La crisi e la formula de Gaulle

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La crisi e la formula de Gaulle

Con la guerra d’Algeria che spaccava la Francia il generale divenne presidente del Consiglio e traghettò il Paese verso una nuova forma di Repubblica
Anais Ginori
«Il primo dei francesi è ormai il premier in Francia». Così l’allora presidente della Repubblica, René Coty, accoglie all’Eliseo Charles de Gaulle nel giugno 1958. Il Generale eroe della Liberazione, che sembrava aver abbandonato la politica, torna da salvatore della Patria, nominato presidente del Consiglio, l’ultimo della Quarta Repubblica. «Da dodici anni la Francia è alle prese con dei problemi troppo rudi per il regime dei partiti» disse De Gaulle spiegando perché era «pronto ad assumere i poteri della République». Poteri che diventeranno pieni e quasi assoluti con la nuova Costituzione, la riforma presidenziale, e poi l’introduzione del suffragio universale.
Rievocare quella pagina di storia francese fa capire che spesso sono le grandi crisi a fare grandi gli uomini. «Allora c’era la guerra d’Algeria, come oggi c’è la pandemia e la ricostruzione economica» osserva il politologo Yves Meny. «I francesi cercavano l’Uomo della Provvidenza» ricorda lo specialista di populismi e democrazie, già presidente della scuola superiore Sant’Anna di Pisa. La Quarta Repubblica, nata sulle macerie della guerra, era all’agonia. Il sistema parlamentare, con un potere esecutivo fragile e un capo di Stato quasi simbolico, provocava una forte instabilità. I partiti contestatari si rafforzavano, non solo i comunisti del Pcf ma anche i populisti dell’Union et fraternité française di Pierre Poujade, reduci dal successo alle elezioni del 1956. Ad accelerare la crisi del sistema è la guerra d’Algeria, che spacca la società francese, fa temere un esercito fuori controllo e segue la disfatta in Indocina nel tormentato percorso della decolonizzazione.
Charles de Gaulle si era allontanato dalla capitale. Viveva nella casa di Colombey-les-Deux-Églises, chiuso in un silenzio lungo dodici anni, da quando aveva dato le dimissioni dal governo provvisorio in polemica con «il regime dei partiti». Il gollismo era quasi sparito dal parlamento, sembrava al capolinea. Ma il Generale poteva contare su una rete di fedelissimi dentro alle istituzioni che in segreto aspettavano il suo ritorno. «Non sono i militari che hanno pensato a lui. È un gollista che soffia il suo nome ai generali nel maggio 1958» ricorda Meny. I militari ribelli ad Algeri devono trovare una soluzione politica. «Come in qualunque rappresentazione teatrale – continua il politologo c’è stato un deus ex machina. L’allora presidente Coty ha fatto tutto per lasciare il posto a de Gaulle nel modo meno traumatico possibile. È lui che l’ha chiamato per diventare presidente del Consiglio, stabilire una nuova Costituzione, dare le dimissioni e permettergli di andare all’Eliseo ».
Quando si insedia, il 1 giugno 1958, il nuovo presidente del Consiglio assapora la rivincita. È sostenuto da quasi tutti i partiti, compresi i socialisti del Sfio. All’opposizione rimangono i comunisti, una parte dei pujadisti, e una minoranza della sinistra in cui spicca il nome di François Mitterrand. La Costituzione della Quinta Repubblica è scritta da un comitato ristretto composto soprattutto da consiglieri di Stato, sulla base delle idee che de Gaulle aveva espresso nel suo famoso discorso di Bayeux del 1946. Il Generale prende la guida anche della ricostruzione. Chiede a due alti funzionari, Antoine Pinay e Jacques Rueff, di fornire indicazioni. «Il rapporto Pinay-Rueff – sottolinea Meny – diventerà la Bibbia delle riforme economiche». Nel vuoto politico, De Gaulle avanza a colpi di ordinanze, l’equivalente dei nostri decreti legge. Il Journal Officiel , la Gazzetta Ufficiale francese, si trasforma in tomi immensi. «Praticamente non c’è stato un settore della vita sociale ed economica francese che non sia stato riformato in quella fase» ricorda Meny. La priorità è ovviamente uscire dalla guerra d’Algeria, ma intanto de Gaulle modernizza la Francia con la svalutazione e il nouveau franc, i grandi progetti industriali, l’affermazione della difesa nucleare.
Dietro a de Gaulle c’è una piccola squadra di grand commis, alcuni usciti dall’Ena, l’École Nationale d’administration creata nel 1945. Secondo Marc-Olivier Padis, direttore studi del think tank Terra Nova, è però riduttivo presentare de Gaulle alla guida di un governo di esperti o tecnocrati. «È vero che il suo profilo politico nascondeva un movimento più discreto di alti funzionari tra ministri e consiglieri. Ma bisogna tener presente – osserva Padis – che gran parte dell’alta funzione pubblica era gollista, aveva preso il posto delle vecchie élite screditate dalla collaborazione e dai compromessi dal regime di Vichy». Il Generale nutriva un certo disprezzo per gli aspetti tecnici delle scelte politiche, con la famosa citazione “l’intendance suivra”, la gestione seguirà, spesso citata oggi per spiegare gli errori del governo nella gestione della crisi sanitaria. In politica estera de Gaulle afferma il concetto di sovranità come ricorda Gilles Finchelstein, direttore della FondazioneJean-Jaurès,che ha appena pubblicato uno studio in otto paesi dell’Ue a proposito del concetto di “sovranità europea”. «Per i francesi resta un’accezione legata alla nostalgia gollista – osserva l’intellettuale – ovvero alla grandezza della Francia in un’età dell’oro scomparsa». Le condizioni eccezionali che hanno permesso il ritorno dell’Uomo della Provvidenza, prosegue Finchelstein, hanno anche segnato un destino problematico. «Sia per la personalità del leader plenipotenziario, sia per una larga e improbabile maggioranza». Il governo del presidente del Consiglio de Gaulle finisce nel dicembre 1958 con il passaggio all’Eliseo. «La speranza di vita dell’unione nazionale dura pochi mesi » osserva lo storico Gilles Thevenon. «A partire dal 1959, anche se il gollismo domina la politica francese, si riforma un’opposizione. Ed è proprio l’elezione a suffragio universale del 1962 voluta dal Presidente che getta le basi per ricreare il bipolarismo». La contrapposizione tra destra e sinistra è continuata nella “monarchia repubblicana”, come viene definita la Quinta Repubblica, fino al 2017 con l’elezione di Emmanuel Macron. Il giovane leader, che conserva un ritratto di de Gaulle sulla sua scrivania, ha fatto esplodere il sistema dei vecchi partiti. «Se fossimo in Italia – nota Thevenon potremmo dire che siamo entrati in una nuova Repubblica, nel senso di un diverso gioco politico».

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