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20 Febbraio 2021
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Caravelli nel deserto

Libia. Da qualche parte, nel Sud del Sud delle tribù. Un caldo infernale. Lo sheikh controlla il telefono, un vecchio Nokia 3310. Da un momento all’altro arriverà il suo ospite: Giovanni Caravelli, direttore dell’Agenzia d’intelligence per la sicurezza esterna.

Ifalchi volteggiano, lontani, come oracoli. L’occhio del rapace luccica, una moneta scagliata nell’al di là. Non conta la fama pubblica, la schiera di applausi, gli omaggi: anche chi è potente, a volte, è preda; è costretto alla fuga. Questo è chiaro perfino al falco, scaturito forse, per eccesso di bellezza, dal vocalizzo di un profeta, Ezechiele, che sa le parole per far risorgere i morti. Libia. Da qualche parte, nel deserto. Un caldo infernale. Lo sheikh controlla il telefono, un vecchio Nokia 3310. Da un momento all’altro arriverà il suo ospite. E l’ospite, nella cultura Tuareg, è sacro. Suo cugino — membro fidatissimo della tribù — è andato con il pick up ad accogliere il convoglio. Dovrebbe arrivare a breve. L’ordine è chiarissimo: si tratta di una personalità importante, un uomo con un prestigio dall’aura leggendaria che va onorato. Lavora per i servizi segreti italiani — pensa lo sheikh nella sua dimora, un puntino nero nel deserto libico come fotografano i droni della sabbia — e ha un canale diretto con il Presidente del Consiglio. Nonostante la cultura anti-coloniale diffusa dal Colonnello, Muammar Gheddafi, Italia e Libia godevano di rapporti di buon vicinato. Silvio Berlusconi era riuscito a ricostruire una special relation con un Paese difficile quanto fondamentale per la geopolitica di Roma. Poi dopo il 2011, con l’assassinio del Raìs “sodomizzato brutalmente” forse dagli agenti francesi, forse su ordine dell’ex capo dell’Eliseo: il grande resetL’Italia è assediata, potenza di secondo piano, in quella terra oggi di tutti, dunque di nessuno.

Un italiano di questo calibro merita rispetto. Pare che l’ospite, ormai in arrivo, conosca tutti quelli che contano nella ex Grande Jamahiriyada Tripoli a Bengasi. Sono pochi dopo le cosiddette “primavere arabe”, quelli che sono riusciti a conservare una ragnatela di relazioni solide tra i due governi che si contendono ancora oggi il Paese. Capi di Stato e capibastone, Generali e Marescialli, imprenditori e predatori. Un rappresentante dello sheikh a Tripoli avrebbe chiesto un incontro con il Generale italiano, proprio qui, nella sua regione. Nel Sud del Sud delle tribù, sa di poter contare su di lui. All’improvviso, rumore di macchine sul selciato. La polvere avvolge il convoglio. Lo sheikh si alza e dà ordine di riscaldare il pentolino d’acqua. I nipoti corrono in cucina, da fuori si sentono delle voci: “Sheikh Sheikh, eccomi finalmente!”. È arrivato Gianni, lo chiamano così, Giovanni. Il Generale. Minuto, capelli bianchi, corti. Ha viaggiato senza divisa, benché sia militare di professione e di grado. Indossa pantaloni beige con le tasche laterali e una camicia bianca. Gli occhiali rettangolari sono in contrasto con l’orologio dal cinturino di gomma che porta al polso, segnale inequivocabile di uno che è sempre stato sul campo. “Gianni, buongiorno!” dice lo sheikh, mentre avanza verso di lui con le braccia aperte. Non si vedevano da tempo. L’ultimo incontro risale oramai a qualche anno prima. Lo sheikh invita l’ospite a sedersi accanto, per terra, insieme all’interprete. “Tafadal”. Il Generale osserva il vecchio, con le gambe incrociate e l’abito tradizionale della sua tribù. Indossa una djellaba color sabbia, impreziosita da finissime ricamature dorate sui bordi, delle grandi occasioni. Il Generale sa che è un uomo ascoltato e apprezzato tra la sua gente. Un grimaldello nel deserto. I modi affabili non celano la capacità di dare ordini: tra grazia e ferocia la distanza è irrisoria, l’anatema di un sorriso. La sua tribù si estende, col sangue, fino ai Paesi limitrofi. Si può dire che il suo carisma sia una eredità. Suo padre era ascoltato e apprezzato e suo nonno prima di lui. Al Generale è nota l’antica amicizia che lega la famiglia dello sheikh a Basili Khouzam, il colto maronita che gestiva a Bengasi l’industria tessile passatagli dal padre. Uomo d’ineffabile eleganza, dagli anni Sessanta si era trasferito in Italia, celandosi dietro al nome Alessandro Spina. Un uomo affascinante: occhi larghi, corpo potente, barba lunga, ingrigita presto.

