Fabio Sindici
La mattina del 25 novembre 1878, la nebbia spessa che avvolge l’edificio delle londinesi Royal Courts of Justice, su St. Margaret Street, crea all’interno della male illuminata aula del tribunale, nonostante l’ora, una penombra da notturno gotico-vittoriano. Non era davvero la luce giusta per apprezzare altri «notturni», nei quali il pittore James Abbott McNeill Whistler aveva miscelato chiari di luna giapponesi sul porto di Chelsea e fuochi d’artificio che scendevano preziosi come coriandoli d’oro sulla nera schiena della notte ai Crermorne Gardens. Colori e forme si trovavano spesso sul punto di fusione; il pensiero di un’arte astratta, però, era ancora inconcepibile.
I quadri sarebbero andati in scena, come testimoni, commentati dallo stesso autore e da alcuni dei più celebri artisti e critici dell’epoca, nel processo che opponeva Whistler a John Ruskin, il severo arbitro della cultura nell’Inghilterra della seconda metà del 1800. La causa si annunciava rutilante: il pittore americano dalla battuta facile che si firmava con il disegno di una farfalla dalla coda a pungiglione contro l’erudito di Oxford che nei suoi commenti faceva uso e abuso di insulti travolgenti. L’artista che aveva ritratto la madre in un «arrangiamento in grigio e nero» opposto allo scrittore di Le pietre di Venezia e Pittori moderni. Per la prima volta, la recensione di un critico, ritenuta diffamatoria, andava in tribunale. Ruskin, a cui toccava difendersi, non aveva potuto, o voluto, intervenire di persona, reduce da un collasso nervoso, ed era rappresentato dai suoi avvocati; il querelante Whistler, invece, sfoggiava pose spavalde, ma ogni tanto il suo humour perdeva l’equilibrio, come se nelle risate del pubblico avvertisse un’eco di rovina. Certo era meno sicuro di come appare ne La gentile arte di farsi dei nemici, autobiografia in forma di polemica, pubblicata più di un decennio dopo. L’interno era gremito, e surriscaldato per richiesta del giudice, sir John Walter Huddleston, noto per essere sposato a una delle donne più ammirate di Londra, Lady Diana de Vere Beauclerk. C’era pure lo scrittore Henry James che su The Nation scrisse della cause célèbre come di uno spettacolo deplorevole, quasi da saloon. «Se avesse avuto luogo in una città americana del West sarebbe stato definito provinciale e barbaro». Lo scontro giudiziario ha l’aria del duello. James ha la vista corta nel sottovalutarlo, però. Il processo apre all’era dei movimenti e delle avanguardie, l’arte che esce dagli atelier e dalle accademie per forzare le porte della società e del mondo.
C’è qualcosa della performance e della pochade nello svolgimento. I dipinti sfilano in aula sfiorando i cappelli del parterre delle signore, lo spigolo di una cornice colpisce un gentiluomo calvo sulla fronte. Un notturno viene appeso capovolto. Whistler, a cui viene chiesto di riconoscere i quadri come suoi, inforca il monocolo e ribatte: «Una volta lo erano, ma non so se lo resteranno se continuiamo di questo passo!». L’artista spiega il titolo di notturni come «arrangiamenti di linee, forme e, soprattutto, colori». Usa la parola arrangiamento con un senso simile a quello che Monet impiega già per «impressione». Tra i «nocturnes» whistleriani c’è il famigerato «notturno in nero e oro», chiamato anche Falling rocket, il razzo che cade. E che aveva dato fuoco alle polveri e scatenato la causa. Qui la storia ha bisogno di un flash back. Che ci porta, un anno e mezzo prima, all’inaugurazione della Grosvenor gallery, ribattezzata «Il palazzo dell’arte». Tra le oltre 200 opere esposte, i dipinti di Whistler, di cui l’unico in vendita è il Nocturne in black and gold. Ruskin visita la mostra un mese dopo l’apertura, reduce da un viaggio a Venezia dove si era consumato gli occhi e la ragione nello studio del ciclo della leggenda di Sant’Orsola del Carpaccio: nei teleri era convinto di scorgere il volto della sua amata pupilla, la giovane Rose La Touche, morta dopo aver rifiutato di sposarlo. Il critico si ferma davanti ai Whistler. Una volta alla scrivania, toglie la sicura alla penna. Vale la pena di citare per intero il passaggio, pubblicato su Fors Clavigera, un periodico in forma di lettera scritto interamente da Ruskin: «Per il bene del signor Whistler, non meno che per la protezione dell’acquirente, sir Courts Lindsay (proprietario della Grosvenor Gallery, ndr) non avrebbe dovuto ammettere nella galleria lavori in cui una mal coltivata idea dell’arte si avvicina quasi a una deliberata impostura. Ho visto, e sentito, una quantità di impudenza cockney prima d’ora; ma non mi sarei mai aspettato di vedere un buffone chiedere duecento guinee per una secchiata di colori gettata in faccia al pubblico». Era appunto il prezzo richiesto per il notturno (intorno ai 30 mila euro di oggi).

Quando Whistler legge la critica, al suo club, resta in silenzio qualche minuto, in «triste furore». Poi esce e va a trovare un suo amico avvocato, James Rose. Ruskin, da parte sua, nomina come suo legale Jack Holker, procuratore generale della Corona Britannica. Nonostante la fama di gigante sonnambulo, «sleepy» Jack conosce le astuzie per conquistare il favore delle giurie, infilandosi nel ruolo del cittadino qualunque. La sua strategia è quella di ridicolizzare le opere di Whistler, come esperimenti eccentrici e bizzarri. Come testimoni dalla parte di Whistler ci sono critici quali William Michael Rossetti, fratello di Dante Gabriele, tra i fondatori della Fratellanza Preraffaelita, e il pittore Albert Moore, secondo cui «Whistler è in grado di dipingere l’aria». A favore della difesa, il pittore vittoriano per eccellenza, William Powell Frith, ed Edward Burne-Jones, Preraffaelita anche lui, che aveva annunciato di voler sfidare Whistler a un duello di secchiate di colori sulla spiaggia di Dover («come arma sceglierò il blu di prussia»). La sua testimonianza, alla fine ambigua – gli arrangiamenti di Whistler sono degli incompiuti, ma di genio – farà vincere la causa, in due sedute, al pittore americano. Ma il risarcimento accordato è minimo: un
farthing,
monetina da un quarto di penny, a fronte delle mille sterline di danni richieste. Whistler, tra le spese del processo e quelle per la nuova casa a Chelsea, sarà costretto alla bancarotta e a partire per Venezia, a «dipingere le pietre di Ruskin». Il duello legale, condotto come una battaglia tra tradizione e innovazione, l’arte narrativa vittoriana contro il nascente movimento estetico, lascia alcuni dubbi. Ruskin era stato un campione di Turner – che aveva subito attacchi simili a quelli a Whistler, per la «confusione» dei colori nei suoi paesaggi – e dei Preraffaeliti. L’impostura di Whistler, per lui, è aver voluto prendere il posto del Maestro, senza meritarlo. Il processo segna una svolta.