Territorio mito e gabbia

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Territorio mito e gabbia

Dopo il caso Conte

 

Nel dibattito politico si è tornati a discutere con toni esagitati di «territorio» in rapporto alle rappresentanze parlamentari, ma non solo. Ad accendere la miccia è stata la ventilata proposta di candidare Giuseppe Conte nelle elezioni suppletive — data da fissare — del collegio uninominale toscano 12, ora vacante per le dimissioni da deputato dell’ex ministro Pier Carlo Padoan, candidato in pectore alla presidenza di Unicredit. È bastata un’indiscrezione di stampa per scatenare una gazzarra. Territorio è un termine ambiguo e tentar di fare un minimo di chiarezza può essere utile per diradare le nebbie. La parola conquistò un’enorme fortuna nei dintorni del Sessantotto. Si intendeva opporla al verticismo decisionale, allo strapotere di élites attive in una sfera di autonomia al riparo da controlli dal basso e lontane dagli interessi materiali delle società e dei movimenti che le attraversavano.Era una rivendicazione di orizzontalità contro la centralizzazione e rifletteva le trasformazioni stavano intervenendo con una dinamica sempre più incisiva. Da questo punto di vista la parola, poi abusata, rifletteva esigenze non infondate dal punto di vista economico e sociologico. Il modello fordista dell’organizzazione produttiva aveva evidenti parallelismi con le forme istituzionali e con quegli organismi di congiunzione tra società e governi che erano i partiti di massa dominanti.

Partiti che erano in effetti oligarchie di diverso spessore, segnate da metodi interni di dubbia democraticità. A tenere insieme queste compagini, alle quali l’articolo 49 della Costituzione dava — e dà — nientemeno che il compito di «concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale» erano ideologie forti e corpi autorevoli, sub-culture radicate e sensibilità condivise. Ma la crisi — finanziaria, di partecipazione, di credibilità — andò accentuandosi e si pensò di superarla con una serie di riforme elettorali tutt’altro che risolutive. L’uragano di Mani pulite svelò un sottobosco di corruttele che ha seminato sfiducia e aggravato la separazione tra ceto dirigente e opinione pubblica. La questione di come selezionare un personale politico all’altezza delle nuove sfide irruppe prepotente in diatribe che apparvero però più tese a trovare rimedi che a costruire innovazioni sostanziali. Il populismo territoriale della Lega e quello genericamente antielitista del confuso Movimento 5 Stelle è stato generato da un insopportabile decadimento etico e da un eccesso di personalizzazione che ha surrogato riferimenti collettivi e solidali convergenze. Il generoso progetto post-comunista di un partito capace di dar voce ai riformismi di varia matrice che ebbe la sua più lucida delineazione nella prospettiva lanciata al Lingotto nel 2007 da Walter Veltroni si è gradualmente smorzato e segmentato in un insieme di fazioni che hanno partorito e anche in Toscana alimentano liti e contrapposizioni di corto respiro. «Nel Partito democratico ognuno sarà e dovrà essere, fin dal primo momento, alla stessa stregua dell’altro: per questo abbiamo voluto il principio ‘una testa, un voto’»: enunciazioni distanti un secolo. Le abborracciate primarie e le nuove tecnologie digitali sono state attuate più per manipolare che per sperimentare strade nuove verso la difficile «democrazia del pubblico» teorizzata da Bernard Manin. Ed ecco rispuntare la parola magica territorio, spoglia però delle risonanze sociali che ebbe, sbandierata per rivendicare addirittura la qualità primaria che deve possedere il ceto politico di cui oggi c’è bisogno. Anziché una camera analoga al modello Bundensrat abilitata essenzialmente al confronto e alla compatibilità tra Regioni si è finito per puntare su una territorialità parcellizzata preoccupata di esprimere interessi particolari e enfatizzare i localismi municipali. Come possono nascere interpreti ascoltati e leadership autorevoli da interminabili schermaglie sulla pista di un aeroporto e sulla ubicazione di uno stadio? Come può concretizzarsi il contributo ad una politica di unità delle nazione in uno scenario globale, almeno europeo, come invocata da Mario Draghi, se si dà mandato di agire in nome di un territorio caricandolo di un’artificiosa identità e incoraggiando guerricciole buone per coprire antagonismi corporativi o strategie di fazione? Sarebbe preferibile depotenziare «territorio» a lemma geologico e raccomandare di scegliere sulla base di competenze intellettuali e capacità di relazioni, non assolutizzando l’anagrafe della figura da candidare. Si è espressioni di un territorio facendosi portatori di valori e visioni che sostanziano la sua presenza plurale in un contesto che chiede disponibile concordia e ascolto dell’altro. Al Parlamento come alla Regione.

 

 

Roberto Barzanti

 

 

corrierefiorentino.corriere.it

 

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