Papa Bergoglio neologista.

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Papa Bergoglio neologista.

Pope Francis is mobbed by nuns at the Duomo in Naples, Italy, 21 March 2015. The Pope's one-day apostolic visit to Naples follows a tight schedule with a visit to the Sanctuary of Our Lady of Pompeii, a mass, a lunch with detainees, and a visit to the cathedral with the relics of St. Januarius, or San Gennaro. ANSA/CIRO FUSCO

di Salvatore Claudio Sgroi*

 

Non c’è dubbio che il linguaggio di Papa Francesco si caratterizzi per la sua profonda “dialogicità” nei rapporti con gli altri, interpellati con forme allocutive della lingua comune, pur essendo il suo parlato tecnicamente uno scambio unidirezionale, ovvero parlato con interlocutori presenti ma lontani (“bidirezionale a distanza”), rispetto a uno scambio bidirezionale, faccia a faccia, con turno di parola. Si potrebbe anche dire che Papa Francesco attualizza, in maniera straordinaria, il principio della dialogicità, quale funzione primaria del linguaggio verbale. In tal senso è in sintonia con la illuminante formulazione di H.G. Gadamer (1995): «Il linguaggio non è qualcosa di correlato a soggetti singoli. Il linguaggio è un Noi, in cui siamo associati gli uni agli altri, e in cui il singolo non ha limiti stabiliti. Ciò però significa che per comprendere dobbiamo oltrepassare tutti i nostri limiti. Questo accade nello scambio vivente del dialogo. Tutte le comunità viventi sono comunità linguistiche, e il linguaggio esiste solo nel dialogo».

 

Più italofono degli italiani

 

La lingua di cui Papa Francesco si serve per realizzare tale finalità ‘langagière’ o locutoria non è peraltro, com’è noto, il suo nativo spagnolo sudamericano, ma la lingua italiana, nel solco della tradizione della Chiesa, lontana da ogni tentazione dell’uso dell’anglo-americano come lingua internazionale o veicolare.

Nel ricorso a una lingua “seconda” come l’italiano, Papa Francesco si rivela peraltro non poco innovativo e per il suo ruolo sociale un modello per gli stessi nativofoni italiani. E tutto ciò contrariamente ad affrettati giudizi su presunti “errori” da lui commessi parlando in italiano.

Se certamente nella pronuncia egli lascia trasparire tracce della sua lingua nativa (per es. nell’uso delle doppie, o della realizzazione della “s”, della “z”), al livello sintattico, morfologico e lessicale si rivela invece “più italofono” degli stessi italo-nativofoni. Inevitabilmente il suo messaggio innovativo, si avvale di forme neologiche, che focalizzano concetti-chiave del suo apostolato.

Il livello neologico si rivela a livello di calchi sullo spagnolo ma spesso in parallelo con neoformazioni italiane, favoriti dalla comune matrice etimologica (neolatina) e tipologica dei due idiomi del repertorio verbale del Papa.

 

Le neoformazioni

 

Sorvolando sugli usi morfologici e sintattici (tra cui presunti usi errati nell’uso del congiuntivo), esemplifichiamo solo a livello lessicale (cfr. S.C. Sgroi Il Linguaggio di Papa Francesco, Libreria Editrice Vaticana 2016 e vari interventi su «La Sicilia» 2016 e 2017).

Spuzzare

Si ricorderà il prefissato intensivo s-puzzare ‘puzzare’: «la società corrotta spuzza» (discorso a Scampia, 21.III.2015) risalente al piemontese (dei nonni) spussè ‘puzzare’, indebitamente “normalizzato” (o banalizzato) e depotenziato nel denominale puzzare in non pochi giornali cartacei e on line, e in telegiornali nazionali.

Misericordiare

E quindi il misericordiando quale resa del lat. miserando (intervista nel sett. 2013 di Antonio Spadaro S.I.) nel motto Miserando atque eligendo. Lo stesso Pontefice così commenta il proprio uso: «il gerundio latino miserando mi sembra intraducibile sia in italiano sia in spagnolo. A me piace tradurlo con un altro gerundio che non esiste: misericordiando». In realtà però sia lo spagn. misericordiar che l’it. misericordiare, entrambi strutturalmente denominali, erano stati già formati rispettivamente, stando a Google, nel 1749 e nel 1471. Il recupero di Papa Francesco li rimette quindi in gioco a un tempo nelle due lingue.

