C’era una volta un presidente. Si chiamava Donald Trump, era di origini tedesche e diversamente da gran parte dei suoi predecessori non proveniva né dal mondo dei militari né da quello degli avvocati. Il suo habitat artificiale era stato e continuava ad essere l’edilizia, attività ereditata dal padre al quale già Woody Guthrie aveva dedicato qualche invettiva canora. Veniva da quel Bronx nel quale erano nati tanti New York Intellectuals, ma la cultura non era mai stata il suo forte. Non lo era mai stata nemmeno l’eleganza, per la verità, ma con un popolo di cui come diceva Barnum nessuno perderà mai un centesimo a sottovalutare i gusti, questo non era certo un problema. Proprio dall’alta moda, da Pierre Cardin aveva preso l’idea chiave per farsi strada: mettere il suo nome su ogni cosa, dalla bistecca al grattacielo. Il sarto francese voleva dare forma al mondo, lui si era messo in testa di darla a Manhattan e a se stesso, una Trump-Manhattan.

All’inizio degli anni Novanta lo davano già per fallito, ma siccome in America, nel Paese dell’extra large, il fallimento è da sempre parte integrante del successo, proprio da lì, dalla disfatta, aveva saputo, sfruttando una naturale disinvoltura e la dilagante ossessione per il denaro, tirare fuori il successo. Lo aveva raggiunto grazie a un programma televisivo di grande successo che aveva nella frase di rito da lui animosamente pronunciata, “You’re fired”, la sua formula magica.

Al mondo della politica era sempre stato vicino, finanziando anche il partito democratico, ma non era tipo da sottilizzare troppo su questioni socio-ideologiche. Certo, i suoi riferimenti erano tutti dalla stessa parte, Nixon, Reagan, Goldwater e anche il miliardario Ross Perot che nel 1992 aveva ottenuto uno strepitoso successo da indipendente (inferiore solo a quello di Theodor Roosevelt nel 1912); come quel Roosevelt lì, nel GOP, il Grand Old Party, quello con l’elefante in bella mostra, non si era mai sentito a casa. Molti conservatori trovavano di che eccepire, famosi opinionisti come George Will abbandonavano il partito, nessuno scommetteva un centesimo sulla sua riuscita, nemmeno dopo che ebbe fatto fuori uno dopo l’altro come birilli tutti i contendenti, nemmeno sapendo che dall’altra parte avrebbe trovato una Hillary Clinton molto poco a suo agio nel sentimento popolare.

Trump gridava contro uno “stato che protegge se stesso e non i cittadini”, mitragliava sui social stile Rambo nella giungla, ma la sua arma segreta non aveva proiettili, viveva alla Casa bianca. Si chiamava Barak Obama, e complice una crisi paragonabile solo a quella post 1929, non solo non aveva saputo risollevare il Paese, ma nemmeno il partito cui pure apparteneva, quello democratico. Quella banda di picchiatelli svedesi gli aveva consegnato così sulla fiducia, appena eletto, il Nobel per la pace, così, come se fosse una di quelle bottiglie che trovi nelle camere di albergo, ma la fiducia doveva rivelarsi mal riposta, come si poteva intuire già all’inizio, quando dopo aver puntato l’indice sulle banche per la crisi finanziaria, come primo atto fece loro recapitare loro 800 miliardi di dollari, senza preoccuparsi minimamente che CEO come quello di J.P.Morgan  potessero prendersi buonuscite da 39 milioni.

Il bello è che la crisi del 2007-2008 non è che fosse sbucata dal nulla, bastava solo ascoltare e riascoltare canzoni come “The Ghost of Tom Joad”, scritta da Bruce Springsteen a metà anni Novanta, per capire che c’era tutta una popolazione di “dimenticati” (per lo più bianchi) che la globalizzazione aveva messo in ginocchio. Ma il partito democratico si comportava come i delfini incuffiati e addestrati nel film “Le avventure acquatiche di Steve Zissou” di Wes Anderson: “o non sentono o non capiscono nulla”.

