Nel suo discorso al Senato il nuovo premier Mario Draghi ha sottolineato più volte il ruolo atlantista dell’Italia green e cavouriana, pronta a cavalcare l’onda della Disunione Europea in tema della difesa, tra i flutti del Mediterraneo, per riportare l’influenza americana sulle sabbie bollenti della Libia e dell’Iraq, sulle coste frastagliate di Cipro e dei Balcani. Il discorso all’alta camera di Palazzo Madama naturalmente non è stato così esplicito circa l’influenza di Washington nelle aree appena elencate, bensì in esso si sono evidenziati le naturali proiezioni geopolitiche dell’Italia, spingendo quindi il nostro Paese nei “suoi” mari. La grande contraddizione che salta all’occhio è l’assenza di un paragone mediatico tra la citazione della Libia del premier e l’Africa Orientale Italiana, l’assenza di una qualsiasi forma di scetticismo, il che porta a credere che il nostro Paese non sia più solo e che Draghi abbia avuto tutte le ragioni per rivendicare la proiezione naturale dell’Italia nel Mediterraneo allargato. Questo silenzio eloquente suggerisce inoltre un’architettura nascosta in grado di sorreggere il ponte americano per il Mediterraneo, un ponte che proietta un’ombra indefinita sul mare nostrum, un’opera ingegneristica di uomini silenziosi in competizione tra loro per vincere l’appalto del secolo.

C’è chi non vuole essere ministro, chi preferisce l’ombra alla visibilità, il potere alla fama. C’è chi i ministri e i sottosegretari preferisce sceglierli, orientando le correnti meno superficiali tra le sabbie mobili di una palude democratica sempre più legata a gruppi di potere sia finanziari che culturali. Uno di questi uomini è Massimo D’Alema, l’architetto della rete dem italiana, la stella rossa a cinque punte che conta. Tutti i suoi uomini sono in partita, o lo erano fino a poco tempo fa. Roberto Gualtieri l’ex ministro dell’Economia, docente universitario di storia e vicepresidente dell’Istituto Gramsci entra in direzione Ds nel 2007 per poi ricoprire un ruolo di lunga durata negli ItalianiEuropei; Vincenzo Amendola, attuale sottosegretario per gli affari UE di Mario Draghi, già responsabile degli esteri di Sinistra Giovanile nel ‘98 nonché membro della segreteria nazionale nel 2006; Giuseppe Provenzano, l’ex ministro per il Sud, è il giovane e qualificato punto di contatto con Emanuele Macaluso e Anna Finocchiaro; Roberto Speranza, l’attuale ministro della Salute –  insieme all’ex commissario straordinario per il Covid-19 Domenico Arcuri, sonoramente silurato e sostituito prontamente dal Generale Francesco Figliuolo. D’Alema ha inoltre inaugurato un nuovo canale dell’anglosfera assumendo la guida del board di consulenti di Ernst&Young Italia, società di consulenza britannica ben inserita nel contesto finanziario e imprenditoriale statunitense, e che nel nostro Paese vanta una presenza diffusa. Di recente Donato Iacovone, capo di Ernst & Young Italia, è diventato il presidente del gruppo infrastrutturale Webuild-Salini Impregilo (partecipata di Cdp), mentre a novembre 2019 Rodolfo Errore, già partner di Ey, è finito in Sace con il ruolo di presidente.

L’attenzione del ministro della Difesa americano Lloyd Austin, però, nell’attuale governo italiano è rivolta soprattutto a Lorenzo Guerini, pragmatico e felpato mediatore Pd (anche lui della corrente Dalemiana) e ministro della Difesa in carica. Fu proprio Guerini, che insieme ad Amendola, durante il Consiglio dei Ministri per il 5G nel governo Conte II, riportò sotto l’arco europeo e americano la questione orientando la decisione di una sovranità digitale e tecnologica in stretta collaborazione con gli States. Oltre a Guerini, con la nomina di Pietro Serino a Capo di Stato Maggiore, la dimensione Nato del nostro Paese prende forma attraverso il trasferimento della responsabilità della politica estera di stampo atlantista dal ministero degli esteri ai nostri militari e quindi a Guerini e Serino, ai quali il presidente Biden affiderà anzitutto il ruolo di compensare fisicamente la riduzione della presenza americana su suolo iracheno, che dal 2003 non è mai stata tollerata. Ma come mai questo vivo interesse nei confronti del nostro Paese? È un cambio di passo non indifferente, da analizzare attraverso una precisa chiave di lettura, ossia la “nuova” postura americana nei confronti del Medio Oriente e la prospettiva sovrana nella difesa dell’Europa nei confronti di Washington.

Per quanto riguarda invece l’Europa, se la Francia di Emmanuel Macron ha fatto asse contro la Turchia con Grecia ed Egitto nella torrida estate del 2020, promuovendo la propria idea di Europa pienamente sovrana in competizione con Washington in tema di difesa ed armamenti, la Germania di Angela Merkel (senza però schierarsi frontalmente contro la Turchia) non si è discostata di molto da tale prospettiva, addirittura con uno slancio molto più pronunciato delle proprie industrie automobilistiche verso Pechino, con accordi economici sempre più significativi. Questa summa di fattori è in antitesi con la logica di antagonismo alla Cina da parte degli Usa, la cui amministrazione freme per riaffermare il proprio ruolo egemone. Come accennato in precedenza, la “nuova” postura mediorientale di Biden, molto simile a quella che fu di Obama e delle sue primavere arabe, è fatta di pressioni politiche all’Arabia Saudita e all’Egitto, la prima sempre più vicina a Pechino, la seconda sempre più partner strategico e militare della Russia. L’allontanamento da questi due attori passa per un imprescindibile avvicinamento ad Ankara, attore fondamentale e storico interlocutore per gli Usa nell’area, l’unico capace di mettere i bastoni tra le ruote alla Russia sia in Siria che in Libia, nonostante il suo espansionismo nel mediterraneo orientale agli occhi occidentali. È proprio in quest’ottica che va considerato il ruolo che L’Italia dovrà ricoprire nel Mediterraneo e in Medio Oriente; è allora utile analizzare alcuni recenti avvenimenti nell’area che coinvolgono i comportamenti le azioni dell’America di Biden.

