Documento del G30, “buona lettura”… poi ne riparleremo

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23 Febbraio 2021
Rassegna Stampa
23 Febbraio 2021

Documento del G30, “buona lettura”… poi ne riparleremo

RIVITALIZZARE E RISTRUTTURARE LE AZIENDE DOPO IL COVID

Progettare l’intervento delle politiche pubbliche

EXECUTIVE SUMMARY

 

1.1. La situazione

La pandemia, cambiando drasticamente i modelli di consumo e le attività aziendali, sta innescando una grave crisi di solvibilità delle imprese in molti paesi. Oltre alle politiche a sostegno diretto dell’occupazione, le risposte politiche iniziali a sostegno delle imprese si sono concentrate sulle questioni di liquidità. Un certo sostegno alla liquidità è ancora necessario, ma ora la questione cruciale è la solvibilità. I policymakers devono agire con urgenza, poiché la crisi di solvibilità sta già erodendo la forza delle imprese in molti paesi. Il problema è peggiore di quanto appaia in superficie, poiché il massiccio sostegno alla liquidità e la confusione causata dalla natura senza precedenti di questa crisi stanno mascherando l’intera portata del problema, con un “precipizio” di insolvenze in arrivo in molti settori mentre i programmi di sostegno si assottigliano e il patrimonio netto esistente viene consumato dalle perdite. Tuttavia, la difficoltà di prevedere la durata e il percorso di ripresa e di distinguere tra cambiamenti strutturali o temporanei della domanda, rende difficile determinare la redditività a lungo termine delle imprese durante la pandemia. Ciò complica il disegno di misure a sostegno delle imprese. Questa crisi di solvibilità differisce nettamente dalla crisi finanziaria globale, che era incentrata sul sistema finanziario e sui problemi di liquidità. Alcune delle risposte di quella crisi precedente sono valide ancora, ma sono necessari anche nuovi approcci.

1.2 La risposta

La prima ondata di misure incentrate sulla liquidità ha impedito conseguenze molto più gravi per le imprese, i posti di lavoro e per l’economia più in generale. Con il progredire della crisi, servono risposte che tengano conto dei cambiamenti strutturali innescati dalla pandemia e affrontare i seguenti problemi che rendono la risposta iniziale insostenibile:

• Targeting inadeguato del sostegno, che non riesce ad adattare le misure alle situazioni di imprese diverse;

• Un’eccessiva attenzione alla fornitura di credito, che rischia di sovraccaricare le imprese di debiti, promuovere un uso inefficiente delle risorse e generare problemi futuri;

• Un eccessivo processo decisionale diretto del governo e un uso subottimale delle competenze del settore privato;

• Un livello di spesa pubblica che sarebbe insostenibile per la durata potenziale della crisi economica in corso.

In questo rapporto raccomandiamo ai responsabili politici: una serie di principi fondamentali universali per guidare la progettazione delle risposta politica; una serie di potenziali strumenti con cui rispondere; un quadro decisionale per determinare le risposte politiche appropriate. Il nostro obiettivo è incoraggiare lo sviluppo di azioni politiche che supportino la resilienza e la crescita economica a lungo termine e miglioramenti su larga scala degli standard di vita, riducendo al minimo i costi per il pubblico.

1.3 I principi fondamentali

Raccomandiamo una serie di principi fondamentali che rientrano in tre grandi aree di interesse:

Concentrarsi sulla salute a lungo termine delle imprese. La durata della pandemia ci costringe a concentrarci su questioni strutturali e solvibilità, piuttosto che acquistare tempo concentrandoci sulla liquidità.

Concentrarsi sull’uso più produttivo delle risorse. In questa fase è fondamentale che le politiche pubbliche siano orientate verso una forte ripresa economica. Questo è uno dei motivi per sfruttare le capacità del settore privato laddove esistono, per sfruttare le scarse risorse pubbliche e per valutare la redditività delle imprese.

Concentrarsi sulla prevenzione dei danni collaterali. L’esempio principale è evitare conseguenze indesiderate per la stabilità finanziaria, incluso il mantenimento della capacità del sistema finanziario di sostenere l’erogazione di prestiti e la ripresa.

