Caro Recalcati, Renzi pensa solo a se stesso e la politica senza cuore alla fine non funziona

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Caro Recalcati, Renzi pensa solo a se stesso e la politica senza cuore alla fine non funziona

Lettera di Staino dopo la difesa del leader di Iv: “L’abilità non basta, serve anche l’umanità”

Caro Massimo,

mi dispiace che nell’articolo che hai fatto su questo giornale in difesa di Matteo Renzi ti sia dimenticato di valutare il personaggio anche da un punto di vista umano e non solo sul piano dell’abilità politica. Personalmente credo invece che la valutazione del carattere di un dirigente politico sia forse quasi più importante della valutazione sulle sue capacità strategiche o tattiche.

 

Ho conosciuto Matteo Renzi quando poco più che ventenne era in pratica un collaboratore e portaborse di Lapo Pistelli, figura di rilievo della sinistra democristiana fiorentina. Notai fin dall’inizio la sua intraprendente volontà di mettersi in luce e di appoggiarsi da più parti per emergere nel panorama politico fiorentino. La prima occasione gli si presentò quando, alla vigilia delle elezioni amministrative del 2004, si presentò come portavoce del Partito Popolare locale all’incontro con i DS per la spartizione delle candidature. Era ormai consuetudine ultra cinquantenaria che i sindaci del nostro territorio venissero concordati nelle riunioni tra i due partiti maggiori. Lui, con sorpresa di tutti i DS, mise a disposizione di questi la quasi totalità dei sindaci della provincia in cambio del loro appoggio alla sua elezione a presidente della provincia stessa.

Con una ingenuità che proseguirà fino a oggi, da questi la cosa fu colta come un’occasione da non perdere. Tutti pensarono di essere di fronte a un coglioncello ambizioso che in cambio di un posto tutto sommato non particolarmente appetibile regalava ai DS i centri più vitali dell’area fiorentina. Nessuno capì che la scelta di Renzi era fatta solo in chiave di auto promozione perché una volta arrivato alla provincia usò quel posto per puntare a Palazzo Vecchio.

Nel 2006, con il secondo governo Prodi, il vice primo ministro con delega alla cultura Francesco Rutelli stanziò una forte somma per finanziare la cultura a Firenze. Sarebbe dovuta andare al Comune ma all’ultimo momento fu stornata alla Provincia. Renzi si ritrovò in mano una quantità enorme di soldi da distribuire a pioggia creandosi una serie di clientele e preparando il terreno per l’assalto a Palazzo Vecchio. A Palazzo Vecchio ci arrivò «tradendo» il candidato naturale della sinistra che era appunto il suo mentore Lapo Pistelli e proponendosi come rottamatore, raccogliendo così con intelligenza tutta quella voglia di cambiamento che fremeva nelle fila degli elettori.

Naturalmente i nostri dirigenti, da D’Alema in giù, non si resero conto di nulla, convinti com’erano di essere sempre nel giusto e di avere le masse dietro di loro come fatto acquisito e indiscutibile. Considerarono quel che era successo un incidente di percorso e andarono tranquilli allo scontro congressuale. Anche lì la voglia di innovazione, la voglia di cuore e di sentimento che albergava in tutta la nostra «gente» portò a Renzi la segreteria del partito.

Anch’io come te, Massimo, diviso tra il gruppo storico del partito che si rivelava ogni giorno di più incapace di capire la richiesta di cambiamento e il giovane rampantino che però sparava cose giuste, sono stato colto dal dubbio laico e ho pensato che invece di perdere tempo a litigare con i vari D’Alema forse sarebbe stato meglio spendere le proprie forze per appoggiare Renzi. Uno di cui avevo scarsissima fiducia, uno che sembrava spesso avere uno spregiudicato cinismo ma che forse, chissà, poteva mettere in moto dei meccanismi tali da far muovere la stagnazione politica che ci attanagliava da anni. Per questo e solo per questo accettai di andare a dirigere l’Unità, così come tu, d’altra parte, accettasti di metter su una delle cose che più ci manca: una scuola di formazione politica. Tu sai bene quanto me con quale superficialità e tracotanza colui che ci aveva spinti a metterci al lavoro su questi obbiettivi ce li ha poi distrutti meticolosamente. Quando il referendum sulla fine del bicameralismo non passò io non brindai, anzi, però che il machiavellismo di Renzi lo abbia portato a quella sconfitta è fuori di dubbio.

La grande capacità di Renzi è di partire da considerazioni quasi sempre giuste e sentite nell’animo dei nostri militanti, proporle come obbiettivi e usarle come dei passe-partout per la sua carriera personale, sempre pronto a gettarle via nel momento in cui non gli servono più.

E’ chiaro che tutte le feroci critiche che ha fatto a Conte e a quella strana accozzaglia dei 5 Stelle sono più che giuste. Tutta la parte migliore del PD si è riconosciuta in queste denunce ma il modo anti unitario, offensivo e arrogante con cui è stata posta la questione ha distrutto tutto, trasformando un’importante critica su cui bisognava convincere anche il nostro gruppo dirigente nella bandiera di un unico personaggio. Non è certo far politica questo.

E allora Massimo guardiamo le cose in tutta la loro complessità. Non esiste solo quella sinistra, fatta magari di buoni compagni ma incapace ormai di comprendere la realtà, quella sinistra che giustamente critichi. Esiste anche una sinistra diffusa nel territorio che aspetta solo che il nostro partito, lasciando perdere sogni devianti di ravvedimento dei grillini, cominci a muoversi verso questo fermento sociale rimettendo al centro la cultura, lo studio, la formazione, le entità territoriali, la voglia di aggregazione sociale ed etica.

In tutto questo lavoro Renzi non ci serve: il suo cinismo machiavellico in determinate condizioni può anche portare ad una svolta positiva almeno per qualche momento ma se dentro non c’è una sincera passione di mettere se stessi al servizio della comunità, non andiamo da nessuna parte.

Ho letto in questi giorni una frase di Carlos Castaneda: «Ogni strada deve avere un cuore, se non lo ha è una strada sbagliata». Ecco, quella di Renzi non ce l’ha.

Un abbraccio e tanta stima come sempre,

Sergio

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