Bini Smaghi “Mini Mps? Oggi per restare in piedi serve una dimensione di livello nazionale”

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Bini Smaghi “Mini Mps? Oggi per restare in piedi serve una dimensione di livello nazionale”

Lorenzo Bini Smaghi

L’intervista all’economista
di Maurizio Bologni
Lorenzo Bini Smaghi, Mps avrebbe chance per proseguire in un percorso autonomo di risanamento, ottenere una proroga dei termini di uscita dello Stato dal capitale e riproporsi sul mercato dopo la fine del 2021 in condizioni di maggiore appetibilità?
«È giusto valutare tutte le alternative, per capire quella preferibile, ma il criterio deve essere quello della redditività, che consenta di creare valore agli azionisti. Altrimenti non ci sarà mai nessuno disposto ad investire. Nel contesto attuale, con tassi d’interesse bassi e economia in crisi, la capacità di generare utili dipende principalmente da tre fattori: la dimensione, il potere di mercato (in termini di quote) e la capacità di offrire prodotti competitivi ai clienti. Mps può essere risanata anche stando da sola, ma i costi di tale ristrutturazione rischiano di essere ben maggiori di quelli che si avrebbero con una aggregazione in un gruppo più ampio».
Dall’incorporazione di Mps in Unicredit si temono forti ripercussioni occupazionali sul territorio toscano per la presenza di direzione generale a Siena e 306 filiali, società controllate come Mps Leasing&Factoring, Mps Capital Service e Widiba, che complessivamente danno lavoro ad oltre tremila persone in Toscana e che rischiano di subire un forte ridimensionamento. Come affrontare questa criticità?
«L’aggregazione va valutata non solo sulla sua capacità di generare maggiore efficienza, in particolare attraverso la riduzione dei costi, ma anche sull’aumento dei ricavi, per effetto di una maggiore quota di mercato e una distribuzione dei prodotti più diffusa. Mps ha dei prodotti competitivi. Se la fusione con Unicredit consentisse di aumentare il numero dei clienti per i propri prodotti in tutta Italia, sarebbe un fattore di sviluppo. Se invece avvenisse il contrario, il ridimensionamento di Mps rischia di essere più importante».
Per Mps e Toscana non sarebbe preferibile un matrimonio con un partner straniero che non sia attualmente presente sul territorio nazionale e che quindi abbia interesse a mantenere direzione generale a Siena, rete di sportelli e società satelliti?
«Una banca internazionale che non è presente sul territorio italiano non potrebbe sfruttare le sinergie dei costi. Potrebbe però usare Mps come base di partenza per una strategia di sviluppo italiana più ampia. Un ostacolo, nella situazione attuale, sono le reazioni nazionaliste, che in un mercato europeo integrato non hanno molto senso. Rischiano di far perdere delle opportunità e di aumentare i costi, soprattutto per i contribuenti».
Da ex membro italiano nel board di Bce prima di Mario Draghi e da attuale presidente di Société générale, una delle prime banche europee e terza in Francia, lei ha una visione internazionale del mercato del credito. Può esserci fuori dall’Italia un potenziale partner per la banca senese?
«In teoria, dovrebbe essere il management di Mps a identificare la soluzione di aggregazione migliore, in grado di creare valore per gli azionisti e per il territorio. Questo può avvenire tuttavia solo dopo che la banca ha effettuato una ristrutturazione tale da renderla appetibile ad investitori di mercato.
Questo crea una sorta di Comma 22, perché la ristrutturazione da soli rischia di essere molto più costosa, in particolare in termini di occupazione, che all’interno di un gruppo più ampio».
Fa capolino il progetto di scorporare dall’operazione con Unicredit uno spin-off regionale delle dimensioni che aveva Banca Toscana, presente anche in regioni confinanti. Fattibile secondo lei?
«Come ricordavo prima, in un contesto di tassi bassi ed economia stagnante, la dimensione è un fattore fondamentale per riuscire a stare in piedi con le proprie gambe.
Questo è il motivo per cui le aggregazioni si stanno sviluppando attualmente soprattutto a livello nazionale».
Come vede il credito in Toscana?
«Le aggregazioni recenti, e l’entrata di nuovi player internazionali, hanno reso il sistema più competitivo. Il problema a mio avviso non è tanto legato alla disponibilità del credito quanto al rischio di un eccesso di debito da parte di aziende che sono sottocapitalizzate per far fronte alle sfide del futuro. Il sistema finanziario deve dunque aiutare le aziende a rafforzare il proprio patrimonio, che è condizione necessaria per continuare ad investire e ad essere competitivi».
E l’economia toscana nel post Covid?
«La crisi ha mostrato che la qualità dell’ambiente nel quale si vive e si lavora è essenziale per lo sviluppo. Il NextGenerationEU è una grande opportunità per investire sul futuro della Toscana e per sfruttare meglio i punti di forza della regione. Vanno rafforzati tre fattori essenziali: mobilità, infrastrutture informatiche e istruzione. Se la fibra fosse disponibile ovunque, e di buona qualità, e se ci fosse una migliore mobilità interna ed esterna, anche internazionale, la Toscana sarebbe imbattibile. Ci vuole infine un polo universitario e di ricerca che miri ai primi posti in Europa. Se si lavorasse insieme su questi aspetti, trovando punti d’incontro che superino gli interessi localistici, la ripresa post-covid potrebbe rappresentare una grande opportunità per la regione».

 

 

 

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