 

I policymakers dovrebbero fare affidamento su dieci principi fondamentali per contribuire a mettere in pratica queste tre aree di interesse:

  1. Agire con urgenza per affrontare la crescente crisi di solvibilità delle imprese.Questa crisi minaccia una prolungata stagnazione economica e danni per famiglie e lavoratori, se precipita in un’ondata di fallimenti o nella creazione di masse di imprese zombie.
  2. Indirizzare con attenzione il sostegno pubblico per ottimizzare l’uso delle risorse. I policymakers devono considerare come allocare le risorse scarse e come facilitare un adeguato assorbimento delle perdite da parte degli attuali stakeholder. L’aiuto indiscriminato comporta il rischio di imporre un onere significativo ai contribuenti. Non tutte le aziende in difficoltà dovrebbero ricevere un sostegno pubblico. Le risorse non dovrebbero essere sprecate per aziende che sono destinate al fallimento o che non ne hanno bisogno.
  3. Adattarsi alla nuova realtà, invece di cercare di preservare lo status quo. Il settore imprenditoriale che esce da questa crisi non dovrebbe apparire esattamente come prima a causa degli effetti permanenti della crisi. I governi dovrebbero incoraggiare le trasformazioni necessarie o auspicabili e gli aggiustamenti nell’occupazione. Ciò potrebbe richiedere una certa quantità di “distruzione creatrice” poiché alcune aziende chiudono e ne aprono di nuove, e dato che alcuni lavoratori hanno bisogno di spostarsi tra aziende e settori, attraverso un’adeguata assistenza e riqualificazione.
  4. Le forze di mercato dovrebbero generalmente essere autorizzate a operare, ma i governi dovrebbero intervenire per affrontare i fallimenti del mercato che creano costi sociali sostanziali.
  5. Sfruttare l’esperienza del settore privato per ottimizzare l’allocazione delle risorse. L’efficiente funzionamento dei mercati può aiutare ad allocare le risorse (e i costi). I governi sono solitamente meno capaci di scegliere vincitori e vinti e di strutturare iniezioni di finanziamenti che allineano adeguatamente gli incentivi. Quando si combinano competenze e risorse del settore pubblico e privato, spesso la soluzione ottimale sarà fornire incentivi statali per incoraggiare o incanalare gli investimenti del settore privato.
  6. Bilanciare attentamente la combinazione di obiettivi nazionali più ampi con misure di sostegno alle imprese. Molti paesi sono interessati a utilizzare le loro risposte politiche per accelerare i cambiamenti strategici, come il green o la digitalizzazione. Si tratta di una scelta legittima, ma richiede un attento bilanciamento della volontà di orientare il processo di cambiamento rispetto alla necessità di evitare di imporre vincoli eccessivi alle imprese in difficoltà o un’allocazione troppo ristretta del sostegno a pochi settori o imprese.
  7. Ridurre al minimo il rischio e massimizzare il potenziale ritorno per i contribuenti. Le misure di sostegno del governo dovrebbero limitare i rischi per i contribuenti, ad esempio attraverso la distribuzione graduale dei finanziamenti, e comportare alcuni vantaggi diretti, ad esempio attraverso una quota dei profitti futuri.
  8. Essere consapevoli dell’azzardo morale senza compromettere gli obiettivi.Laddove le imprese sono entrate nella crisi con un indebitamento eccessivo, c’è il pericolo di “salvare” iproprietari e manager che si erano presi troppi rischi, il che può anche produrre problemi di azzardo morale attraverso l’aspettativa di salvataggi futuri. Allo stesso tempo, i governi dovrebbero evitare un’eccessiva attenzione sull’attribuzione di colpe: un tale approccio potrebbe danneggiare le misure essenziali di sostegno alle imprese necessarie per il bene della società.
  9. Trovare il giusto tempismo nella predisposizione e nella durata degli interventi. I policymakers dovrebbero muoversi rapidamente, ma disegnare i loro programmi in modo da riflettere l’incertezza della crisi, oltre a mitigare le tendenze politiche e burocratiche di rendere i programmi temporanei permanenti. Le misure dovrebbero essere progettate per un’eliminazione graduale quando non sono più necessarie. 
  10. Anticipare potenziali ricadute sul settore finanziario per preservarne la forza e consentire a esso di guidare la ripresa. Decisioni politiche dovrebbero evitare azioni che indebolirebbero in modo significativo il settore finanziario, come costringere le banche a concedere crediti in sofferenza per sostenere l’economia.

