Alle prese con il nuovo bipolarismo

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Alle prese con il nuovo bipolarismo

di federico geremicca

Ha ragione Luigi Di Maio a invitare gli avversari politici a non vendere la pelle dell’orso (il Movimento, cioè) prima di averlo ucciso e a ricordare le ragioni che tengono al palo i Cinquestelle in occasione di elezioni amministrative locali. Ma sbaglierebbe a non riflettere sul prodotto politico di quelle difficoltà: in Sardegna – proprio come nelle elezioni in Abruzzo – la sfida torna infatti ad essere tra centrodestra e centrosinistra. E porta con sé un forte profumo d’antico.

Vuoi vedere, insomma, che era tutto sbagliato e che dopo aver dichiarato defunta la storica divisione tra destra e sinistra si sta invece tornando lentamente a quel bipolarismo che pareva spazzato via da un sistema diventato d’improvviso tripolare? Naturalmente, è presto per dirlo: e non vanno dimenticati i risultati comunque ottenuti dai Cinquestelle in elezioni locali del peso di Roma e Torino. Ma le difficoltà crescenti che il Movimento va incontrando da quando è arrivato al governo, stanno rendendo meno implausibile uno scenario politico che pareva sepolto e dimenticato.

Un bipolarismo, naturalmente, profondamente cambiato. Le difficoltà crescenti che il Movimento va incontrando da quando è arrivato al governo, stanno rendendo meno implausibile uno scenario politico che pareva sepolto e dimenticato A destra, come dimostrato dal voto del 4 marzo e da quelli successivi, è cambiata la locomotrice, la forza trainante, che ora è sovranista e non più liberal-democratica; a sinistra, invece, il partito capofila – il Pd – fatica a mostrarsi col proprio simbolo e ottiene risultati dignitosi quando la campagna vede assenti dalla prima fila proprio i suoi maggiori dirigenti.

Ma perché uno scenario nuovamente bipolare possa concretamente realizzarsi occorrono almeno due condizioni. La prima è che i Cinquestelle non trovino soluzioni alla loro crisi. La seconda è nella possibilità che le due vecchie coalizioni raggiungano un nuovo – e non facile – equilibrio interno: cosa che, al momento, appare più semplice nel centrodestra che nel centrosinistra, per evidentissime ragioni.

Nello schieramento un tempo guidato da Silvio Berlusconi, infatti, sono stati gli stessi elettori a dettare con chiarezza il cambio di linea e di leadership; nell’altro campo, invece, il voto del 4 marzo ha lasciato solo confusione e rancori ancora non sopiti: nessuna indicazione di marcia, se non l’implicita richiesta di un radicale cambio di gruppi dirigenti e di linea. Da quella sconfitta è passato un anno, ma l’ago della bussola del Pd continua a non indicare alcuna rotta.

Eppure il bivio – almeno il più ravvicinato – Il bivio è sintetizzabile in un semplice interrogativo: andare al voto europeo con una lista del partito aperta ad altre forze oppure dar vita ad un «listone europeista» senza il simbolo del Pd? è chiaro e sintetizzabile in un semplice interrogativo: andare al voto europeo con una lista del partito aperta ad altre forze oppure dar vita ad un «listone europeista» (sulla scia del manifesto proposto da Calenda) senza il simbolo del Pd? Il tema è diventato perfino congressuale e influenzerà non poco le primarie che domenica incoroneranno – salvo sorprese – il nuovo leader dei democratici. La scelta non è facile ma non sarà rinviabile ancora lungo, pena il perdurare della confusione e il rispedire nel passato – causa mancanza di un contendente – l’ipotesi di un nuovo-antico bipolarismo.

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