La vera sinistra di Renzi

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La vera sinistra di Renzi

di Piero Ignazi
Non si capisce per quale sentimento Renzi si consideri un “intruso” nel Pd, come fosse stato una sorta di grillo parlante inascoltato ed emarginato. Renzi è stato segretario del Pd per oltre 4 anni, protagonista di tre competizioni interne per la guida del partito, la prima persa onorevolmente, le altre due vinte a mani basse, e infine premier di un governo egemonizzato dal partito di cui era contemporaneamente segretario. Questi dati fanno giustizia di una narrazione che riflette uno stato umorale in contrasto con la realtà.
E anche dal punto di visto politico-culturale Renzi non è piovuto dal cielo: ha interpretato, con le sue specificità, i mutamenti della politica e della sinistra italiana degli ultimi decenni. L’ex segretario non è in alcun modo “figlio di Berlusconi” come suggerito da tanti. Piuttosto, discende da Bettino Craxi di cui ha ereditato lo spirito corsaro, il gusto del comando autoritario e solitario, la chiusura clanica in un gruppo di fedelissimi, l’insofferenza alle critiche, soprattutto se vengono da “intellettuali dei miei stivali” come disse un tempo il leader socialista. Renzi esprime una versione particolare della sinistra di cui l’ultimo Psi non aveva colto i segni: il sorgere di un progetto di rinnovamento della socialdemocrazia lungo la terza via di Anthony Giddens, interpretata da Tony Blair in Gran Bretagna e, parzialmente, da Gerhard Schroeder in Germania alla fine degli anni Novanta. Questa impostazione maturava da tempo nella sinistra ex-comunista in cerca di referenti diversi.
La fascinazione per il rinnovamento introdotto dal Labour party britannico ha scavato nell’anima della sinistra. I dati delle inchieste condotte sui delegati ai congressi non lasciano dubbi: il Pd era già da tempo orientato verso quelle posizioni e aveva trovato in Renzi il più conseguente interprete perché personalmente estraneo alle contraddizioni e ai ritardi della vecchia sinistra. In fondo se Renzi aveva vinto contro Bersani in tre regioni rosse su quattro cedendo solo nella terra dell’avversario, l’Emilia-Romagna, evidentemente in quel partito ribolliva una insoddisfazione per come era stato interpretato il rinnovamento (da tutti invocato) della sinistra.
Renzi è stato tutt’altro che un intruso. Incarnava il desiderio di cambiamento e svecchiamento, anche generazionale, che attraversava il partito. Ma lo ha interpretato male. Vi è un baratro tra l’inventiva progressista di tante proposte delle prime Leopolde e lo stucchevole neoliberismo antisindacale del suo governo.
L’afflato per la giustizia sociale, cardine della terza via, si perde nella curvatura “moderata” del Pd a trazione renziana.
Alla fine, il segretario rimane schiacciato nella contraddizione tra le domande di rinnovamento manifestate dai votanti alle primarie e dai quadri del partito lungo una matrice di sinistra (i dati dicono che nel 2013 essi sono più a sinistra che nel 2009) e una azione politica che si sposta sempre più in direzione opposta. I provvedimenti sui diritti civili rimangono isolati in un mare di ossequio alla vulgata neoliberista. L’addio al Pd del suo ex segretario non ha motivazioni ideologiche, perché il Pd era diventato il Pdr (come dice Ilvo Diamanti).
Molto più prosaicamente si nutre di ambizioni tattiche: condizionare il governo imponendo la propria gabella a ogni passo, come un nuovo Ghino di Tacco, sulla scia del suo antico, autentico, mentore.

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