1.4 Fare scelte difficili

Questi principi forniscono una guida per le scelte spesso impopolari che la maggior parte dei governi dovrà fare. Come:

• Ridurre l’ampio sostegno alle imprese e passare a misure più mirate e focalizzate su quelle aziende che necessitano di sostegno ma che dovrebbero essere sostenibili nell’economia post-Covid;

• Limitare il sostegno pubblico alle imprese alle circostanze in cui c’è un fallimento del mercato;

• Collaborare con il settore privato per finanziare le necessarie ristrutturazioni di bilancio (ogni analista serio riconosce che i governi hanno pesanti vincoli pratici e politici nell’indirizzare prestiti e investimenti alle imprese che saranno redditizie a lungo termine ma che necessitano di aiutoora).

• Investire equity e quasi-equity delle imprese: il momento per molte aziende di aumentare il capitale proprio e di limitare l’indebitamento. I governi possono incoraggiare questo processo.

• Modifica delle leggi fallimentari o introduzione di nuovi schemi di ristrutturazione per imprese che altrimenti fallirebbero. C’è un forte consenso sul fatto che la maggior parte dei paesi ha leggi fallimentari che sono inadatte a una situazione come quella attuale. Questa crisi aumenta la necessità di affrontare le riforme delle leggi sull’insolvenza o di sperimentare nuovi schemi che faciliterebbero le ristrutturazioni del debito commerciale senza il ricorso a procedure fallimentari.

1.5 I potenziali strumenti

Proponiamo una cassetta degli attrezzi di misure per supportare le imprese:

• Programmi di credito mirati per incoraggiare il prestito ad aziende redditizie e solvibili;

• Politiche per incoraggiare gli investimenti azionari nelle imprese redditizie;

• Consentire la ristrutturazione dei bilanci di imprese altrimenti redditizie da realizzare rapidamente e a costi contenuti, anche attraverso la riforma del diritto fallimentare.

1.6 Il quadro decisionale

Date le sostanziali differenze tra i vari Paesi e le regioni del mondo, non esiste “una risposta valida per tutti” a questa crisi complessa. Noi perciò proponiamo un quadro di soluzioni, anziché una singola soluzione. Raccomandiamo che i policymakers si pongano le seguenti domande volte a determinare se e come utilizzare questi strumenti.

TARGETING

1.Quali sono le priorità? 

Ciò include la necessità di essere chiari nell’atteggiamento da assumere riguardo al fallimento delle aziende, alla salvaguardia dei posti di lavoro e degli asset nelle PMI piuttosto che nelle grandi imprese, all’importanza di obiettivi strategici più ampi quali la protezione di settori strategici o l’incoraggiamento a rendere l’economia più verde e sostenibile, e al bilanciamento della distribuzione degli oneri tra i vari stakeholders.

2. Quali risorse sono disponibili?

La chiarezza riguardo le risorse a disposizione (sia di origine domestica che provenienti da investimenti esteri) guiderà l’induviduazione degli obiettivi e degli scopi delle misure di supporto.

3. Quali sono i punti di fallimento del mercato con conseguenti e sostanziali costi sociali?

Identificare, per le diverse tipologie di aziende, se si manifestano fallimenti del mercato sufficientemente significativi da richiedere un intervento pubblico e gli ostacoli alla risoluzione degli stessi nel settore privato. Inoltre, identificare dove i costi delle difficoltà finanziare e i costi sociali dei fallimenti delle imprese siano sostanziali.

4. Quali aziende dovrebbero essere assistite attraverso politiche pubbliche al fine di affrontare questi fallimenti del mercato?

Definire i propri obiettivi per le diverse categorie aziende definite in base alla loro grandezza, ai vincoli finanziari, alla natura del fallimento di ciascun mercato e ai costi dei fallimenti stessi. Questo dipenderà dalle priorità politiche e sociali.

