Nel nuovo Afghanistan si aspettano tempi peggiori

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10 Giugno 2021

Nel nuovo Afghanistan si aspettano tempi peggiori

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«Ci aspettiamo giorni peggiori». Timur Hakimyar, direttore della Foundation for Culture and Civil Society e nostro abituale interlocutore a Kabul, prevede tempi bui. Per Najia Ayoubi «sono tempi confusi, opachi, in cui non è chiaro chi faccia cosa». Ayoubi è la direttrice di The Killid Radio, rete di radio indipendenti con sedi in 8 province. Dice di sentirsi in pericolo. «È la prima volta in vent’anni che mi sento veramente minacciata. Me e i miei colleghi».

GIORNALISTI E GIORNALISTE, attivisti, membri della società civile, giudici, funzionari governativi. Sono tanti gli omicidi mirati degli ultimi mesi. Una strategia deliberata che serve a indebolire il governo, a minacciare le voci libere, a mandare segnali. Ma senza paternità. «Nessuno rivendica. Le responsabilità non sono chiare. Non conosciamo chi siano davvero i nostri nemici, ci sono zone oscure», ci dice Ayoubi nel suo ufficio, nel quartiere di Karte-e-Seh. Parla di «duecento giornaliste che hanno abbandonato il lavoro» in 6 mesi, elenca una ventina di radio che hanno chiuso i battenti, racconta di minacce anonime ricevute da colleghe e colleghi sui propri telefoni. I testi recitano più o meno così: «Con la scusa del giornalismo fate le spie per gli stranieri. Vi veniamo a trovare presto». Messagghi espliciti. Mittenti sconosciuti.

Sono tempi incerti, ripete Timur Hakimyar. Come altri, sostiene che il Paese sia in una fase nuova, di transizione. Di assestamento di poteri, interni ed esterni. Conta il ritiro delle truppe straniere, in corso da tempo, che ha innescato nuove dinamiche. Il processo di pace tra Talebani e governo di Kabul è in stallo, anche se proprio nelle ultime ore le due delegazioni sono tornate a incontrarsi. Secondo le dichiarazioni ufficiali, entrambi gli attori vogliono accelerare il percorso negoziale. Ma siamo solo all’inizio.

SI VEDRANNO NEI PROSSIMI GIORNI gli effetti degli ultimi tentativi di Zalmay Khalilzad, l’inviato scelto da Donald Trump, confermato da Joe Biden. Ha appena concluso quattro giorni fitti fitti di incontri, qui a Kabul. Su di lui qui girano storie di segno opposto. Si dice che sia un arrivista pronto all’Arg, il palazzo presidenziale. Ma anche un ingenuo che si è fatto gabbare dai Talebani. È lui ad aver costruito il percorso diplomatico che ha condotto all’accordo di Doha del febbraio 2020. Nel testo sottoscritto allora da Washington e Talebani questi ultimi si impegnavano genericamente a sedersi al tavolo negoziale con Kabul e a considerare il cessate il fuoco. Hanno invece intensificato l’offensiva militare. «I Talebani hanno sempre detto di combattere contro i soldati stranieri. Ora che gli internazionali non ci sono più, continuano comunque a combattere. Perché?», chiede Hakimyar.

Di fronte alla loro intransigenza, si fanno più forti le convinzioni sui Talebani manovrati da Islamabad. Sono spiegazioni parziali, scorciatoie. La mappa dei poteri, delle autorità, delle responsabilità, è più complessa. Quel che appare nitida è la schizofrenia tra dichiarazioni ufficiali e fatti. I Talebani rassicurano a parole. Ma picchiano duro sul campo di battaglia. «Quando si entra in un processo diplomatico, prima si accetta una tregua, poi si discute», nota polemicamente Najiba Ayoubi. «Ma se continui a scegliere sempre lo strumento della guerra, se la violenza cresce proprio mentre si dialoga, non si va da nessuna parte». Rafforzati dall’accordo con gli americani, fieri di aver cacciato le forze di occupazione, i Talebani esercitano la leva militare per ottenere vantaggi al tavolo diplomatico. «Ma arrivare al potere uccidendo civili, diventare presidenti di un Paese di bare, non è una buona idea», dice Ayoubi. Per Hamikyar occorre guardarsi «dai trucchi dei Talebani», abili a manovrare.

Altri ricordano che se sono così forti è perché è debole il governo, la cui scarsa legittimità fornisce spazi enormi per gli studenti coranici. L’accordo tra i due fronti è lontano. Una firma non basterà, spiega Najiba Ayoubi. «Fermare un pezzo di carta non produrrà la pace. C’è il processo politico, certo, ma c’è anche la pace sociale. Qui c’è una società in guerra da 40 anni. Negli ultimi 20, sia il governo sia i Talebani hanno ucciso civili. Le famiglie delle vittime chiedono giustizia. Se non si affronta questo nodo, il conflitto riprenderà sempre di nuovo».

 

 

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