Stadi aperti, musei chiusi e la salvezza nella creatività

BANDO CONCESSIONE STADIO – CHIARIMENTI
16 Aprile 2021

Stadi aperti, musei chiusi e la salvezza nella creatività

di Sergio Risaliti
Nelle ultime settimane ci siamo quasi assuefatti alla situazione di desolazione e generale sospensione in cui versano le nostre città d’arte, trascinate da una corrente di disinteresse governativo che ha costretto la cultura a un sonno forzato e i musei a una prolungata letargia. Come se l’unica ragione di vita fossero per ognuno di noi le dispute tra la ripartenza economica e il piano vaccinale. Nel frattempo sono state stravolte le modalità di percezione estetica in un nuovo format, quello virtuale, più attuale e popolare grazie alla potenza tecnologica di cui ci serviamo e da cui siamo condizionati fin nel profondo.
Un’esperienza totalmente priva di corporeità, dimensione necessaria all’arte fin dai primordi quanto la sua materialità. In altre parole ci stiamo abituando a godere a distanza di un dipinto o di una scultura, perfino a fare visite di gruppo nei musei stando ognuno nella propria stanza, soli e sicuri davanti a uno schermo. Siamo ben oltre l’epoca della riproducibilità tecnica e la perdita dell’aura. Alla tecnologia avanzata poco interessano la prossimità e la presenza. I musei potrebbero restare chiusi ad oltranza. Nulla a che fare con la sicurezza. Mentre i contagi aumentano tra le vie del centro e nei centri commerciali e gli assembramenti si moltiplicano sui mezzi di trasporto e nelle piazze, il mondo dell’arte e quello dei musei accettano a malincuore decisioni politicamente scorrette.
Qualche reazione si è vista.
L’Albero di Giuseppe Penone in Piazza Signoria, la Ferita di JR sulla facciata di Palazzo Strozzi, la scritta “Siamo con voi nella notte” nel loggiato del Museo Novecento sono la chiara dimostrazione che l’artista pretende una relazione fisica, anche urtante, con le persone; vuole l’incontro diretto, e ambisce a essere protagonista della vita pubblica. L’arte non è mai oggetto decorativo, intrattenimento ludico, attrattore turistico; si oppone alla civiltà di massa, ha nel mirino la persona nella sua singolarità. Una grande critica americana, Camille Paglia, ha spiegato bene la funzione politica dell’arte: «L’unica via per la libertà è l’autoeducazione all’arte.
L’arte non è un lusso per le civiltà avanzate. È una necessità senza la quale l’intelligenza creativa s’inaridisce e muore. Anche in tempi di difficoltà economica il sostegno alle arti dovrebbe essere un imperativo nazionale». Eppure le decisioni politiche nazionali hanno dimostrato l’esatto contrario. Potevamo dare un segno di civiltà e di coscienza politica diversa, potevamo investire sui musei come luoghi di ristoro dell’anima così duramente afflitta, segregata, imbarbarita. Potevamo usare i musei per quello che danno di prezioso: elevazione spirituale e sviluppo cognitivo. Invece abbiamo scelto di giocare al risparmio. Ci stavamo quasi abituando al gioco al ribasso, sopraffatti da certe dichiarazioni che dimenticano la vita dei musei, la loro funzione, concentrando l’attenzione su la riapertura di ristoranti, bar, palestre, stabilimenti balneari.
Innescando confronti e rivendicazioni umilianti. Loro si, noi no e viceversa. Infine, ridotti all’inerzia, abbiamo quasi accettato di essere marginali e superflui. Ci ha pensato fortunatamente il governo a risvegliarci e stuzzicare il nostro amore per l’arte. La notizia di una prossima riapertura degli stadi in occasione del campionato Europeo è insopportabile. Tacerne sarebbe il segno di una sottomissione culturale inaccettabile. Ma che genere di umanità vogliono difendere a Roma? Pensano veramente che la nostra vita sia fatta di una biologia distinta dallo spirito, che prima venga la pancia, che ogni speranza e anelito alla felicità sia guidato dal profitto? Firenze non può accettare supinamente certe decisioni senza proporre una visione più elevata e di vera rinascita. La creatività può salvare il mondo liberando l’uomo dalla schiavitù economica e tecnologica, dalla dipendenza cui ci obbliga il consumismo. Diamoci da fare allora. Decidiamo da che parte stare.

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