GOVERNANCE – Chi decide quali aziende supportare?

5. Come dovrebbero essere determinati la redditività e i bisogni delle singole aziende e da chi?

Stabilire se il settore privato può determinare il livello di redditività e di bisogni delle aziende in questione oppure se e come l’azione governativa sia richiesta. Ciò dipenderà dalla capacità istituzionale di ciascun territorio. Dove il governo deve intervenire, questo dovrebbe avvenire nella maniera più trasparente possibile, con chiare responsabilità al fine di riportare chiarezza nel mercato e nell’opinione pubblica.

PROGETTAZIONE E IMPLEMENTAZIONE – Come assisterli?

6. Quale tipo di supporto pubblico dovrebbe sere promosso?

Identificare il tipo di intervento auspicato o i tipi di intervento pubblico al fine di sostenere le aziende in situazioni differenti.

7. Come dovrebbe essere strutturato l’intervento prescelto?

Progettare l’applicazione operativa dell’intervento pubblico, tenendo in massima considerazione le migliori esperienze private. La progettazione dell’intervento dipende della e risorse governative disponibili, dalle capacità istituzionali e dalle priorità sociali e politiche.

8. Quando dovrebbe essere attuato l’intervento e per quanto tempo?

Determinare in quale momento l’intervento dovrebbe esser introdotto al fine di ottenere il massimo risultato al minore costo e considerare per quanto lo stesso debba essere mantenuto.

9. Tali azioni sono necessarie al fine di prevenire effetti a cascata nel settore finanziario?

Identificare se vi siano rischi per la salute del mercato finanziario tali da giustificare interventi governativi che ne garantiscano la resilienza e la capacità di supportare la ripresa economica.

1.7 È tempo di agire

I policymaker devono agire con urgenza se ancora non lo stanno facendo. La crisi di solvibilità sta già erodendo la forza di fondo del settore delle imprese in molti paesi. E’ necessaria un’azione per progettare e attuare le politiche e le strutture necessarie prima che le aziende falliscano.

 

 

 

Le strategie per tornare alla crescita escluderanno alcune aziende, ma sarà inevitabile

 

 

