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Perché Trump aumenta i dazi.

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di Nicolò Carboni

Il presidente Trump sarà pure un personaggio fuori dagli schemi, ma, seppur in una Casa Bianca flagellata da continue dimissioni e scandali più o meno osceni, il suo programma elettorale inizia a dipanarsi. Dopo aver confermato la volontà di costruire qualcosa di simile a un muro al confine tra Stati Uniti e Messico, The Donald si è dedicato a una delle sue fissazioni, il commercio internazionale.

Convinto, come il suo ex consigliere Steve Bannon, che l’America abbia subito una sorta di ruberia da parte della Cina e di altri Paesi, l’inquilino del 1600 di Pennsylvania Avenue è passato all’attacco, proponendo nuovi dazi che – fuori dalle regole dell’Organizzazione mondiale del commercio (OMC) – aumenteranno di circa il 25% le imposizioni sulle importazioni di acciaio e del 10% quelle sull’alluminio negli Stati Uniti.

In un tweet il presidente se l’è pure presa con l’Unione Europea (stranamente, dato che, fin dalla sua elezione, Trump non ha mai prestato alcun interesse alle istituzioni di Bruxelles, preferendo contatti diretti con i vari leader nazionali) colpevole, a suo dire, di non voler liberalizzare il commercio fra Stati Uniti e continente europeo.

Si tratta di una posizione quantomeno sorprendente dal momento che uno dei punti forti della campagna elettorale di Trump fu proprio l’abbandono definitivo del Transatlantic trade and investment partnership (TTIP), ovvero di quel trattato transatlantico di libero scambio che, se approvato, avrebbe creato l’area commerciale (quasi) priva di dazi più ampia e ricca del mondo.

Le ondivaghe intemperanze di Donald Trump non devono però nascondere un tema molto più ampio che, seppur con toni e accenti diversi, rischia di travolgere l’intero Occidente: il governo della globalizzazione. L’approccio della destra conservatrice americana, infatti, fa il paio con buona parte delle proposte dei sovranisti nostrani e, non a caso, trova la fermissima opposizione dei Paesi asiatici, Cina in testa.

Questa situazione porta ad alcuni paradossi pure curiosi, come Xi Jinping (formalmente il capo del più grande Paese comunista del mondo) applaudito dagli imprenditori di Davos, ma rischia di ritorcersi contro quello che, con qualche semplificazione, chiamiamo ancora Occidente.

Anche soffermandosi solo sul mercato dell’acciaio (non a caso considerato da Trump uno dei principali vulnus commerciali mondiali) si capisce molto bene l’entità del problema: a oggi la Cina produce circa 700 milioni di tonnellate d’acciaio l’anno, di cui appena 400/500 volte a soddisfare la sua domanda interna. I restanti 200/300 milioni di tonnellate sono destinati alle esportazioni. Per fare un paragone, l’intera produzione europea di acciaio supera a fatica i 200 milioni di tonnellate. Come se non bastasse i produttori cinesi godono di un regime fiscale e di rapporto con le istituzioni pubbliche abbastanza opaco, per non dire discutibile. Molte aziende europee e americane (spesso col supporto dei loro Paesi di riferimento) hanno addirittura accusato esplicitamente Pechino di fare volontariamente dumping commerciale per distruggere ogni forma di concorrenza. Xi Jinping e il suo governo hanno sempre respinto le accuse al mittente, ma, nonostante critiche e proteste, l’Organizzazione mondiale del commercio non è mai riuscita a mettere davvero un freno alle ambizioni dell’Impero di Mezzo.

Letta in questo quadro la mossa protezionistica del presidente Trump appare sempre meno come l’ennesima sparata elettoralistica per configurarsi invece come un tentativo, seppur goffo, di scardinare un sistema ormai fin troppo imbolsito. L’Unione Europea, dal canto suo, invece fatica a trovare una voce convincente: i commissari Katainen e Malmström hanno già dichiarato che le nuove tariffe americane vanno contro le regole OMC, ma, oltre a questo, appare abbastanza insensato immaginare una vera e propria guerra commerciale fra America ed Europa (anche se, come posizionamento politico, la Commissione sta già studiando una serie di nuovi dazi su alcuni prodotti americani). L’obiettivo a lungo termine dell’amministrazione Trump era e rimane la Cina, l’unica vera potenza economica e militare che potrebbe, in futuro, contrastare l’egemonia americana. L’Europa, per non finire stritolata dagli artigli dell’aquila o dalle spire del dragone, anziché difendere un ordine mondiale ormai disintegrato dovrebbe cercare di rileggere il suo posizionamento geopolitico secondo questa nuova ottica bipolare.

Per ora le dichiarazioni di Bruxelles sembrano voler negare la realtà più che provare a influenzarla: Donald Trump non arretrerà di un centimetro, mentre i cinesi hanno l’innegabile vantaggio di poter pianificare a lungo termine (anche lunghissimo ora che Xi Jinping è stato nominato presidente a vita); basteranno i dazi sulle Harley Davidson e sul Jack Daniels a riportare l’UE al centro del più grande dibattito sul futuro assetto del commercio mondiale? Ci permettiamo di dubitare.

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