Alessandro Spina alias Basili Khouzam

Cresciuto in Libia, educato a Milano, scriveva romanzi dalla prosa miracolosa, pubblicati da Mondadori e da Rusconi. Il Generale ricordava di aver letto, per deformazione professionale, le Storie di ufficiali; Spina era personalità corrosiva, difficile, “decadente… solitario e mondano”, l’aveva descritto così Cristina Campo, sua amica, musa, forse. L’anima di uno scrittore, mescolata all’indole africana, è inesplicabile. Riuscì a mantenere le sue aziende fino al 1979, resistendo agli assalti di Gheddafi, poi Spina s’era ritirato in una villa faraonica, in Brianza. I ‘servizi’ gli davano protezione: era terrorizzato che sicari di Gheddafi lo spiassero. Era riuscito a nascondere il suo vero nome, Basili Khouzam, fino alla morte: in Italia nessuno sapeva della sua origine libica.

Si avvicinano i nipoti con alcuni vassoi argentati, incuriositi dall’ospite venuto da lontano. Lo sheikh gli porge il tè alla menta, zuccheratissimo in quella regione. Si comincia a discutere. A Roma c’è la solita instabilità politica, come in Libia. Ogni Paese è mare nostrum. Poi la famiglia, il clima, la vita, l’acqua. Finiti i lunghissimi convenevoli, lo sheikh comincia a parlare di alcune questioni decisive. La sua gente avrebbe bisogno di aiuto nel rifornire il piccolo ambulatorio del villaggio, fatto costruire anni prima da suo padre. Gli chiede consiglio su una delicata questione politica che riguarda il suo rappresentante a Tripoli. Il Generale annuisce, sa già della questione, e gli promette tutto l’aiuto possibile. Finite le discussioni, viene invitato a una partita di caccia. Il vecchio tuareg è un abile conversatore, ha occhi prensili, simili a mani: domina ogni sillaba. In quella regione ci sono numerosi uccelli migratori. Il Generale avrebbe preferito cacciare la gazzella ma per discutere, la caccia al volatile è più consona, più tranquilla.

A caccia inoltrata, il Generale chiede informazioni sui movimenti dei flussi migratori e su alcune cellule terroristiche legate all’Isis. Lo sheikh parla con tutti, da Bengasi a Tripoli. È un interlocutore imprescindibile. Non è successo ancora nulla ma l’aria sta cambiando. Occorre anticipare gli eventi. I falchi vigilano sul Generale e sullo sheikh, sembrano conoscere disgrazie e auspici, fermi, nell’aria, implacabili, come una legge. Le informazioni raccolte dal Generale valgono quel viaggio lunghissimo. E finita la battuta, si ritorna alla casa del vecchio, che per antiche tradizioni di ospitalità lo invita a passare la notte nella stanza accanto alla sua. Il Generale avrebbe volentieri sostato in quell’angolo di mondo, ma gli impegni richiedono immediatezza. Roma è un crocevia in subbuglio, tra sbarchi incontrollati e attentati nel cuore dell’Europa rivendicati da lupi non sempre solitari. È soddisfatto dall’esito dell’incontro, lo sheikh – e la sua vasta famiglia – lo aiuterà quando sarà necessario. Ritorna alla macchina. Sta già pensando al prossimo colloquio telefonico con il Presidente del Consiglio. Gli uomini lo attendono. Nel tragitto per tornare alla pista di atterraggio, dov’è parcheggiato il piccolo Falcon dell’Agenzia, il silenzio sembra formare un lago. Nel ripensare agli eventi del giorno, il Generale non può fare a meno di chiedersi come sarebbe vivere in un angolo di deserto come quello dominato dallo sheikh, distante parecchie ore dalla città. Ricorda Frisa, dove è nato, in provincia di Chieti, un piccolo nugolo di case avvinghiate alla collina, tra fiumi e vallate. Il Generale ricorda i concittadini: gente semplice che parla senza fronzoli, con parole di ferro, ma capace di speciale onestà, di improvvise tenerezze, proprio come il vecchio patriarca del deserto. In fondo, pensa tra sé, i dignitari di una cittadina ai confini del deserto libico sono molto simili ai dignitari di una cittadina montana dell’Appenino, assai diversi dai satrapi di Roma, Milano e New York. Si è Re per investitura del fato, non della fama, di una sinistra ambizione, del denaro.

