Carlo Zinelli, che partì soldato, tornò matto e divenne artista

Plants
12 Giugno 2019
negramaro – Attenta
12 Giugno 2019

Carlo Zinelli, che partì soldato, tornò matto e divenne artista

Si è appena conclusa nelle Sale Napoleoniche di Palazzo Te a Mantova la mostra “Carlo Zinelli. Visione continua” a cura di Luca Massimo Barbero. Un’esposizione potente e intelligente che è possibile rivivere grazie al bel catalogo edito da Corraini e che soprattutto ha offerto lo spunto per conoscere un Artista che, al di là della sua biografia, merita di essere riscoperto in tutta la sua grandezza.

Jean Dubuffet, il grande artista francese che prima faceva il vino e poi imparava a dipingere dai matti, quando conobbe il lavoro di Carlo Zinelli presentatogli dallo psichiatra Vittorino Andreoli – quel signore un po’ buffo ma tanto intelligente che tra i primi capì che l’arte non è terapia ma condizione dello spirito – si rese conto che quello che aveva di fronte era la quadratura del cerchio.

Carlo Zinelli (San Giovanni Lupatoto, 1916 – Verona, 1974), per pochi giorni alpino, per dieci anni matto e per il resto della sua vita Artista, era l’anello di congiunzione che probabilmente ancora mancava tra l’espressività brutale propria, appunto, dell’Art Brut da lui teorizzata e l’arte colta e consapevole dei “normali” che, in quanto tali, artisti lo erano meno.

Carlo Zinelli, Quattro barche gialle e carte di caramella (lato A),1962 circa, collezione Fondazione Cariverona. Foto: Stefano Saccomani

Un bel nodo da sciogliere, quello di Dubuffet. Cercava l’arte nei manicomi dove i reclusi vivevano spesso come bestie in cattività per trovare le forme primitive dell’espressività umana, senza però considerare che quella non era vita primitiva ma, Foucault insegna, moderna negazione della diversità. Cercava di portar fuori quella potenza atavica per immetterla nel fare artistico con un piglio tipicamente surrealista, volto a liberare l’inconscio freudiano contro il volere di Freud, per andare oltre il surrealismo stesso.

Cercava di sovrapporre le categorie, il matto con l’artista, provando, senza poterci ancora riuscire, a eliminare il confine e creando così un corto circuito di senso. Ma Carlo Zinelli questa cosa, a suo modo e suo malgrado, la risolve.

Carlo Zinelli, Grande cavallo stellato con cappello da alpino rosso (lato B), 1967, collezione Fondazione Cariverona. Foto: Stefano Saccomani

Carlo è matto, certo, ma un matto straordinario, diceva di lui Andreoli. Puoi essere matto, che capita spesso e a molti. Ma anche straordinario, che capita meno spesso e a pochi. E Carlo Zinelli straordinario lo era davvero, prima di tutto come artista. Fu iniziato all’arte da Michael Noble, – personaggio complesso e affascinante, anch’egli soldato e artista – e dalla moglie Ida Borletti nel laboratorio del suo manicomio, San Giacomo alla Tomba a Verona, che era la sua tana, il suo rifugio, da cui mai sarebbe uscito se non per la chiusura dello stesso. Non voleva più vedere il mondo ma solo rappresentare il suo, forse per liberarsene o almeno tenerlo a bada, con quella forza drammatica del vissuto che anche uno studente d’Accademia di Belle Arti capisce essere lo scarto tra estetica e etica, formalismo e potenza dell’opera d’Arte.

Allora quando si parla di Carlo Zinelli si deve parlare di un Artista, e il resto è biografia. Parlò di lui come di un Artista il più grande dei critici e curatori, Harald Szeeman, che, dall’alto della sua formazione di filosofo anarchico, sapeva cogliere l’essenza oltre l’apparenza, che fu il primo a immettere gli artisti cosiddetti “Outsider” nel circuito dell’arte contemporanea e che incluse Zinelli in Bildnerei der Geisteskranken – Art Brut – Insania pingens alla Kunsthalle di Berna nel 1963, quando ne era il direttore.

E ne parla come di un Artista oggi Luca Massimo Barbero, che ha curato la bellissima mostra Carlo Zinelli. Visione Continua a Palazzo Te a Mantova, nelle sale Napoleoniche dove poco prima erano esposti i capolavori di Tiziano e Gerard Richter di cui già abbiamo parlato in queste pagine. E proprio questa continuità, da Tiziano a Richter a Zinelli, rende chiaro allo sguardo come sia l’Arte a definire l’Artista di fronte alla Storia.

Carlo Zinelli, Quattro figure a animali bianchi a cerchi su sfondo rosso e Uomo, cani, topi e figure bianche a cerchi su sfondo rosso, 1962 circa, collezione Fondazione Cariverone. Foto: Stefano Saccomani

Zinelli non è mai stato un divo, non ha neanche mai partecipato a una sua mostra, ma era un Artista vero, mosso dalla necessità e supportato dalla consapevolezza del suo fare artistico. Zinelli è stato surrealista nella visione onirica, futurista nell’onomatopea e nel testo visivo ed espressionista alla Matisse nella stilizzazione delle figure e nella potenza del colore, creatore di un mondo variegato e complesso, un caleidoscopio, come dice Lorenza Roverato nel suo testo in catalogo, di immagini e di significati che avvolgono e scuotono, senza però la bava alla bocca e le urla roche dell’internato manicomiale incistato nell’immaginario comune.

Ripetizione ritmica, animali totemici, sagome antropomorfe, simboli come croci e stelle, contrasti di colori complementari rendono le immagini forsennate, si, ma lucide, di Carlo Zinelli un’avventura esistenziale tremenda e affascinante, alla quale siamo invitati come spettatori non passivi, costretti a vivere un’esperienza di profonda denuncia e di infinito dolore. Perché la malattia mentale è sofferenza e solitudine. Ma la guerra fa schifo davvero.

Lascia un commento