Per Trump Reagan restava un mito, ma un mito da adattare, per dire così alle esigenze del momento. Il sospirato ritorno alle origini della frontiera (“America is back”), rivisto e corretto nel senso di America first poteva anche funzionare, così come l’alleggerimento fiscale, storico cavallo della destra liberale; ma per la deregulation, per il liberismo sfrenato non c’era più posto, così come per la fandonia delle democrazie da esportare nel mondo, che costavano tanto e portavano solo guai. La finanza, insieme alla politica che l’aveva sempre protetta, restava il grande nemico. Su questo terreno potevano incontrarsi perfino i Tea Party e quel movimento Occupy Wall Street che Obama aveva tentato perfino, a un certo momento, con scarso successo, di cavalcare. Chi si era aspettato che col primo presidente nero della storia americana le condizioni dei neri sarebbero migliorate, si era dovuto ricredere; chi aveva sperato che la power élite alloggiata nella plancia di comando a Washington e al Pentagono subisse qualche rovescio anche, per non parlare dei rapporti con i potenti cinesi abbracciati da Obama così poco graditi alla pancia del Paese.

Prendendo forse alla lettera il simbolo del GOP, nella cristalleria del sistema-mondo il neo presidente Trump era entrato come un elefante, ma un elefante che a ben vedere la proboscide – stupidaggini social e avvicendamenti a raffica nello staff a parte – sapeva anche usarla con una qualche accortezza. Gli attacchi ad accordi come il TTIP, all’ONU, all’OMS o la faccia feroce con la Cina funzionavano, la macchina economica marciava, la “struttura” della sua amministrazione, nepotismi a parte, non è che fosse così avventata. Tanto per dire, come Segretario al Tesoro non aveva messo un avversario delle banche ma un parente ma un Goldman Sachs di seconda generazione come Steven Mnuchin.

C’era una volta Trump. Perché ora non c’è più, spazzato via dall’emergenza Covid, e dal conseguente stratosferico boom del voto per posta? Forse, anzi probabilmente.  Ma da due mesi a questa parte annichilito da se stesso, dal suo stesso invasamento da post-verità, dalla povertà culturale da cui è tiranneggiato, dall’incapacità in fondo di accettare proprio quella realtà in nome della quale era riuscito a farsi eleggere presidente.

Che la crisi della politica americana fosse ormai strutturale, e che non ci potesse essere peggiore inaugurazione della follia mondiale scatenata da Bush dopo le torri gemelle, si era capito, a meno di non essere miopi. Che gli otto anni di amministrazione Obama abbiano partorito soltanto una – peraltro non risolutiva: solo una ventina di milioni di americani su oltre 40 ne hanno tratto vantaggio – complicatissima legge sanitaria definita dal New York Times “un regalo ad assicurazioni ed aziende farmaceutiche” è cosa più difficile ad ammettere per il bel mondo progressista, quello abituato ad associare il movimento Black lives matter, nato nel 2015 proprio sotto Obama, alla tanto così tanto disprezzata era Trump. È lo stesso mondo che si era messo a chiedere l’impeachment fin dal giorno del suo insediamento, che faceva vignette su vignette sui capelli oro giallo e titoli sugli stilisti che si rifiutavano di vestire la moglie Melania, quello che si è messo ad attaccare Trump scendendo sul suo misero terreno (vedi i rovesci interni allo stesso New York Times), che lo ha sempre demonizzato per la presenza ossessiva e ubriacante su piattaforme social. Questo almeno fino a due giorni fa, quando Twitter, Instagram e Facebook con atteggiamento censorio gli hanno bloccato il profilo. a tempo “indeterminato o almeno per le prossime due settimane” fino al giuramento gli account del presidente, si è fatto sapere.

