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Cosa resta del salotto di Cuccia

Il potente e misterioso Enrico Cuccia

 

Quandotre anni fa Mediobanca festeggiò il suo settantesimo, l’occasione fu già buona per usare molti verbi al passato: quanto era stata importante un tempo, perno degli equilibri del potere economico italiano, o anzi centro nevralgico dove si facevano patti e si decidevano mosse. Dopo, il ridimensionamento si è accelerato ancora, uscite di azionisti, decadenza del patto che li univa.

È ora solo una banca con una sua identità particolare, nulla di più. Finanzia gli investimenti, gestisce patrimoni, da 11 anni anche raccoglie depositi dei risparmiatori qualunque. Scomparso è l’alone di mistero che la circondava, fin nel modo di menzionarla: perse l’articolo per prima, da «la Mediobanca» a «Mediobanca» anticipando un uso diffusosi poi per molte sigle aziendali.

L’unica banca d’affari italiana, si diceva nel dopoguerra. Non solo suggeriva alle imprese dove investire, non solo mediava i rapporti tra i grandi gruppi, ma gestiva gli spostamenti degli equilibri azionari, nell’Olivetti come nella Montedison, nella Pirelli come nell’Italcementi. Salvava dalle difficoltà, favoriva ascese al potere, si metteva di traverso ad altre, come quella di Michele Sindona.

Era necessaria, in un capitalismo arretrato rispetto al resto d’Europa come il nostro. Certe cose non le sapeva fare nessun altro. In realtà più che analizzare mercati e tecnologie sceglieva le persone: le sceglieva il suo amministratore delegato, il potente e misterioso Enrico Cuccia. Qualche volta, però, gli sfuggivano di mano, come Eugenio Cefis dopo esser passato dall’Eni alla Montedison.

All’inizio – un paradosso – il «salotto buono della finanza italiana», intendendosi privata, apparteneva a tre banche pubbliche. I privati anzi se ne sentivano protetti dalle intromissioni della politica romana. In seguito l’azionariato si aprì; esservi ammessi era un segno di distinzione. Silvio Berlusconi provò a lungo ad entrare; la strada gli si spianò solo dopo la morte di Cuccia nel 2000.

Dato che nel capitalismo italiano i capitali non abbondavano, Mediobanca assicurava che gli assetti di comando fossero garantiti con il minor impiego di soldi possibile, senza intromissioni di chissà chi. La Democrazia cristiana un po’ tollerava, un po’ tentava di condizionare imponendo presidenti di nomina politica questo centro di potere a lei estraneo e però indispensabile.

Negli anni ‘80 Romano Prodi dall’Iri e Nino Andreatta dal governo cercarono di ridimensionarla: frenava le innovazioni, sostenevano. Nel suo sistema, «capitalismo di relazione», come è stato chiamato, tutti si conoscevano, e pochi erano i nuovi venuti. Mediobanca andava sul sicuro; se non altro, di profitti ne ha sempre fatti.

L’interrogativo storico è quanto le scelte di Cuccia, orientate a tutelare gli equilibri esistenti, pesino sulla debolezza del sistema delle imprese italiane odierno. Di sicuro non le aveva preparate alla globalizzazione, né alla svolta dell’informatica. Invece di espandersi all’estero, gli suggeriva di tutelarsi acquisendo attività all’interno in settori più redditizi, come i servizi di utilità pubblica.

Negli anni ’90, quelli delle grandi privatizzazioni, già Mediobanca era stata in parte ridimensionata. Se si prestò poca attenzione a formare mercati efficienti, e molto agli assetti di potere, è colpa della politica del tempo; eppure la mentalità restava quella. L’ultima mossa di Cuccia fu aiutare la scalata di Roberto Colaninno a Telecom Italia nel 1999, controversa a dir poco. Un tempo, una contesa sulla proprietà azionaria dell’istituto milanese avrebbe messo in ansia partiti politici e gruppi industriali, perché sarebbe stata in qualche modo decisiva. Avrebbe suscitato manovre ed alleanze. Oggi, invece, pare una questione di finanza come tante altre.

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