Le 101 pugnalate a Prodi: così cinque anni fa morì il Pd.

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Le 101 pugnalate a Prodi: così cinque anni fa morì il Pd.

La vera storia della congiura che cambiò i destini della sinistra
Il destino era già scritto, sul numero civico: Piazza Capranica 101. La sede del teatro Capranica in una piazza a due passi dal palazzo di Montecitorio, diventato una mattina di primavera di cinque anni il Teatro dei Veleni, il Teatro dei Complotti, il palcoscenico della grande congiura che ha dissolto il sogno di un grande partito di centrosinistra in grado di governare e di cambiare l’Italia. Eppure non c’era nessun percorso segnato, nessuna premonizione demoniaca, tutto è avvenuto per mano degli uomini. Uomini e donne senza volto: a distanza di cinque anni, nessuno conosce i nomi dei 101 franchi tiratori che nel segreto dell’urna hanno eliminato Romano Prodi dalla corsa per il Quirinale e, ancor di più, hanno ucciso il Pd. Nessuno di loro ha mai rivendicato il suo gesto. “Lei mi chiede come ho votato. Le rispondo: come mi ha permesso di fare la Costituzione. Il voto è segreto, no? Che nome abbiamo scritto sulla scheda quel pomeriggio, mi creda, non si saprà mai…”, mi disse uno dei principali indiziati a pochi mesi di distanza dall’evento.

In queste settimane il Pd si dimena tra opposizione e irrilevanza, dopo la catastrofe elettorale del 4 marzo, ma tutto è cominciato, anzi è finito, tutto lì, venerdì 19 aprile 2013, nel teatro Capranica, poco prima delle 9 del mattino, con un applauso, una standing ovation in cui nascondere rivalità, odi, ambizioni. Così riportava l’Ansa alle 8.54: “Bersani propone al Pd Prodi, lungo applauso e standing ovation”. Sembrava la conclusione di un incubo cominciato per il segretario del Pd con la non-vittoria alle elezioni e il primo exploit del Movimento 5 Stelle di Beppe Grillo, l’umiliazione del colloquio in streaming con i capigruppo grillini, lo scontro sotterraneo con il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, l’incarico di formare il governo sospeso, congelato, evaporato.

Quando arriva a proporre il nome di Prodi, Bersani è un segretario del Pd assediato, già sconfitto nel tentativo, il giorno prima, di eleggere il suo candidato al Quirinale: l’ex presidente del Senato Franco Marini, ex capo Cisl e democristiano, deciso a casa del numero due del Pd Enrico Letta con lo zio di Enrico Gianni e Silvio Berlusconi. Una scelta che ha l’effetto di un detonatore nel cuore del Pd, come si capisce quando Bersani sale per la prima volta le scale del teatro Capranica, l’unica sala in grado di contenere i 400 grandi elettori del Pd più gli uomini di Nichi Vendola. Fuori, la piazza dove c’è l’antico seminario in cui hanno studiato tanti futuri papi è una bolgia. Manifestini strappati, contestatori che intonano “Addio Bersani bello”, sulle note di “Lugano addio”, segretari di circolo che minacciano di strappare la tessera. Tutti urlano un nome: Rodotà. Perché il giurista è diventato il candidato ufficiale di M5S. Dentro, tutto si frantuma. Bersani fa il nome di Marini, a capo chino, con la voce bassa. In molti parlano per dissentire. L’intervento più violento però arriva da Renzi, in tv da Daria Bignardi. Il sindaco di Firenze che non fa parte dei grandi elettori dileggia il candidato (“ve lo immaginate Marini con Obama?”) e annuncia che i suoi parlamentari non lo voteranno.

Il giorno dopo l’esito della votazione è scontato, in aula ognuno vota come gli pare, alla luce del sole. Marini cade malamente, Bersani deve disperatamente cambiare cavallo. O votare per Rodotà, insieme a Grillo e a Vendola, oppure trovare un altro candidato, non più concordato con Berlusconi. Gli unici in grado di ricompattare le truppe sono i due cavalli di razza finora esclusi: Romano Prodi o Massimo D’Alema.

