Galvano della Volpe su «Primato» nel luglio 1940

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Galvano della Volpe su «Primato» nel luglio 1940

Divano . Attraversando gli scritti che segnano la vigilia dell’approdo marxista dell’autore

Primato. Lettere e arti d’Italia diretto da Giuseppe Bottai e Giorgio Vecchietti, inizia le pubblicazioni il primo marzo del 1940. Ha periodicità quindicinale. Esce mentre la guerra da otto mesi è in atto in Europa.

Nell’editoriale d’esordio, Il coraggio della concordia, attribuibile a Bottai, mentre si constata che «l’Europa è battuta dal vento della guerra, e nulla sembra più attrarre e commuovere che non sia la preparazione o il conflitto delle armi e delle economie», si afferma che l’Italia, tuttavia, «vigila, non con la fiacchezza rassegnata dei nati neutri, ma con l’intatto vigore di chi è nato vivo e vitale», tanto che «Primato chiama a raccolta le forza vive della cultura italiana», per «rendere concreto ed efficace il rapporto tra arte e politica, tra arte e vita (…) operare l’unione fra alta cultura e letteratura militante (…) lavorando nel nome e nell’interesse della Patria”.

Tra i primi collaboratori di Primato è Galvano della Volpe (1895-1968), al quale è affidata la rubrica Taccuino del filosofo che tiene fino al 15 maggio 1941, e si apre il 15 maggio 1940 con lo scritto Arte e vita. Rammento che il 10 maggio ha inizio l’offensiva tedesca sul fronte occidentale; che il 10 giugno l’Italia dichiara guerra alla Francia e all’Inghilterra; che il 22 giugno la Francia firma l’armistizio con la Germania; che il 16 luglio Hitler avvia i preparativi per l’invasione dell’Inghilterra.

Nella nota pubblicata il 1 luglio del 1940, I ‘chierici’ e la storia, della Volpe scrive: «Mi è difficile esprimere tutto il senso di fastidio e spesso di disgusto che suscita in me la maggior parte degli scritti tecnici di filosofia (la filosofia dei ‘competenti’ o ‘specialisti’) in cui si tratti della storia e della realtà umana nel suo complesso, oggi, in un momento in cui si fa, per eccellenza, della storia (…) mi vien fatto di paragonare le loro sentenze con le osservazioni, in materia, di altri scrittori, non specialisti: e il vantaggio è quasi sempre dalla parte di costoro, in ispecie se sono uomini di azione o comunque vivamente partecipi della realtà che si svolge sotto i nostri occhi. (…) Qualche esempio a caso.

Chi più sollecito veramente della serietà della storia, delle sue ragioni profonde: quei filosofi storicisti che si sbarazzano della Germania di Hitler additando in essa il regno trionfante della ‘bruta vitalità’ che ‘vuol sopraffare e sostituire lo spirito’ – o non piuttosto quello scrittore politico che scrisse sul suo giornale, in occasione del suicidio del capitano della Von Spee, che, se la redenzione è un ‘problema’, la croce, cioè il sacrificio, l’eroico sacrificio, è ‘verità’, l’unica verità?».

In Estetica del carro armato, pubblicato il 15 luglio 1940, questa sollecitudine alle ragioni profonde della storia, nel recensire l’«elaborato saggio premesso da Luciano Anceschi alla molto bella traduzione dei Lirici Greci ad opera di Quasimodo», spinge della Volpe a dichiarare: «io personalmente non credo più a questa civiltà poetica classica», alla purezza lirica. «Per me, dirò subito, la visione dei carri armati tedeschi sulla strada di Calais (in un recente documentario cinematografico) è dello stesso ordine e della stessa natura, ad esempio, della visione seguente, in Erinna, nel Lamento a Bàuci: ‘I bianchi cavalli smaniosi/si levavano dritti sulle zampe/con grande strepito’».

Mario Rossi designa la ricerca di della Volpe «una rigorosa ed incessante autorevisione». Sicché i suoi testi non vanno, avverte, «assunti ciascuno per sé come momenti conclusi ed esauriti d’un processo lineare, bensì in quel rapporto di ripresa continua, di concretezza problematica che ce li fa apparire come una continua elaborazione, un continuo rifacimento».

In particolare, per quanto riguarda gli anni 1940, 1941 e 1942, Rossi parla di un «risultato di sospensione del quale non si vede ancora la collocazione precisa nello schieramento ‘ideologico’, se non per la negativa qualificazione anti-idealistica». Pagine, dunque, «da leggersi tenendo conto della sospensione in cui il pensiero di della Volpe si trova in questa ‘vigilia del suo approdo marxista’».

 

 

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