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Sindrome da assedio.

 

Il sollievo per la fine delle trattative e la probabile formazione di un governo non possono cancellare la preoccupazione. M5S e Lega hanno il diritto di guidare l’Italia dopo il netto mandato popolare. E infatti, alla fine il Quirinale ha preso atto dell’indicazione anomala del professor Giuseppe Conte come premier. Il problema è capire dove vogliono arrivare i «diarchi» Di Maio e Salvini; e se l’espressione «avvocato difensore del popolo italiano», usata dall’incaricato, preluda a uno strappo antieuropeo.
Ci sono volute due ore di udienza con il capo dello Stato, Sergio Mattarella, per definire i prossimi passaggi e concordare la dichiarazione finale. Conte si è presentato come simbolo di un cambiamento radicale e baluardo di un Paese implicitamente considerato sotto assedio; e come tutore del «contratto» tra Luigi Di Maio e Matteo Salvini. La loro ipoteca si è percepita chiaramente, al di là delle parole formali di rassicurazione all’Europa, pur significative. Tra l’altro, a impressionare è la rapidità con la quale negli ultimi giorni Di Maio ha rimesso in discussione il profilo europeista e istituzionale che si era faticosamente dato.

Gli avvertimenti grevi scagliati da alcuni esponenti del Movimento al presidente della Repubblica, definito in precedenza dai Cinque Stelle «il nostro jedi», personaggio virtuoso del film di fantascienza Guerre stellari, sono sconcertanti. Sembra quasi che il rispetto verso il Quirinale sia concesso o negato a seconda delle convenienze. Quanto all’Unione Europea, lo scivolamento verso un euroscetticismo aggressivo è stato altrettanto rapido. Il M5S può pure rivendicare di avere stipulato un compromesso a propria somiglianza. Su una questione cruciale come i rapporti con Bruxelles, tuttavia, è apparso subalterno alla Lega.

Probabilmente, più che l’euroscetticismo pesa l’assenza di vere convinzioni. Il trasversalismo è un pregio quando ci sono da raccogliere voti. Al momento delle scelte, però, tende a trasformare chi ne è portatore e beneficiario in una sorta di «lavagna» politica, sulla quale finiscono per scrivere gli altri: in questo caso, Salvini. I «due forni» evocati inizialmente da Di Maio, ritenendo interscambiabile un’alleanza col Pd o con la Lega, sono stati senza volerlo l’espressione di un «movimento-pongo», plasmabile.

È possibile che quando sarà pronta la lista dei ministri alcune apprensioni verranno arginate; che l’innesto di qualche figura rassicurante riequilibri un’operazione destinata ad alimentare i pregiudizi su un’Italia dominata dai «populisti». Il termine è ambiguo e insufficiente a definire lo strappo anche culturale che si sta consumando. Eppure non può essere rimosso: viene usato non solo dagli avversari di Lega e Cinque Stelle, ma anche da suoi ammiratori interessati come l’aspirante demolitore dell’Europa unita, il trumpiano Steve Bannon.

Appartiene a una schiera di guastatori che sognano le istituzioni di Bruxelles piegate ai voleri del nuovo governo di Roma e di quelli dell’Europa dell’Est, riuniti nel «gruppo di Visegrad»: tutti contro l’immigrazione. Ma da una chiusura delle frontiere l’Italia sarebbe colpita, non avvantaggiata. Paesi come Ungheria, Polonia, Repubblica Ceca e Slovacchia sono i primi a essersi opposti in questi anni alla distribuzione delle «quote» di immigrati decise dall’Ue per decongestionare nazioni come la nostra. Il loro interesse nazionale confligge con quello di un’Italia che sarebbe condannata a diventare un imbuto delle migrazioni.

Gli «alleati» dell’Europa orientale indicati da Bannon, Marine Le Pen, Salvini, ce li lasceranno tutti. E il resto dell’Ue, preoccupata e irritata dalle politiche della Terza Repubblica, offrirà ancora meno sponde di prima. È comprensibile l’entusiasmo, perfino l’ebbrezza con la quale i «diarchi» consacrati dal 4 marzo celebrano l’approdo al governo. È un fatto storico del quale vanno orgogliosi. Assistiamo alla presa del potere centrale da parte di una «periferia» alla quale il vecchio sistema ha regalato un’autostrada verso il cuore dell’elettorato e Palazzo Chigi. Di Maio e Salvini volevano governare anche contraddicendo il mantra del premier «eletto dal popolo». Ci sono riusciti.

Soprattutto, stanno dimostrando che non esiste una vera opposizione. Non li può impensierire il centrodestra di Silvio Berlusconi e Giorgia Meloni, che minaccia scomuniche contro Salvini mentre il voto premia la Lega. Né è un ostacolo un Pd che accompagna la sua lunga agonia con un immobilismo sconcertante. Sembra una replica in formato gigante della «sindrome romana». In Campidoglio, nel giugno del 2016 la grillina Virginia Raggi fu eletta sindaca sulle macerie degli altri partiti. Due anni dopo, un’operazione non molto dissimile si ripete a livello nazionale. Ma la responsabilità non è dei vincitori: semmai, è di chi non ha creato un’alternativa credibile. E ora subisce una «difesa del popolo» che insinua incognite pesanti nel futuro dell’Italia.

 

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