come un anelito di libertà, sulla falsariga di altri e diversi moti. Dall’altra la più complessa realtà di un Paese più normale di quanto si pensi, i cui cittadini patiscono un’insoddisfacente situazione economica, che penalizza soprattutto i più deboli.

Per comprendere quanto accade occorre fare un passo indietro, ricordare la rivoluzione, per molti versi egalitaria, seguita dai lunghi e dolorosi anni della guerra, che gli iraniani considerano ingiusta e imposta, la ricostruzione guidata da Rafsanjani, la ventata di novità portata da Khatami, il populismo di Ahmadinejad e soprattutto le molte attese destate dall’elezione di Hassan Rohani.

Dalla fine della guerra con l’Iraq, gli iraniani hanno visto gradualmente migliorare le loro condizioni di vita, tanto dal punto di vista economico, quanto da quello delle libertà sociali. Grazie ai proventi del petrolio, il cui prezzo era allora particolarmente alto, il governo Ahmadinejad ha potuto assicurare vantaggi alle classi meno abbienti, tradizionalmente legate ai conservatori. Con il crollo del prezzo del petrolio, preceduto dalla politica economica non propriamente rigorosa dell’ultimo governo conservatore, Rohani si è visto costretto a stringere i cordoni della borsa, cercando di mettere un freno all’inflazione, e ad avviare profonde riforme economiche. Questo ha creato i presupposti per la situazione odierna, grazie alla quale anche l’attuale presidente sembra avviato a vivere anni travagliati nel corso del suo secondo mandato, così come spesso accaduto ai suoi predecessori nei quasi quarant’anni che ci separano dalla rivoluzione del 1979.

Certo, non ne è la sola causa, perché grazie alla natura stessa della Repubblica islamica e alla vischiosità dei suoi meccanismi, che richiedono tempi lunghi per la costruzione del consenso, già oggi tutti si stanno posizionando per le prossime elezioni presidenziali. A questo si aggiunge il contesto internazionale, non più propizio come negli anni di Obama.

In questo quadro, non vi è dubbio che lo scontento sia stato cavalcato da una parte dei conservatori, come sembrerebbero indicare anche le voci ancora non confermate che rivelano il coinvolgimento di Ahmadinejad, ma anche la distribuzione delle proteste, spesso in luoghi periferici. A quanto possiamo capire dall’esterno la mossa dei conservatori non sarebbe piaciuta alla Guida e ai responsabili della sicurezza interna, pronti a ristabilire l’ordine con pugno di ferro.

Nel più vasto contesto mediorientale, la scelta di Donald Trump di avere come principali alleati nella regione Israele e Arabia Saudita, sovvertendo così la politica di dialogo voluta dal suo predecessore, ha spiazzato l’Europa e allontanato Iran e Turchia, lasciando al solo Putin il ruolo di mediatore nei tanti teatri di crisi dell’area. Al contempo, la posizione americana ha indebolito Rohani, che insieme a Javad Zarif aveva puntato molto sulla ricaduta positiva del JCPOA (Joint Comprehensive Plan Of Action), dando fiato a quanti internamente al sistema ritengono che gli USA non siano un interlocutore affidabile. Nei piani del governo, la firma dell’accordo sul nucleare avrebbe dovuto aprire l’economia iraniana al mondo, portando investimenti internazionali e rilanciando così l’asfittica industria iraniana.

In questo contesto il governo di Rohani ha tentato di rendere più virtuosa l’economia del Paese, limitando il peso dell’apparato pubblico e soprattutto delle grandi fondazioni religiose che dominano il sistema finanziario e industriale iraniano. La politica di Rohani, positiva in tempi lunghi perché in grado di liberare risorse e di limitare la corruzione, nel breve non si presta a creare reddito e lavoro, deludendo in questo modo le richieste dei giovani e delle classi meno abbienti, specie in assenza d’investimenti internazionali. Ciò spiega il malcontento alla base delle manifestazioni, che hanno coinvolto ceti non soliti a scendere in piazza, pur senza escludere altre rivendicazioni, spesso puntuali.

La notizia delle scorse ore circa l’arresto di un numero imprecisato di studenti aggiunge una dimensione più politica alla vicenda. Certo, la precaria situazione economica accompagnata da una spesa consistente dovuta al rilevante impegno politico e militare in diversi teatri regionali non rende facile il compito del nuovo governo. Al contempo il Medio Oriente ha bisogno di un Iran stabile e moderato per raggiungere una pace duratura, che potrà essere conquistata solo mettendo tutti i protagonisti allo stesso tavolo. Al momento le chiavi sono in mano a Putin, presente anche militarmente nell’area, ma l’Europa ha molte carte da giocare, specie grazie alla linea politica al tempo stesso solida, rigorosa e moderata incarnata da Federica Mogherini.

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