Cento anni di sfide aperte

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Cento anni di sfide aperte

Edgar Morin compie cento anni. Quello che, sin troppo facilmente, si potrebbe definire uno degli ultimi maÎtre-à-penser francesi, uno dei divi così ben analizzati in un suo famoso libro del 1957 ma anche l’ultimo esponente dell’Umanesimo, svolta del moderno in cui il sapiente lo era ancora a trecentosessanta gradi.
È forse per questo suo essere a cavallo tra Pico della Mirandola e Jean Paul Sartre – dal cui modello, per altro, prese spesso le distanze – che Morin è stato poco considerato nei paesi anglosassoni ma amatissimo in America Latina e in Italia; che gli ha conferito numerose lauree honoris causa e che legge avidamente ogni suo libro, citato – provocatoriamente – da uomini di destra come Sarkozy ma soprattutto dal mondo intellettuale di sinistra. Il quale ha spesso visto in lui una delle alternative culturali alla «geometrica potenza» del pensiero liberale, del razionalismo economicista, della compartimentazione dei saperi. Dunque, di fronte al «fenomeno Morin» e al fatidico anniversario che oggi in molti celebrano, più che mai si impone una lettura non agiografica. Che cerchi di interrogare, innanzitutto, la chiave fondamentale del suo percorso: la modernità. Cioè la trasformazione della società in un mondo che fa del cambiamento continuo, della «distruzione creatrice» di sé, in nome di un inestricabile conflitto tra i valori del mercato, delle merci e dell’immagine e quelli della libertà, dell’uguaglianza e della fraternità, la sua cifra distintiva.

EDGAR MORIN È UN PARTIGIANO. Non solo come lo fu durante la Resistenza all’occupazione nazista della Francia – durante la quale, tra l’altro, nato Nahoum prese lo pseudonimo «Morin» – con cui ancora oggi è conosciuto – ma nel senso che parteggia per quei valori della Rivoluzione francese da cui prese avvio la storia dell’emancipazione nella società moderna. Di conseguenza, la weberiana distinzione tra «giudizi di fatto» e »giudizi di valore» e, corrispondentemente, tra cultura »scientifica» e »umanistica», nella prospettiva di Morin va superata.
Così come la prassi non può non intrecciarsi con la conoscenza che vuol dire anche auto-analisi e auto-critica: il personale è e non può non essere politico. Come trasportare questo eco marxiano oltre l’esaurimento della spinta propulsiva della Rivoluzione d’Ottobre, prima nella società post-industriale e poi in quella globale, è una delle chiavi per leggere i contributi del sociologo francese.

DOPO AVER ADERITO al Partito comunista francese nell’immediato secondo dopoguerra, Morin se ne distaccherà rapidamente, in polemica con lo stalinismo e con un socialismo realizzato che, già all’inizio degli anni Cinquanta, gli pareva un dispotismo burocratizzato irrecuperabile. Osteggiato per questa sua posizione da una parte dell’intellighenzia parigina – ma certamente in buona compagnia, se si pensa ad Albert Camus – Morin pubblicò nel 1959 la sua prima Autocritica – molte altre ne seguirono negli anni successivi – il cui sottotitolo recita: «una domanda sul comunismo».
A quella domanda sulla possibilità di costruire una società, semplicemente, migliore, il sociologo francese diede due risposte, strettamente intrecciate: la prima si trova nell’elaborazione della tetralogia sul ruolo che l’immagine e gli immaginari svolgono nella costruzione della società di massa e composta da libri ormai classici come Il cinema o l’uomo immaginario, Lo spirito del tempo, I divi, Lo spirito del tempo 2.

QUESTI CONTRIBUTI seminali mostrano l’ascesa di una società ormai del benessere in cui l’accesso ai consumi così come al tempo libero, non sono solo i vettori della manipolazione e del dominio. Ma anche lo spazio di un loro rovesciamento inatteso e imprevisto. E qui siamo alla seconda risposta: dalla crisi del comunismo realizzato si può e si deve uscire da sinistra.
Morin aderì al gruppo di «Socialismo o Barbarie» e, assieme a Leffort e Coudray (pseudonimo di Cornelius Castoriadis), esaltò gli studenti del Sessantotto come una nuova classe rivoluzionaria in formazione, che stavano costruendo una società basata sull’autogestione e la democrazia radicale.

IL MORIN TEORICO della complessità, l’autore della monumentale opera Il metodo, il cui primo dei sei tomi uscì nel 1977, nacque dal rapido dissolversi di quella prospettiva. E forse dal suo parziale degrado. Complessità vuol dire profonda connessione di tutte le cose e ricomposizione sia dei diversi saperi sia della frammentazione esistenziale e conoscitiva che la modernità ha imposto agli esseri umani. Metodo vuol dire, alla maniera classica, «mentalità conoscitiva».
Morin esalta così l’educazione come leva per il cambiamento del mondo: riformare la scuola attraverso la messa al centro del metodo della complessità, per favorire la diffusione di un pensiero all’altezza delle sfide dell’interconnessione globale e della società rispetto alla natura. La società e il soggetto divengono un’ecologia.

QUESTA PROSPETTIVA di trasformazione, tuttavia, non basta. Ed è il recente posizionamento di Morin rispetto a Marx che ne mostra i limiti. Da Pro e contro Marx a Oltre l’abisso, volumi pubblicati all’inizio degli anni Dieci, gli antagonismi della realtà, in primo luogo tra borghesia e proletariato, possono essere superati in nome della loro complementarità; e così utilizzati per rilanciare sulla scia del pensiero della complessità un vasto progetto di riforma della società globale, desertificata dal trionfo politico del capitalismo.

MA QUESTO RIPROPONE qualcosa che, all’interno della pandemia e dopo la crisi del debito del 2007-2008, non funziona più: la trasformazione culturale e la «rivoluzione» (libertaria) dei diritti non può far dimenticare l’impatto delle disuguaglianze materiali e il montare disconnesso dei loro effetti politici. La prospettiva della complessità va dunque ricalibrata: è la ricomposizione politica tra i piani sconnessi della società – in primo luogo cultura ed economia – così come dei soggetti sociali che ne possono promuovere una trasformazione, in un’ottica globale, che va rintracciata la principale sfida.

 

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