“Gli scioccanti eventi delle ultime 24 ore mostrano chiaramente che il presidente Trump intende usare il resto della sua permanenza in carica minando una pacifica e legale transizione di potere al suo successore, Joe Biden. Riteniamo che i rischi di permettere al Presidente di continuare a utilizzare il nostro servizio durante questo periodo siano troppo grandi”. Così, naturalmente sul suo profilo Facebook, ha spiegato Mark Zuckerberg. Quello stesso Zuckerberg che lo scorso anno fa aveva eliminato i profili di siti anche italiani ritenuti “pericolosi”, ma che pochi mesi fa, dopo i fatti di Minneapolis e dopo che Twitter aveva oscurato un messaggio presidenziale, aveva riservato una parolina velenosa alla concorrenza, pensando di assumere il ruolo di alfiere del pluralismo: “Credo fortemente che Facebook non debba essere l’arbitro della verità di tutto ciò che la gente dice online. In generale le società private, specialmente le piattaforme, probabilmente non dovrebbero essere nella posizione di farlo”. Lo stesso Zuckerberg che dopo lo scandalo di Cambridge Analytica (costatogli una multa da 5 miliardi e l’impegno a curare la privacy degli utenti e l’obbligo a creare un comitato interno che monitori il rispetto del trattamento dati) è alla ricerca di riabilitazione, in un’America dove in tanti ancora si chiedono come sia stato possibile che la Federal Trade Commission abbia potuto permettere al creatore di Facebook di acquistare prima Instagram (nel 2012, per 1 miliardo di dollari) e poi WhatsApp, per 22 miliardi (due anni dopo, per 22), lanciandolo di fatto come il vero padrone della comunicazione globalizzata. Lo Zuckerberg che ora così imperiosamente interviene nel campo che per gli americani è tradizionalmente proprio il più sacro, quello della libertà di opinione cioè, è lo stesso imprenditore-editore che Obama innalzò a alfiere del giornalismo nelle Town Hall del 2011 (alla vigilia delle elezioni), quando fu proprio il giovane miliardario a filtrargli le domande via Facebook.

Il motto di Google, qualcuno se lo ricorderà, era “don’t be evil”. Nel 2020 crederci è sempre più difficile. Lo slogan tanto criptico quanto fortunato lanciato oltre mezzo secolo fa da Marshall McLuhan, “il medium è il messaggio”, forse solo ora, con due miliardi di persone indaffarate a farsi belli sui social, sta cominciando ad avere una sua consistenza. Il canadese Harold Innis, che di McLuhan era stato insieme a Buckminster Fuller il maestro, in un libro fondamentale (“Impero e comunicazioni”, 1950, consigliabile a chiunque abbia a cuore l’ecologia del sapere) partì da merluzzi, legname e pellicce per decifrare le forme di produzione, conservazione e comunicazione in una data epoca storica, insegnando che la stabilità di una società è proporzionale alla solidità dei supporti.

Per questo le parole lanciate qualche anno fa di Zuckerberg, “La mia speranza è di costruire nel lungo termine una infrastruttura sociale per unire l’umanità (…) una comunità informata, sicura, impegnata dal punto di vista civico, inclusiva. Tutte le soluzioni non arriveranno solo da Facebook, ma noi potremo giocare un ruolo, credo”, non fanno per niente sorridere. Si parla tanto di democrazia tormentata, sovrana, pilotata, sfigurata (lo stesso Franco in Spagna non parlava “democrazia organica”) in un festival di locuzioni inquietanti, ma forse ancora troppo generiche. Il rischio vero, in un mondo in cui una società privata può condannare all’ostracismo un presidente regolarmente eletto, sembra solo uno: quello di avere, complice la politica che continua a dimostrarsi troppo debole e di inesistente valore culturale, una “democrazia consegnata”. Ai giganti del web. Come si leggeva in Blade Runner? “Una nuova vita vi attende nelle colonie Extra-Mondo/ L’occasione per ricominciare in un Eldorado di buone occasioni e avventure/ un nuovo clima, divertimenti ricreativi…”.