Elezioni 2018: un altro referendum su Renzi, una sconfitta lunga 15 mesi.

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Elezioni 2018: un altro referendum su Renzi, una sconfitta lunga 15 mesi.

La parabola del leader che dovrà valutare le conseguenze: l’opzione più radicale è quella delle dimissioni
Una sconfitta senza se e senza ma. Per Matteo Renzi questo voto chiude una parabola che si è velocemente impennata nel 2013 e rapidamente è crollata. E se i primi dati verranno davvero confermati non potrà che trarne le conseguenze. Mettendolo davanti all’opzione più radicale: le dimissioni.

Le ragioni di questa debacle sono abbastanza evidenti. E c’è una causa scatenante: questo insuccesso è la conseguenza di quel che è accaduto 15 mesi fa. Ieri non si è solo votato, si è di fatto celebrato un nuovo referendum. Almeno per Renzi, queste elezioni sono la seconda puntata del 5 dicembre 2016. Perché da lì viene questo nuovo colpo al segretario del Pd. Il peccato originale risale a quella data. E tutti gli errori commessi dal leader democratico ne sono la semplice eco. Del reso è stata sbagliata tutta la gestione della riforma costituzionale. Il vero nodo di quella vicenda non era il merito della riforma. Non è mai stata in discussione la necessità di ammodernare il nostro impianto costituzionale. Semmai lo sono state le modalità con cui è stata condotta. Associare quelle modifiche alla Carta con l’uso del voto di fiducia sulla legge elettorale – l’Italicum – ha provocato un sorta di rigetto in parte dell’elettorato di centrosinistra e anche in parte di quei cittadini che alle europee dell’anno precedente avevano deciso di premiarlo abbandonando temporaneamente il centrodestra e il Movimento 5Stelle. Aver personalizzato quell’appuntamento, anziché depotenziarlo è stato il detonatore della protesta. Lo hanno considerato un gesto di arroganza che questo Paese non sopporta, soprattutto quando i benefici non vengono distribuiti. Ossia quando l’economia non aumenta o mantiene il benessere. Da quel momento ogni scelta è stato il tentativo di cancellare il “peccato originale”. Ogni mossa, però, ha reso ancora più problematico il rapporto con l’opinione pubblica.

Nei giorni scorsi, ad esempio, il fondatore dell’Ulivo Romano Prodi diceva: “Se Renzi avesse lasciato la segreteria del Pd, ora lo avrebbero richiamato tutti a furor di popolo”. Aver promesso le dimissioni, e poi averle di fatto parzialmente ritirate, è stato il primo atto che ha fatto rotolare la sua immagine nella percezione degli italiani. Ha lasciato la presidenza del consiglio, non la guida del Pd. Ripresentarsi al congresso del suo partito gli ha permesso una vittoria tra i militanti, non tra gli elettori. Probabilmente tenersi lontano dai palazzi del potere avrebbe invece ripulito la sua immagine. Bastava fare un’esperienza all’estero, dimostrare di mantenere la parola data e quel rigetto sarebbe stato metabolizzato.

Stesso discorso sulla nascita del governo Gentiloni. Quell’esecutivo, come spiega l’attuale presidente del consiglio, è nato “perché c’era un problema in quello precedente. Altrimenti io non starei alla presidenza del consiglio”. Ma proprio per questo, il leader dem si è infilato in un’altra strada senza uscita. Aver insistito – o anche aver accettato – di lasciare nella compagine ministeriale i suoi due più stretti collaboratori, è stata infatti una scelta vissuta come la volontà di lasciare un piede a Palazzo Chigi. La presenza di Maria Elena Boschi e di Luca Lotti ha fatto in modo che le sue impronte rimanessero. E per i primi mesi di questo esecutivo, nella sensazione degli italiani, tutto appariva immodificato. Al punto che proprio l’attuale sottosegretaria alla presidenza del consiglio è diventata il simbolo della crisi del renzismo. E anche in questo caso, il leader dem non può nascondere e nascondersi che per la Boschi la genesi della crisi di popolarità ha un solo nome: Banca Etruria. Al di là delle responsabilità effettive, per gli italiani quella vicenda ha rappresentato un vero e proprio spartiacque. In particolare il drammatico suicidio (a dicembre 2015) di un risparmiatore che aveva investito i suoi risparmi in quella banca, ha segnato un cambio di passo catastrofico. Ogni errore, insomma, ha inseguito lo sbaglio successivo.

Questa somma di scelte ha portato alla sua rielezione nei dem ma non ne ha cambiato lo spirito. L’idea della rottamazione e la centralità della leadership è rimasta un carattere ineliminabile. Il Pd, però, è nato come la fusione di culture e tradizioni diverse. Per sua natura ha bisogno di mediazione e non sopporta gli eccessi verticistici. Renzi non ha fatto nulla per raccogliere i segnali che venivano dalla sua base e che spingevano per una gestione più collegiale del partito. La definizione delle ultime liste elettorali ha convinto tutti che l’obiettivo fosse quello di costituire gruppi parlamentari fedeli più che plurali. Così come la scelta di evitare in questa campagna elettorale un effettivo passo indietro a favore di Gentiloni. La popolarità dell’attuale premier e di alcuni suoi ministri, come Marco Minniti, è stata sostanzialmente accantonata.

Trasmettendo così l’impressione di lasciare un’ultima porta aperta alla sua premiership e ad un’intesa con Silvio Berlusconi. Infine l’errore che ha chiuso la sequenza di questi tre anni: inseguire il fronte populista con le stesse armi. La crescita del Movimento 5Stelle e della Lega è stata contrastata usando i medesimi argomenti e giustificazioni. Dai costi della politica alle pensioni. Quel vento, però, che soffia in quasi tutto il mondo occidentale, non si ferma in quel modo. Rincorrerlo significa solo presentarsi agli elettori come una brutta copia dell’originale. In Francia e in Germania, Macron e Merkel hanno fermato i partiti più estremisti con la politica di governo. Rivendicando i risultati della loro azione e difendendo, in primo luogo, la centralità del rapporto con l’Unione europea.

In Italia, al contrario, il centrosinistra ha mostrato una costante soggezione nei confronti di quegli argomenti. E il risultato è quello che abbiamo visto. La resa dei conti nel Pd è già iniziata.

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