‘Arte al Centro’ durante il solleone

Un bilancio insignificante
31 Luglio 2020

‘Arte al Centro’ durante il solleone

di Pierluigi Piccini

 

L’articolo di Roberto Barzanti, pubblicato su “La Nazione”  del 28 luglio dal titolo  ‘Arte al Centro’, merita di essere commentato anche in questo periodo segnato dal solleone. Per tentare di uscire dalle contrapposizioni e dai giudizi general-generici fondati su parole come “la sinistra” e “la destra”, ora e prima facendo di tutta un erba un fascio. Sulla contrapposizione con la situazione precedente ormai siamo abituati a un andazzo che considera ciò che è passato tutto uguale indistinto. Anzi gli eventuali errori commessi vengono utilizzati per giustificare quelli del presente: un capolavoro! La sinistra del primo dopoguerra, la guida socialista della città, il Partito Comunista gli uomini degli anni Settanta e quelli del duemila tutti uguali, di notte le vacche sono tutte grigie: nessuna distinzione, nessun tratto e nessuna caratteristica divide questi periodi. L’ideologia impera e quando a pronunciarsi è qualche presunto politico cittadino tira e baralla, ma quando lo fa qualche accademico abituato alla ricerca d’archivio la vicenda diventa preoccupante. E nella politica culturale questa città si sveglierebbe solo ora con l’accordo fra Siena, gli Uffizi e la Galleria Nazionale dell’Umbria. Per Siena ovviamente si pensa al Santa Maria della Scala, dico così perché ad oggi l’Antico Spedale formalmente non è neppure un museo. Quindi l’accordo è esclusivamente di natura economica, probabilmente legato alle bigliettazioni, non risulta esserci qualcosa che possa legare le tre realtà dal punto di vista più squisitamente culturale: si è dato un taglio strettamente turistico finalizzato ad aumentare le quantità. Nulla in contrario, ma molto lontano dalla costruzione di percorsi espositivi legati alla ricerca e al restauro di opere, alla ricomposizioni di collezioni. Una volta nel passato, appunto, Siena ha esercitato una certa egemonia in questo settore, imponendo anche dei modelli organizzativi. Basti solo ricordare la mostra su Duccio. Coronamento di una serie di iniziative partite con l’esposizione sulla scultura dipinta e terminate con la mostra su Ambrogio Lorenzetti. Oggi assistiamo viceversa ad esposizioni pacchetto che hanno già girato il Paese, poco attrattive e soprattutto non prodotte nel nostro territorio. Prendiamo quello di positivo che si è già fatto, miglioriamolo se necessario. Speriamo che altri soggetti come le Università o la stessa Fondazione Monte dei Paschi sappiano raccogliere il metodo collaudato nel passato e riproporre iniziative di alto livello prodotte qui da noi dove abbiamo tutte le forze e le competenze per poterlo fare. Prima di andare a Firenze Raffaello è passato per Siena, ha lavorato con Pinturicchio avendo già conosciuto l’opera di Francesco di Giorgio Martini ad Urbino: bel tema! Uno dei tanti possibili degno di essere ricordato nell’anno dell’anniversario della sua morte, cosi tanto per dire, per l’eternità. Da tempo sostengo che la strada delle esposizioni non può essere l’unica via attrattiva, ma che ha bisogno per essere efficace di essere accompagnata dalla didattica, supportata dagli archivi magari digitalizzanti, dal coinvolgimento di specialisti come quelli impegnati nel controllo, restauro e valorizzazione delle opere d’arte e dei monumenti, da un territorio di riferimento. Sono convinto che solo una impostazione del genere dai caratteri originali e produttivi possa dare una ricaduta reddituale solida soprattutto ora dopo la pandemia. Riproporre vecchi modelli come l’esposizione della Collezione di Johannesburg Art Gallery ha poco senso. Forse per qualcuno può avere un significato simbolico quello di considerare il Covid-19 una parentesi, ma purtroppo non è così: nulla è più come prima. Il rafforzamento culturale di Siena per me va inteso nel modo sopra descritto. E i problemi della collocazione adeguata della Pinacoteca Nazionale (a quanto ci risulta l’accordo del 2000 con il ministro Melandri non dispiacerebbe neppure all’attuale ministro) della modernizzazione del Museo dell’Opera del Duomo – i temi accennati nell’intervento di Barzanti e da tempo all’ordine del giorno – sono snodi essenziali per dare un’identità solida all’auspicata Fondazione Santa Maria della Scala, per rendere l’Acropoli un luogo ricco di un’offerta permanente e di attività coerenti con compiuto rilancio della sua presenza internazionale.        

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