Il cambio matura nelle prime ore del pomeriggio. Prodi è a Bamako, la capitale del Mali, per una conferenza internazionale dell’Onu. Nel tardo pomeriggio Bersani lo chiama per chiedergli la sua disponibilità a essere il candidato del Pd al Quirinale. In serata viene convocata una nuova assemblea al teatro Capranica, alle otto del mattino. I renziani, intanto, si muovono come un partito nel partito, come le correnti dc di una volta. Si danno appuntamento a Eataly, ideato dall’imprenditore Oscar Farinetti, tra ascensori avveniristici e prosciutti appesi alle pareti, e lì Renzi annuncia il voto per Prodi.

Nella notte ci sono altre consultazioni, tra l’Italia, il Mali, la segreteria di Bersani, gli uomini di Prodi e lo staff di D’Alema. Quando i parlamentari arrivano alle otto del mattino del 19 aprile nel teatro Capranica il copione faticosamente messo a punto nella notte è pronto a essere recitato. Ogni elettore potrà esprimere in segreto la sua preferenza, sono pronte quattrocento schede bianche. Bersani parlerà per candidare Prodi al Quirinale, non da segretario del partito, però, ma da parlamentare semplice. A quel punto si alzerà Anna Finocchiaro, per candidare D’Alema.

Invece, come previsto, Bersani parla, ma fa una proposta secca: c’è un solo candidato per il Quirinale, Prodi. La Finocchiaro a quel punto tace. Un cambio di linea accolto da un lungo applauso. Sembra il richiamo all’unico nome che può salvare il Pd dall’auto-distruzione, e invece quell’assemblea che si alza in piedi per applaudire è carica di doppi, tripli giochi. Delle quattrocento schede bianche non si ricorda più nessuno. D’Alema in privato non ha dubbi: “C’è stato un colpo di mano”.

Il primo a capire che le cose non stanno andando come dovrebbero è Prodi, che pure è distante migliaia di chilometri dall’Italia, ancora in Mali. “A Bamako non arrivavano le mail, ma il telefono funzionava. Dissi a Bersani che avrei preferito una votazione a scrutinio segreto ma mi rassicurò: “Non c’è stato bisogno, al tuo nome è partita una standing ovation”. Feci cinque telefonate. Una a Rodotà, per un rapporto di amicizia personale. Poi a Marini: un calore eccezionale! Misi giù e chiamai D’Alema. Mi freddò: “Per fare nomine di tale importanza bisognerebbe consultare almeno la direzione del partito”. Compresi il messaggio e chiamai mia moglie: “Flavia, oggi pomeriggio vai pure a quella riunione che hai, tanto non passa”. Mario Monti mi spiegò che non mi poteva votare perché il mio nome era divisivo. L’ultima telefonata con Napolitano: anche lui aveva capito che la cosa era saltata”.

Alle tre del pomeriggio, quando gli elettori rientrano in aula per votare, piazza Montecitorio è occupata. Ci sono i grillini che invocano il nome del giurista come allo stadio: Ro-do-tà. Ci sono i parlamentari del Pdl che hanno deciso di non partecipare al voto per il nuovo Presidente. Non hanno neppure bisogno di partecipare al voto per vincere. Sono più informati di Bersani, sanno già come andrà a finire. Subito prima del voto, due uomini trafelati nel corridoio dietro l’aula di Montecitorio sbattono uno contro l’altro. Il primo è Ugo Sposetti, l’ultimo tesoriere della Quercia: “Non possiamo votare per Prodi oggi pomeriggio con metà del Parlamento fuori in piazza!”, impreca. “Dobbiamo prendere tempo e votare scheda bianca”. L’interlocutore scuote, la testa, pallido. “È tutto finito”, sussurra il numero due del Pd, il futuro premier Enrico Letta.

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