Effimeri rinvii del partito provvisorio.

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Effimeri rinvii del partito provvisorio.

 

il centro-sinistra
«Riprendiamo da dove abbiamo interrotto la volta scorsa». Le parole con cui il presidente Orfini ha aperto ieri l’assemblea del Pd restituiscono come meglio non si potrebbe il senso di déjà vu, di eterno ritorno dell’uguale, che questo partito dà ormai da troppo tempo ai suoi elettori e militanti. È come se vivesse in un limbo; o meglio, in un purgatorio infinito, perché del limbo non condivide l’innocenza dei bambini. Matteo Renzi, segretario dimissionario ormai da venti mesi, dalla sconfitta referendaria del 4 dicembre 2016, e poi tornato, e poi di nuovo dimissionario dalla sconfitta politica del 4 marzo 2018, ha aperto ieri la discussione come segretario dimissionario, accolto dai suoi sostenitori come una rock star e poi andato via, dopo aver indicato un elenco di cause della sconfitta nessuna delle quali ha naturalmente a che fare con i tre anni del suo governo. Le uniche novità di cui parlano i media riguardano la sua vita privata: se farà o non farà un format televisivo, se sta comprando oppure no una nuova casa.
Ciò che dalla fine del 2016 non si sa, è se questo partito è il Partito di Renzi (PdR, come lo chiama Ilvo Diamanti), e cioè un partito personale che segue le sorti del suo capo; o se il Pd non è più guidato da Renzi, come dovrebbe lasciare intendere il fatto che ieri ha eletto un segretario, Martina, seppure già reggente, seppure a tempo, seppure all’unanimità, cioè non un vero segretario. Metà dei democratici pensano che il Pd si è dimezzato nelle urne perché era guidato da Renzi e a causa delle sue politiche; ma un’altra metà pensa che il disastro è avvenuto perché minoranze e correnti non hanno lasciato lavorare Renzi contestandolo, e il partito si è diviso invece di sostenerlo come un sol uomo. Questo dubbio non è stato certo sciolto dalla riunione di ieri. È stato invece prorogato per altri mesi. Nel prossimo autunno comincerà un congresso «straordinario», cioè «sui temi», ma che solo l’anno prossimo si concluderà con ciò che davvero conta, e cioè le primarie per eleggere un nuovo segretario (quanto unitaria sarà questa fase, dopo tanto litigare, lo ha lasciato intendere Renzi quando a chi lo contestava ha ieri risposto: «Ci rivedremo al congresso, e lo riperderete»). Paradossalmente la vera relazione politica l’ha tenuta la sindaca di Ancona Valeria Mancinelli, portata sul palco subito dopo Renzi come raro esemplare del Pd che vince, che ha parlato dei problemi reali dell’elettorato di sinistra e dello choc che le migrazioni hanno prodotto, invitando a cambiare passo e retorica.

Ma Martina gli ha fatto subito seguito sfoggiando la maglietta rossa di Gad Lerner in nome dell’accoglienza, e ha spiegato con le parole di Massimo Cacciari le ragioni della crisi del suo partito. Le quali sono certamente comuni a quelle dell’intera sinistra europea che non se la passa certo bene, anche se spesso meglio. È ovvio che non può essere solo la discussa personalità di Renzi, che pure ci ha messo del suo, a spiegare ciò che sta accadendo al Pd. Mutamenti molto profondi sono stati introdotti dalla globalizzazione, dalla tecno-disoccupazione di massa, dalla deregulation del lavoro, e hanno spostato ovunque a destra l’elettorato che un tempo era naturaliter di sinistra. Non si tratta dunque di un lavoro facile, ricostruire quel partito; né che possa farsi in breve tempo. Ma proprio per questo bisognerebbe cominciare. Invece ieri è stato annunciato l’ennesimo rinvio. Bisognerà aspettare ancora mesi, sperando che poi il futuro segretario (per ora si è candidato Zingaretti, ma da come ha parlato Renzi si può prevedere che della partita sarà anche un suo alter ego) ci faccia sapere se il futuro del Pd è il Pd o andare oltre il Pd, verso una «cosa», un «fronte», un «rassemblement» o che altro. Come si possa sopravvivere per mesi discutendo se il partito è in fase di scioglimento o di rilancio è davvero difficile da capire. La crisi del Pd è un problema serio. Deve preoccupare anche chi non lo vota o gli è contro. Si tratta infatti dell’unico vero partito di opposizione, visto che Forza Italia non vota la fiducia ma resta alleata di Salvini. E la qualità dell’opposizione definisce la forza di una democrazia. È preoccupante che il governo – come ha riconosciuto Giorgetti a Pontida – avverta di non avere una opposizione: è un male perfino per l’esecutivo. Nell’area politica che gravita intorno alla sinistra riformista c’è un popolo vasto, onesto, attivo, impegnato. È uno spreco che conti così poco nel dibattito pubblico italiano a causa della paralisi del suo partito di riferimento. «Collassato», secondo le parole del suo nuovo segretario.

Corriere della Sera.

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