Assemblea 5S, qualcuno rompe il tabù: “Diventiamo un partito”.

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Assemblea 5S, qualcuno rompe il tabù: “Diventiamo un partito”.

Il racconto. I neoeletti hanno ricevuto istruzioni stile nord-Corea: nessuna comunicazione con il “nemico”
ROMA. “Ehi ma er taxi chi me lo paga?”. Tanta è la fretta di scendere dalla macchina che il senatore M5S Sergio Puglia (veterano), in compagnia di altre persone, fila via e non salda il conto. Presto, presto, bisogna superare il muro della stampa di regime e infilarsi nella hall dell’Hotel Parco dei Principi di Roma, cinque stelle de luxe. È il giorno dell’assemblea plenaria dei 334 parlamentari del Movimento. I neoeletti hanno ricevuto istruzioni stile nord-Corea: nessuna comunicazione con il Nemico, arrivare in taxi e ripartire in taxi (smistati da apposito organizzatore). Ai giornalisti c’è chi non dice neanche il nome. Possono parlare ai microfoni solo gli “anziani”, come Alfonso Bonafede, Riccardo Fraccaro, Paola Taverna, Alberto Airola, quelli che non rischiano di fare gaffes “in un momento delicato”, così lo definisce Luigi Di Maio, accolto con standing ovation dalle platee (sale separate) di deputati e senatori: “Benvenuti nella diciottesima legislatura! Abbiamo stravinto su quelli che ci guardavano dall’alto in basso, fatevi un applauso”. Se lo fanno, eccome, non gli sembra vero. E guardano lo schermo che rimanda due emicicli pieni di scranni tutti per loro. Ecco Emanuela Del Re, neodeputata e candidata ministro degli Esteri, faccia sognante, prima fila. Ecco l’attore Nicola Acunzo, fresco deputato di Battipaglia.

Spezzoni di video ufficiali: dentro l’albergo i neofiti si stringono le mani, si scambiano due parole (intercettate da qualche giovane cronista sfuggito alla retata dello staff della comunicazione, integrato da polizia e carabinieri). Ecco il gruppo campano: “Ma vi rendete conto ragazzi? Siamo a Roma! Il Movimento sta diventando un partito a tutti gli effetti”. Da attivisti a governativi: “È un processo che va fatto, dobbiamo darci una struttura”, riflette Elisa.

Cinque anni fa avevano zainetti colorati e magliette No Tav, scendevano in alberghi modesti, ora sono accolti dal portiere del Parco dei Principi, cappello a cilindro e livrea. E vestono completi scuri, le signore con la collana. Guadagnano le poltroncine verdi nel brusio eccitato del primo giorno di scuola. Vedere Fico e la Taverna da vicino, un’emozione. E incute Lorenzo Fieramonti, candidato allo Sviluppo Economico, che già si comporta da novello Calenda. Eugenio Saitta, neodeputato catanese, uno dei pochi coraggiosi che declina addirittura nome e cognome, confessa: “È la prima volta, sono emozionato”.

Plenaria tecnica, “appuntamento di conoscenza e formazione”. I due nuovi capigruppo, Giulia Grillo e Danilo Toninelli, promossi direttamente dal Capo, prendere o lasciare, arringano rispettivamente neodeputati e neosenatori. Spiegano le procedure di registrazione e come funzionano le Commissioni. Il pastore sardo Luciano Cadeddu, eletto alla Camera nel collegio di Oristano, segue attento. Davide Casaleggio decanta le qualità della piattaforma Rousseau, generosamente alimentata da ogni singolo parlamentare. Pietro Dettori e Rocco Casalino impartiscono lezioni sui social e su come evitare gli agguati dei media. Fuori la stampa bivacca, perseguitata anche dallo staff dell’albergo (“Non fate branco qui davanti”) e guardata con fastidio da una cliente bionda, la borsetta Vuitton e la puzza sotto il naso: “No, non sono una neoeletta, non ho bisogno del reddito di cittadinanza”.

Se ne va su scarpe altissime Giulia Sarti, finita nel tritacarne di Rimborsopoli. È stata reintegrata, un occhio ai numeri che servono in Parlamento. In un contesto così, le telecamere si buttano disperate su un volto noto: Emilio Carelli, giornalista, entrato nel primo totonomine addirittura per la presidenza della Camera. Ma nemmeno lui è generoso: “Siamo determinati ad essere protagonisti della legislatura. Grazie, arrivederci”.

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