È la Germania che sta strappando all’Italia la leadership dell’allargamento dell’Ue ai Balcani occidentali. Lo si vede da almeno tre indizi. Un forte avallo politico da parte di Angela Merkel e del suo governo. Un’intensa rete di contatti, di scambi e di visite, anche grazie alle potenti fondazioni tedesche. E poi ancora l’apertura a un’immigrazione qualificata (medici, infermieri etc.), gestita in funzione delle esigenze del mercato tedesco.
Già nel 2014 il governo tedesco lanciò con Francia e Austria, e l’iniziale esclusione dell’Italia, il «processo di Berlino» insieme ai Paesi candidati o candidabili – Serbia, Montenegro, Albania, Nord Macedonia, Bosnia Erzegovina e Kosovo – per favorirne l’approdo a Bruxelles. Obiettivo essenziale, per la loro stabilità democratica attraverso salutari riforme interne, per la crescita e per evitare che l’area, se non integrata, resti un buco nero nel tessuto europeo circostante.
Al vertice dei Paesi del processo di Berlino dei giorni scorsi a Poznan, la cancelliera ha voluto dare la linea personalmente per l’adesione dei nuovi membri nella famiglia europea. Ha così preso le distanze da Macron, ben più cauto su quel traguardo. Per l’Italia, in assenza del presidente del Consiglio e del ministro degli Esteri, ha partecipato il ministro della Difesa. Gradi diversi di attenzione.
A metà degli anni Novanta ci vollero le fiamme della biblioteca di Sarajevo, simbolo di integrazione multiculturale, e il sanguinoso assedio della città per aprire gli occhi di molti italiani sui vicini balcanici. Passata una generazione, oggi il destino dei Balcani occidentali è proiettato nel seno dell’Europa. È nelle loro aspirazioni e nel nostro interesse; più controverso è il percorso fino alla meta.
Per alcuni (Francia, Olanda) la priorità non può affatto essere il nuovo allargamento, bensì una riforma dell’Ue, poi si vedrà. Altri, come noi, appoggiano l’inclusione dei balcanici nelle istituzioni euro-atlantiche. In questo senso si è ora espresso il nostro Parlamento con una limpida risoluzione approvata all’unanimità, che impegna il governo a sostegno dell’adesione di Serbia e Montenegro, dell’apertura dei negoziati con Albania e Nord Macedonia, da decidere a ottobre, e della tortuosa normalizzazione della Bosnia Erzegovina.
Per l’Italia la regione è strategica, con legami naturali e promettenti, ma non siamo i soli a guardare al di là dell’Adriatico. Si muovono l’Europa centro-orientale, l’Austria e soprattutto la Germania, con un’intensificazione di rapporti e iniziative mirate. Se è auspicabile che l’Ue la sostenga in forma coesa, è quindi necessario misurarsi pure con i concorrenti. Non è da sottovalutare l’attivismo della Germania, con il suo disegno aggiornato di espansione d’influenza nei Balcani occidentali. Anche l’Italia ha buone carte da giocare nell’intera area. Per l’Albania, ad esempio, siamo di gran lunga il primo partner commerciale. Ma per costruire una vera partnership occorre una politica di lungo respiro, sistematica e capillare. Lì, per storia e prossimità, le premesse a nostro favore ci sono tutte. Occorre avvalersene con decisione.