Nostalgiare

E poi il denominale nostalgi-are (omelia del 31.XII.2014), «difenderci dalla nostalgia della schiavitù, difenderci dal ‘nostalgiare’ la schiavitù», dallo sp. nostalgiar (1906), assente nella lessicografia spagnola ma non in Google libri  vs sp. nostalgizar e it. nostalgizzare (1985), documentati in Google.

Mafiarsi

E il pronominale mafiar-si (stessa omelia): «quando una società ignora i poveri, li perseguita, li criminalizza, li costringe a ‘mafiarsi’, quella società si impoverisce fino alla miseria»; in italiano c’è invece l’intransitivo denominale mafiare  ‘comportarsi da mafioso’. In sp. mafiarse appare in una precedente omelia in spagnolo del Papa (Google libri).

Commosso ‘scosso, turbato’

In seguito alla strage compiuta dall’Isis a Parigi nel novembre 2015, Papa Francesco in una intervista telefonica del 15.XI, aveva dichiarato di essere «commosso e addolorato». Un commosso, apparentemente un po’ flebile, non molto adeguato alla gravità dell’evento, se non fosse che si tratta di un calco dello sp. conmovido che vale ‘scosso, turbato’. Anche in questo caso il valore semantico spagnolo è parallelo a quello dell’italiano letterario, come conferma il Dizionario di De Mauro con due ess. d.o.c (Dante e Pascoli).

Zizzaniere

«Nella Chiesa ci sono gli ‘zizzanieri‘, quelli che dividono e distruggono le comunità con la lingua» ha detto Papa Francesco il 12.V.2016, durante la Messa del mattino a Casa Santa Marta. Un calco strutturale sullo spagn. cizañero agg. e sost. (1599); in italiano decisamente poco comune ma pur presente (cfr. Google libri) nel 1962: «Quell’analfabeta, […] xenofobo e zizzaniere» e nel 1986 «il seminatore e il zizzaniere».

Inequità

«La perdita del senso di giustizia e la mancanza di rispetto verso gli altri […] ci hanno portato a una situazione di ‘inequità’» si è potuto leggere nel suo volume Solo l’amore ci può salvare (Libreria Editrice Vaticana 2013). Ancora un es. di calco strutturale di in-equità sul prefissato sp. in-equidad (neoformazione) VS il tradizionale suffissato iniqu-idad, latinismo ‘iniqu-ità’, ingiustizia” (dal lat. iniquitāte(m)).

Disisperanza

«Semina speranza, olio di speranza, profumo di speranza, non aceto di amarezza e di disisperanza», ha pronunciato il nostro Sommo locutore nell’udienza generale del 31.V.2017, piazza San Pietro). Un ulteriore derivato dal prefissato sp. des-esperanza ‘mancanza di speranza’, ‘non-speranza’ (neoformazione) VS il suffissato desespera-ción «pérdida total de la esperanza» ovvero “dispera-zione” latinismo (dal lat. desperatiōne(m)).

Il neologismo strutturale di Papa Francesco non è comunque una novità assoluta in italiano, perché, stando a Google libri, c’è un es. precedente del 2003 e già nel 1982: «questo senso disperato delle cose, questa disisperanza che viene dal fondo, e non dal fondo soltanto dei personaggi, delle loro parole e dei loro gesti».

La sottile, rilevante distinzione dei due concetti è così felicemente lessicalizzata grazie ai due neologismi, che sfruttano potenzialità insite nel sistema comuni alle due lingue (la prefissazione mediante “in-, des-/dis- + Nome”): in-equiedad/in-equità (neoformazioni) vs iniqu-idad/iniqu-ità (latinismi) e des-esperanza / dis-isperanza (neoformazioni) vs desespera-ción / dispera-zione (latinismi). Il che costituisce un arricchimento del lessico italiano, strutturalmente compatibile.

Nostalgioso

«’I Re Magi erano “nostalgiosi” di Dio’» si è sentito dire nell’omelia per la festa dell’Epifania (6.I.2017) da parte di Papa Francesco: calco strutturale sullo sp. nostalgi-oso, neologismo ispano-americano (1938) documentato nel Corpus del Español del Siglo XXI, con 6 ess. su 9 nell’Argentina di Bergoglio, rispetto al più comune nostálg-ico (1884). Un transfert strutturalmente compatibile in italiano, che condivide con lo spagnolo la formazione di suffissati in –oso. Prima dell’uso del Papa, nostalgi-oso esisteva potenzialmente in italiano, ma è grazie a papa Francesco, che si è realizzato in italiano, in virtù della regola di derivazione condivisa con lo spagnolo, diventando quindi, come direbbe Eugenio Coseriu, “norma” e con un avvenire assai promettente dinanzi a sé grazie al prestigio del Sommo Locutore.