Lannutti Elio: La mia intervista  a La Verità

Il senatore Elio Lannutti ha pagato il suo no al governo Draghi con l’espulsione dal Movimento 5 stelle. «Ma io continuo a lottare, anche per la mia nipotina di 14 mesi».
Senatore, perché ha votato contro la fiducia?
«Come poteva votarla, uno come me?».
Uno come lei?
«Ho speso una vita tentando di affrancarmi, da abruzzese figlio di braccianti, dalla condizione di “cafone”, descritta da Ignazio Silone».
E allora?
«A 14 anni, andai da uno zio a Baldissero Canavese, per entrare alla Olivetti. Non mi piaceva, preferii fare l’apprendista muratore».
Dove vuole arrivare?
«Ho fatto mille mestieri. Ho scaricato le cassette di frutta ai mercati generali, ho fatto il cameriere, ho studiato di notte per laurearmi. In Germania, portavo le carriole di cemento e caddi da un’impalcatura. Ho lavorato in banca, mi sono licenziato. Ho fatto il giornalista. Mi sono battuto una vita per i diritti, contro il mondo che Mario Draghi rappresenta. Come potevo votarlo?».
Anche Draghi ha avuto una vita difficile. Ha perso i genitori giovanissimo.
«Conosco la sua storia, ma anche il suo maestro, Federico Caffè».
Quindi?
«Lui si opponeva al divorzio tra Tesoro e Bankitalia, la madre di tutti i guai dei nostri tempi».
Draghi no?
«Draghi è l’uomo delle privatizzazioni, della prevalenza della finanza sull’economia reale, del denaro dal nulla, degli algoritmi».
Che algoritmi?
«Quando io lavoravo in banca, ci si guardava negli occhi con chi chiedeva un fido. Oggi decidono gli algoritmi di Francoforte».
Insomma, siete agli antipodi?
«Con il mio corregionale Giacinto Auriti, promuovemmo un ricorso contro il signoraggio bancario. Ottenemmo che ogni cittadino ricevesse a un “risarcimento” di circa 87 euro a testa. Erano circa 5.000 miliardi totali».
Mai visti, questi soldi…
«Ci credo: Bankitalia non voleva pagare. Perciò mandammo un ufficiale giudiziario, affinché pignorasse o la poltrona o la scrivania di Antonio Fazio».
E come finì?
«Non fu possibile, perché si dimise quel giorno. Arrivò Draghi e, due mesi dopo, la Cassazione stabilì che la sentenza non poteva essere applicata. Ecco: questo è Draghi».
Semmai, è la Cassazione…
«Ma Draghi è anche quello dei derivati, con i quali rinnegò la lezione di Caffè. I derivati, solo di interessi e solo negli ultimi 10 anni, ci sono costati 38,7 miliardi».
Lei ha definito l’espulsione dal M5s una decisione da «vecchie dittature».
«Non c’è molto da aggiungere. Come si poteva accettare l’esito del voto su Rousseau, con un quesito a dir poco ingannevole?».
Impugnerete anche quello?
«Ne stanno discutendo gli avvocati. Diciamo che il quesito era del tipo: vuoi vivere o vuoi morire? Peraltro, so che i colleghi della Camera hanno ricevuto almeno una comunicazione scritta, per email o sms. Noi del Senato, nemmeno quella. E pensare che Vito Crimi fu il primo eletto del M5s che io conobbi personalmente».
Ah sì?
«Era il 2013. Mentre i parlamentari eletti andavano a Roma, io, che non mi ero ricandidato, raggiunsi a Milano a Gianroberto Casaleggio. La Casaleggio associati aveva gestito il sito del partito per cui ero stato senatore, l’Italia dei valori».
E che successe?
«Gianroberto mi disse: “C’è un cancelliere di Brescia che sta partendo per Roma. Perché non gli dai una mano?”. Quel cancelliere era Vito Crimi».
Crimi l’ha tradita?
«No, per carità. Però rivendico il diritto di non essere fideista. Anche nei confronti di Beppe. Ognuno prende la sua strada. Io non mi affido ciecamente agli altri».
Anche Davide Casaleggio aveva manifestato perplessità sul quesito di Rousseau. C’è una frattura insanabile tra la linea di Grillo e le idee dell’erede di Gianroberto?
«Non glielo so dire. L’ultima volta che ho sentito Beppe è stata poco prima delle consultazioni».
Che gli ha detto?
«Gli ho chiesto: “Vieni a Roma, sta succedendo il finimondo”».
Quindi, è stato lei a chiedergli di andare alle consultazioni?
«Eravamo io e Nicola Morra».
E allora?
«Ho riconoscenza per Beppe. Ma la ragione sociale del Movimento era l’opposto di ciò che rappresenta Draghi. Vada a leggersi sul blog di Grillo il titolo di un post del 2017, che mi chiesero di scrivere: “Comanda il popolo, non Draghi”».
Se è per questo, Grillo, su Draghi, ne ha dette di ogni…
«Appunto».
Però, che il Movimento avesse perso l’anima, s’era capito da un pezzo. I vostri elettori non vi avevano mica votato per governare con il Pd e Matteo Renzi.
«Proprio così. Abbiamo ingoiato anche quello, per pavidità».
