Allarme Enoteca: quale sorte per il brand?

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Allarme Enoteca: quale sorte per il brand?

 

Si va verso il licenziamento dei dipendenti e la messa al bando del marchio. Le prospettive dell’agroalimentare in un incontro a Spaziosiena

SIENA – 

Voci insistenti fanno prefigurare che il marchio “Enoteca italiana” venga ceduto, attraverso un bando, e che i dipendenti possano esserelicenziati, nonostante le rassicurazioni arrivate dal Consiglio comunale. «Ovviamente – osserva Pierluigi Piccini – servono forme di tutela per i dipendenti, ma anche per un brand che ha difeso e rappresentato la qualità del vino italiano nel mondo, e che non può essere svenduto, proprio per ciò che rappresenta. Sopratutto, Enoteca italiana deve rimanere a Siena. I senesi – aggiunge Piccini – devono ottenere adeguate garanzie su questi punti. Cosa faranno, in questo senso, Comune, Regione, Camera di commercio? Inoltre, saranno coinvolti il Ministero, i consorzi, le associazioni e le  altre regioni?».

Sulla valorizzazione del vino, dell’olio extravergine di oliva e dell’agroalimentare di qualità se ne è parlato a Spaziosiena sabato scorso, con qualche prospettiva incoraggiante che arriva dai vertici delle associazioni delle Città dell’olio e delle Città del vino (Antonio Balenzano, Paolo Corbini, Paolo Benvenuti). Questa in sintesi la loro proposta: «Una cittadella dell’agroalimentare potrebbe nascere nella Fortezza medicea: ci sono tutti gli attori, le competenze, le esperienze. Manca solo una volontà politica, la stessa che ha sancito la chiusura dell’Enoteca italiana». La linea di azione è chiara: ci sono l’istituto agrario, associazioni nazionali, consorzi, imprenditori, associazioni di categoria e soprattutto una naturale vocazione ad essere punto di riferimento dell’eccellenza agroalimentare. Manca solo un apporto dell’Università, che non si occupa di scienze agrarie, come manca una scuola alberghiera. Sono lacune da colmare al più presto: Siena non si può permettere di perdere un primato su questo settore, come sulla didattica, ovvero le sue vocazioni più forti, sulle quali fondare una rinascita economica. Basti ricordare che la prima Doc del vino è stata la Vernaccia di San Gimignano, la prima Docg il Brunello di Montalcino, che l’unico ente di promozione del vino, l’Enoteca italiana, è stato istituito per decreto regio negli anni Trenta del secolo scorso, che il Vinitaly è stato partorito a Siena. Scelte politiche hanno consentito di superare l’ambito senese come sede delle decisioni nel settore vitivinicolo e come riferimento internazionale, nel disinteresse generale degli enti e dei politici senesi.

«La mancanza di visione e di progettualità – dichiara Pierluigi Piccini – ha determinato un disastro: la chiusura della stessa Enoteca Italiana. Ma una nuova amministrazione comunale, una nuova apertura all’esterno possono e devono far recuperare terreno, e restituire a Siena un ruolo che le è consono. È il mio impegno. Il ragionamento – continua Piccini – vale anche per il Santa Maria della Scala e per l’offerta culturale: senza una progettualità e un investimento sulla produzione culturale, tutto si trasforma in eventi da consumare velocemente e superficialmente». Anche il vino non può vivere di un solo evento annuale. Il dibattito a Spaziosiena è servito a fare chiarezza sulla necessità di un’offerta di qualità elevata, anche per la cultura materiale, in modo da richiamare anche un turismo di qualità. Altrimenti, resta solo il turismo mordi e fuggi, e la città si impoverisce. Serve ripristinare subito un dialogo virtuoso con il territorio, e una visione internazionale che possa richiamare investitori importanti.

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