Frisa in Abruzzo

Il lavoro impedisce al Generale di tornare quanto vorrebbe nel suo angolo di mondo, di pace. Ma appena può, va a trovare la madre, Lola, massaia abruzzese: il suo affetto, fermo, sa dargli sempre il ristoro che cerca. Ripensa poi al padre, Marino, insegnante di matematica che gli ha trasmesso il gusto per l’ignoto. Uomo di larghe vedute, iniziato ai piaceri della conoscenza, gli ha insegnato quel desiderio di spingere più in là i propri orizzonti, di frequentare l’impossibile. Fu il padre a spingerlo verso la carriera militare, dandogli consigli per passare le micidiali prove di ingresso dell’Accademia di Modena. Gli anni dell’Accademia nel corso “Esempio” sono censiti dalla disciplina, ma anche dalla goliardia, condivisa con i commilitoni, molti dei quali ancora amici. È durante quei momenti e nei primi anni di comando a Cremona che il Generale ha imparato il linguaggio militare, fatto di parole semplici e di atti concreti.

Con un leggero senso di malinconia, il Generale lascia il telefono sul sedile e comincia a scrutare fuori dal finestrino. La gelida notte cade come una spada sulla vastità del deserto. Le profonde distese del cielo stellato spingono chi le guarda a dimenticare i limiti delle faccende umane. La Libia sembra la cruna del cosmo, il luogo di tutte le risposte. Prima di addormentarsi ripensa all’ultima festa della Madonna del Popolo di Frisa. In paese è la festa più amata: secondo la leggenda, nel 1666 la regione fu squassata dalla presenza della Madonna, apparsa a una contadina. Il secondo nome del Generale, non a caso, è Maria. Gianni e lo sheikh non si vedranno per un po’, fino a quando un gruppo di pescatori di Mazara del Vallo viene arrestato e imprigionato dal governo di Bengasi. Gianni è diventato capo dell’AISE: il legame privilegiato con quell’uomo del deserto servirà a sbloccare una situazione imbrigliatissima. Lo sheikh è un uomo di parola, non dimentica i macchinari e i medicinali per l’ambulatorio del villaggio consegnati solo qualche giorno dopo la sua visita. Le pressioni da Palazzo Chigi si intensificano. La curva epidemiologica non scende, anzi: anche il Natale, come accaduto a Pasqua, sarà in zona rossa. Il virus dilania un Paese corroso da tempo. La politica vive di simboli. I pescatori vanno liberati prima del 25 dicembre e riportati a casa dalle loro famiglie. Già in passato, ripensa il Generale, venne chiesto a un suo illustre collega, Nicola, di riportare una giornalista in Italia in tempo per organizzare una conferenza stampa dal Festival di Sanremo. Ci riuscì, pertanto quella volta, la fretta nel liberare la giornalista causò la morte del collega. Almeno, così scrisse in Diario di una spia a Baghdad, libro di memorie edito da una piccola casa editrice d’inchiesta, un uomo ‘informato dei fatti’: Akela.

Forte Braschi, sede dell’Aise

Il collega caduto in azione divenne esso stesso un simbolo, in suo onore è stato intitolato Forte Braschi, il campo trincerato storica sede dei Servizi. Per questo bisogna agire con cautela, calcolare tutte le ipotesi possibili e inimmaginabili, se occorre anche dissimulare. “Non esagerare il culto della verità; non c’è uomo che alla fine d’una giornata non abbia mentito, a ragione, molte volte”: il Generale ha mandato a memoria questa frase di Jorge Luis Borges, il grande scrittore argentino. Gli sembra esatta. Di una verità occorre valutare la trappola, lo specchio. Si è servitori dello Stato. Si vive nell’ombra, si cerca l’alba dentro l’imbrunire. Occorre agire. In silenzio, gioite e soffrite.


L’articolo che avete appena letto è un racconto immaginario ispirato da una storia vera.

 

 

 

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