Suoi colleghi, come Danilo Toninelli, hanno giustificato il sì a Draghi citando la consultazione su Rousseau. Pavidi anche loro?
«Non dirò mezza parola contro Toninelli e gli altri miei amici fraterni. Ognuno si è assunto le proprie responsabilità. Io rispondo alla mia coscienza. Come diceva un eroe dimenticato, Paolo Borsellino: “Chi ha paura, muore ogni giorno”».
Formerete un gruppo parlamentare con il simbolo dell’Idv?
«Non sto seguendo questa pratica. Per me, la priorità è difendere l’onore. Perché io, quest’anno, ho avuto già due lutti».
Due lutti?
«Il 16 gennaio è morta mia sorella». (La voce è rotta dalla commozione. Qualche istante di silenzio. Poi, Lannutti mi mostra un lungo post su Facebook dedicato ad Ausilia ).
Mi dispiace molto, senatore.
«Sì… Analogo lutto è stato quello del mercoledì delle ceneri».
Chi è morto?
«Un ideale. Un sogno. Con la fiducia a Draghi».
Addirittura, paragona la fiducia a Draghi a un lutto?
«Certo: è la negazione di tutte le battaglie che conduco da 35 anni. È un dolore, con l’aggravante del tradimento».
L’ha vissuta così male?
«Io e Rosario Trefiletti ci andavamo a incatenare sotto la Banca d’Italia, picchiati dalla polizia, per protestare contro il risparmio tradito. Ho scritto due-tre libri in cui si parla del ruolo di Draghi. L’ho anche incontrato».
Quando?
«Nel 2008, venne in commissione Finanze al Senato. Mario Baldassarri, che era stato suo compagno di scuola, mi raccomandò: “Non lo attaccare”. Alla fine, io e un altro collega di Forza Italia ci mettemmo dalla parte opposta all’uscita. Draghi mi si avvicinò: “Mi fa capire perché ce l’ha tanto con me?”».
E lei?
«Tempo prima, lui mi aveva chiesto di incontrarlo, ma non potei andare, perché dovevo partire per il Veneto, dove mi aveva candidato Antonio Di Pietro. Io non ce l’ho mai con le persone. Anzi, la mia esperienza da sindacalista mi ha abituato al dialogo. E da cattolico, credo che tutti abbiamo la possibilità di redimerci».
Draghi si deve redimere? Non esagera?
«Senta, nel documento del Gruppo dei 30, di cui lui fa parte, sostanzialmente c’è scritto che per superare la crisi innescata dalla pandemia, bisogna applicare il darwinismo economico».
Il senso del suo discorso in Aula, però, era diverso: bisogna aiutare le imprese competitive, non quelle che avrebbero chiuso indipendentemente dal Covid.
«La mia è una filosofia contrapposta a quella di coloro che credono nel Far West del mercato, al neoliberismo, al globalismo. Sto con Caffè: lo Stato dev’essere centrale, deve poter fare investimenti. E certi beni pubblici, come l’acqua, non devono essere messi sul mercato».
Lei è sicuro che Draghi non sottoscriverebbe? È stato il protagonista dell’epoca delle privatizzazioni, però è anche l’uomo del «whatever it takes», del «debito buono», della riscoperta del keynesismo…
«A giudicare da quel documento del Gruppo dei 30, non direi. Sarà l’uomo del “whatever it takes”, ma da governatore della Bce, ha avuto un occhio di riguardo nei confronti della banche tedesche».
In che senso?
«Le casse di risparmio tedesche sono state esonerate dalla normativa sul bail in. Intanto Detusche Bank aveva in pancia derivati per oltre 10 volte il valore del Pil della Germania. Io sugli uomini non ho pregiudizi. Però non dimentico le malefatte della Troika sul popolo greco».
A che si riferisce?
«Nel 2015, dopo il referendum contro l’austerity, la Bce impose alla Banca di Grecia di chiudere gli sportelli, appoggiandosi al parere di una società privata. E quel parere è ancora secretato. Come posso perdonare chi, per il dolore causato dall’austerità, ha fatto essiccare il latte nel seno delle madri?».
L’opposizione partitica è stata appaltata a Fdi. Lavorerete a un nuovo movimento politico? Magari con Alessandro Di Battista?
«Stimo Alessandro, anche se non ho contatti con lui da tempo. Lo considero una risorsa. Se lui ha dei progetti, ben venga».
La sua collega senatrice, Emanuela Corda, ha commentato così l’espulsione notificata da Crimi: «Come può il nulla espellermi dal nulla?». Condivide?
«Emanuela è una pasionaria, ma io non voglio dare giudizi di valore sui miei colleghi».
Questo è un giudizio politico.
«Be’, i metodi usati dal M5s sono stalinisti. Sono i metodi della Stasi, della peggiore polizia politica della ex Ddr».
Il partito è diventato «nulla»?
«Io mi auguro solo una cosa. Il M5s è nato nel giorno di San Francesco».
Quindi?
«Spero non sia morto il mercoledì delle ceneri».
[20:39, 22/2/2021] Pierluigi Piccini: L’ho letta e condivisa su Facebook

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