Prima si accennava a pressioni politiche da parte di Washington nei confronti dell’Arabia Saudita e infatti, circa due settimane fa, formalmente al fine di incrementare gli aiuti umanitari in Yemen, l’amministrazione Biden ha revocato la designazione terroristica al gruppo Houti che l’ex segretario di Stato Mike Pompeo aveva loro attribuito. Questo gruppo sciita ribelle – sostenuto economicamente dall’Iran –  in seguito alla decisione americana, ha preso di mira e bombardato mediante dei droni l’aereoporto internazionale di Abha in Arabia Saudita. La dichiarazione postuma ai fatti di Lloyd Austin, il ministro della Difesa Usa ha rettificato rivolgendosi a Bin Salman, che in seguito al cambio di amministrazione, gli USA continueranno a fornire supporto difensivo nei confronti degli Houti, ma non supporteranno più le azioni offensive della Coalizione, nella quale figura anche l’Egitto di Al Sisi con un peso non trascurabile. Queste forme di pressione nei confronti dell’Arabia Saudita si sono manifestate in questi giorni anche mediante la pubblicazione da parte di Avril Haines del dossier sull’omicidio Kashoggi, il cui eco mediatico ha travolto nel suo polverone Matteo Renzi, l’artefice della caduta del Conte bis, governo anch’esso collegato a una regia di D’Alema, la quale non è bastata a tenere in vita Conte, ma è stata fondamentale per tenere in piedi il Partito Democratico, per il momento ancora ancorato a salde radici.

Non a caso il mondo culturale e politico vicino al Pd si è schierato mediaticamente contro Renzi, accusandolo di sostenere il “tiranno” Bin Salman da Riyhad mediante la solita macchina del fango, ma anche contro l’Egitto di Al Sisi per la questione Regeni e Zaki. L’esperienza della primavera araba egiziana del 2011 con la caduta di Mubarak e l’instaurazione del governo Morsi vicino alla Fratellanza Musulmana, ha creato uno strappo tra il Cairo e gli Usa difficilmente ricucibile persino da Al Sisi e Trump, avvicinando irreversibilmente l’Egitto alla Russia, la quale si è sostituita all’America per quanto riguarda il partenariato strategico e militare, fatto di ingenti investimenti, proprio come quelli da 1,3 miliardi all’anno che Bush Jr. destinava all’apparato militare egiziano, diventando di fatto due alleati sostenitori di Haftar in Libia, in opposizione agli Usa e alla Turchia al fianco del libico Al Serraj. Ecco allora il motivo dell’incrinatura dei rapporti diplomatici con l’Egitto di Al-Sisi da parte dell’Italia e dell’attacco indiretto a Bin Salman sul lato dei diritti umani, per altro strumentalizzato al volo dall’area democratica per compromettere mediaticamente nemico interno Matteo Renzi.

Pare chiaro allora di come il vivo interesse americano dal punto di vista della Difesa nei confronti dell’Italia nel Mediterraneo allargato sia giustificabile nella sua funzione di oppositore alla Russia e all’Egitto in Libia, ma anche nei Balcani, data la sua posizione strategica e l’eccellenza in ambito sia navale che aerospaziale. Fincantieri, Leonardo (di Alessandro Profumo) e la joint venture tra le due Orizzonte Sistemi Navali sono il trittico dell’eccellenza strategica italiana. Leonardo parteciperà agli accordi di Artemide, mentre Fincantieri ha ricevuto nel maggio 2020 una commissione da parte della Marina Americana pari a 5,06 miliardi di dollari e un finanziamento annuo di 1,3 miliardi di dollari, numeri che ricordano quelli dei finanziamenti all’Egitto durante l’epoca di Bush Jr. L’Egitto, come l’Italia d’altronde, si affaccia sul Mediterraneo ed è proprio il nostro Paese che dovrà spalleggiare militarmente l’America di Biden nella sua nuova postura mediorientale, molto diversa da quella di Trump e molto simile a quella di Obama. È così che “l’occasione” si è presentata al nostro Paese attraverso Mario Draghi, il quale con ogni probabilità, avendo messo gli uomini giusti al posto giusto, di fronte al progetto di difesa comune promosso da Emmanuel Macron, sganciata da Washington, avrà modo di sottolineare davanti agli Usa l’importanza strategica dell’Italia, attirando più che mai la sua attenzione sullo Stivale. Che sia condivisibile o meno da questa strategia americana per il Medio Oriente, la lettura, stra le righe appare quanto meno chiara: Gli Usa vorrebbero offrire all’Italia “un’opportunità”. La regia nel Mediterraneo allargato. La domanda necessaria è sempre la stessa: pro o contro il nostro interesse nazionale?


 

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