Il patron grida al complotto “ Qui dietro c’è una mano rossa”.

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Il patron grida al complotto “ Qui dietro c’è una mano rossa”.

ANTONELLO CASSANO,
Dal nostro inviato
POTENZA
Eccolo lì Salvatore Caiata, proprio al centro del campo di calcio all’interno dello stadio “Alfredo Viviani”, il suo stadio.
Lo hanno cercato dovunque, per tutta la giornata. Lui si presenta puntuale per assistere all’allenamento del Potenza Calcio, la sua creatura presa a luglio dello scorso anno e portata ai vertici della Serie D. Passeggia sull’erba sintetica e non si stacca dal suo cellulare. Alle sue spalle c’è il Palazzo di Giustizia della città, guarda un po’ i casi della vita. Si lascia avvicinare: «Dietro questa storia – dice – c’è una lunga mano rossa o blu. Non mi frega niente della candidatura, a me interessa la dignità personale, la figura che faccio davanti a mio figlio». Si trincera dietro i messaggi di solidarietà: «Ne ho ricevuti migliaia. No, da Luigi Di Maio, no. Non l’ho sentito.
Quella storia giudiziaria?
Niente, anche il procuratore ha dato atto che è una vecchia vicenda. Strano che venga tirata fuori a dieci giorni dalle elezioni». Si avvicina un tifoso: «Presidente – gli confessa – io non avrei dovuto votare, ma ora ti porto tre voti».
Per capire per quale motivo una parte di Potenza si sia schierata al suo fianco bisogna fare un passo indietro.
Precisamente al giugno dello scorso anno, il suo ultimo mese a Siena. Qui Caiata arriva giovanissimo, per frequentare l’università. Si laurea in Scienze bancarie e si mantiene facendo il pizzaiolo. Poi trova capitali, fa il grande salto e forse, col senno di poi, è proprio qui che inciampa.
Comincia a gestire hotel e case di riposo. Conquista anche il cuore di Siena, Piazza del Campo, dove rileva alcuni ristoranti. Fa collezione di quote in varie società. Ma Potenza, la sua città, lo chiama. E allora convoca una conferenza stampa a Siena dove in sostanza dice «basta, lascio tutte le società, torno a casa». Siamo a giugno e Caiata rileva il 5 per cento delle azioni del Potenza Calcio. Appena un mese dopo la sua quota sale all’80 per cento. Intanto la squadra comincia a vincere.
Oggi i rossoblu sono primi in classifica. I tifosi sono al settimo cielo e lo stadio è pieno come un uovo a ogni turno casalingo. Caiata è idolatrato.
E così il salto dal calcio alla politica è rapido. Arriva la chiamata di Di Maio e lui scende in campo: candidato nel collegio uninominale Potenza-Lauria, quello in cui il centrosinistra schiera Guido Viceconte (ex di Forza Italia), il centrodestra candida Nicola Benedetto (ex assessore nella giunta di centrosinistra di Marcello Pittella) e Liberi e Uguali si affida a Roberto Speranza. Il risultato era incerto, fino a poche ore fa.
Ora però dal passato senese una mano afferra Caiata per farlo cadere nella polvere. Dal Comune arriva pure la richiesta di rendicontazione finaziaria dell’amministrazione dello stadio. Lui prova il contropiede sui social: «Un ciclone mediatico – scrive su Facebook – metto a disposizione tutta la documentazione per chiarire questo attacco e mi autosospendo dal Movimento». Neanche un’ora dopo, sempre su Facebook, arriva però la scomunica da Di Maio. Caiata è fuori dal Movimento. Il colpo è forte, ma lui non demorde.
Approfitta subito di un evento previsto in agenda: un incontro a Avigliano (11mila abitanti a mezz’ora da Potenza) per presentare i candidati pentastellati. Caiata si presenta in orario. Davanti a una cinquantina di presenti ripete lo stesso canovaccio: «Sono una brava persona e mi ritrovo descritto come il peggiore bandito d’Italia». Poi però aggiunge: «Non ritengo di dover ritirare la candidatura.
Sono sereno con la magistratura e sono incazzato con i giornalisti. Il danno ormai è fatto, ma io stringo i denti, vi ringrazio e vi saluto» dice abbandonando la sala fra un applauso timido dei presenti. Appena va via, però, nei corridoi deflagra la protesta degli attivisti: «È un fatto gravissimo – attacca un consigliere comunale pentastellato – non doveva neanche presentarsi. E invece viene qui a farsi campagna elettorale usando il nostro simbolo. E pensare che non ha ancora presentato la documentazione sulla inchiesta giudiziaria». Nei corridoi la discussione prosegue fra curiosi e semplici militanti: «È un disastro – dice uno di loro – ma noi adesso, se non votiamo lui, chi votiamo»?

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