Dormire come un legno

In una intervista radiofonica alla fine del 2016 il Papa ha dichiarato: “Dormo come un legno. Il giorno delle scosse del terremoto, non ho sentito nulla, eh?, che ricalca lo sp. dormir como un leño. Un italo-nativofono si sarebbe forse aspettato con altro paragone dormo come un sasso. La resa letterale dello sp. sarebbe stata dormire come un ciocco ma scartata in quanto decisamente poco usata. Il paragone con il “ciocco”, va anche detto, è vitale nei dialetti italiani, dal nord al sud. Un solo es. il piemontese dormir como un such, ma anche nel Lazio: dormi’ come ‘n ciocco de’ legno, o nel sic.: M’ava durmutu commu un zuccu e lignu e in non poche lingue moderne (cfr. fr. dormir comme une souche).

Il dormire come un legno del Papa apparentemente estraneo all’italiano, sottende così un profondo legame dell’italiano con i dialetti italiani e con le lingue europee. E ciò in maniera imprevista, con una traduzione moderna, fedelissima al quasi defunto dormire come un ciocco.

Rapidazione

Non meno intrigante è infine l’es. di rapidazione. Nel discorso del 17.II.17 agli universitari di Roma Tre Papa Francesco ha voluto denunciare come nel mondo della globalizzazione «anche la fretta, la celerità della vita ci fa violenti». «Gli olandesi ‒ ha sottolineato ‒ avevano inventato una parola, “rapidazione“, come la progressione geometrica nel tempo, […] quando arriva alla fine è più veloce, si va più rapidi, con il pericolo di non avere il tempo di fermarsi per poter assimilare, pensare, riflettere». Il glottoplaste olandese è rintracciabile nel teologo Robert Adolfs, autore di Het graf van God (1966), tradotto nel 1967 in spagnolo a Buenos Aires La tumba de Diós e in ingl. The grave of God e dall’ingl. in it. La tomba di Dio nel 1968.

C’è da chiedersi come Papa Francesco abbia potuto acquisire tale termine. Per lo spagnolo è certamente plausibile una conoscenza della trad. del 1967, e da qui la presenza di rapidación (suffissato denominale “da rápido (del fiume) s.m. + –ación“) nell’enciclica Laudato si’ del 2015.

Quanto all’italiano rapid/azione (da “rapida (del fiume) s.f. + –azione“) la fortuna del termine, dopo la trad. del 1968, è documentabile, grazie a Google, nell’ambito del dibattito all’interno della cultura gesuita, con A. Ellena 1969, Piersandro Vanzan S.J. di «Civiltà Cattolica» 2002, e Giandomenico Mucci 2004 in «La Civiltà cattolica».

Il che non esclude naturalmente una diretta traduzione di Papa Francesco dello sp. rapidación nell’it. rapidazione, presente in italiano nel discorso agli universitari del 2017, favorita dalla analogia strutturale delle due lingue.

In tal modo, il termine italiano rapidazione “rilanciato” dal Papa potrà ritornare in circolazione acquistando nuova vitalità, suscettibile di essere accolto nella lessicografia generale della lingua italiana.

In conclusione, quindi, ancora una volta papa Francesco con i suoi neologismi stranieri rafforza e vivifica ‒ via spagnolo ‒ la tradizione italiana, ponendo le premesse per una maggior fortuna di varie voci.

 

*Salvatore Claudio Sgroi, ordinario di Linguistica generale, nell’Università di Catania, si è occupato di Linguistica teorica, storica, descrittiva, di sociolinguistica, storia della linguistica, storia della grammatica, interlinguistica, linguistica contrastiva, traduttologia, e linguistica educativa in prospettiva anti-puristica e ‘laica’. È autore di oltre 400 pubblicazioni, tra cui Per una grammatica ‘laica’. Esercizi di analisi linguistica dalla parte del parlante (Utet-De Agostini 2010), Dove va il congiuntivo? (Utet-De Agostini 2013), Scrivere per gli Italiani nell’Italia post-unitaria (Cesati 2013), Il linguaggio di Papa Francesco (Libreria editrice Vaticana 2016), Maestri della linguistica italiana (Dell’Orso 2017), Maestri della linguistica otto-novecentesca (Dell’Orso 2017).

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