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Un italiano di nome Mahmood

gianni riotta   11 febbraio 2019

È sempre ingenuo, o fazioso, usare dello spettacolo o dello sport per trarre lezioni di civiltà, o decadenza, di un popolo: dunque non scambieremo Alessandro Mahmoud, 27 anni, italiano di padre egiziano, milanese di Gratosoglio come ha rivendicato con orgoglio il sindaco Beppe Sala, rapper professionista come Mahmood, per il reverendo Martin Luther King. Né eleggeremo gli appassionati di musica leggera al Festival di Sanremo, gli organizzatori, il televoto, Claudio Baglioni, per un movimento dei diritti civili di casa nostra.

Eppure spettacolo e sport sono indicatori importanti dell’identità di una nazione. Jesse Owens con le sue quattro medaglie d’oro alle Olimpiadi di Berlino 1936 sfatò il mito del superuomo di Hitler. Il jazz di Louis Armstrong e Duke Ellington contribuì a forzare la segregazione razziale Usa. La Nazionale bleu di calcio campione mondiale 1998, con gli atleti di origine nordafricana, mutò la Francia. Gli assi italiani, lungo ormai l’elenco, con lontane patrie alle spalle, ci rendon fieri e tifiamo per loro, spellandoci le mani.

Pur con queste cautele, dunque, il successo del giovane rapper a Sanremo, è importante e ce ne possiamo rallegrare. Per quanto fosche siano le cronache 2019, troll razzisti a piede libero, muri deturpati da graffiti alla Ku Klux Klan, parlamentari che vantano i Protocolli dei Savi di Sion, turpe pamphlet antisemita, l’ambasciatore francese Christian Masset – un saggio amico dell’Italia – richiamato a Parigi dopo la propaganda corriva che attacca la Francia e spalleggia il regime in Venezuela, malgrado tutto l’Italia che sorride e guarda al futuro non cede all’odio.

Già farisei malevoli ci spiegano che solo il voto della Sala Stampa, colleghi veterani di Sanremo dalla nostra Marinella Venegoni a Vincenzo Mollica del Tg 1, e la Giuria ufficiale, han garantito il successo di Mahmood, che il voto popolare avrebbe relegato dietro i tenori posticci di Volo e Ultimo, autore di dichiarazioni degne del politicante che, sconfitto alle elezioni, brontola al talk show «La ggente sta con me, la Kasta mi ha tradito». Spiace per i seminatori di musicale zizzania online e il loro sponsor internazionale, stavolta non funzionerà.

Chiunque lo abbia votato, qualunque ranking vogliate assegnare alla musica di Mahmood, una generazione di adolescenti italiani, così fragile ed esposta all’odio di massa, accetta come una realtà che un italiano può chiamarsi Rossi, Brambilla, Esposito, Puddu, Ingrassia, Thoeni, Schmaltz, Fouad, Stewart o Mahmoud e amare il risotto, gli azzurri, il tricolore, dirsi fiero di Galileo e Michelangelo, imprecando in dialetto se l’autobus ritarda.

Il Festival di Sanremo, da sempre, fa politica con lo spartito. Nel 1952 il maestro Carlo Concina e il poeta Bixio Cherubini composero per l’affascinante Nilla Pizzi il brano «Vola colomba», con gli innamorati a chiedere alla bianca colomba di volare a San Giusto, a Trieste, che si voleva italiana. Dodici mesi dopo Gino Latilla e Giorgio Consolini interpretarono «Vecchio scarpone», dedicata ai reduci italiani della Guerra mondiale, nostalgico inno ai loro sacrifici (autori Calibi-Pinchi-Carlo Donida). Nel 1970 Celentano, un conservatore sempre scambiato per ribelle, cantò a Sanremo «Chi non lavora non fa l’amore», irridendo il movimento operaio dell’autunno 1969. L’anno dopo Lucio Dalla incontrò finalmente a Sanremo il grande pubblico con «4/3/1943», limata dalla censura, ma che portò sul palco dell’Ariston una ragazza madre, un amore rubato, vagabondi e diseredati.

Ora tocca a Mahmood. Quale che sarà la sua carriera, di successo o effimera, ha lasciato un segno nel Sanremo nazionale ed è un segno positivo, con il ricordo del padre assente e cinico, il disagio economico, la solitudine ed alienazione che spesso pesano sulla prima generazione nata dagli emigranti. Nessuna vernice spray di bulli, nessun tweet di ferocia sporcherà «Soldi» perché, spente le luci della ribalta, l’Italia migliore – paese che, davvero, ha alle spalle una storia millenaria di tolleranza – vigilerà perché la speranza non muoia per nessun cittadino, qualunque cognome lo registri sulla carta di identità.

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