Deficit, tagli e clausole le dure condizioni Ue per il sì alla manovra

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Deficit, tagli e clausole le dure condizioni Ue per il sì alla manovra

Conte in aula si intesta il via libera di Bruxelles Assenti Di Maio e Salvini. Stasera voto di fiducia in Senato. Quota 100 e reddito di cittadinanza partiranno più tardi: ad aprile 2019
Alberto D’argenio,
Bruxelles
La misura della retromarcia del governo Conte la rendono i numeri dell’accordo sulla manovra con la Commissione europea, ma anche il rifiuto di Palazzo Chigi, contravvenendo ai patti, di rendere pubblica la lettera firmata dal premier con gli impegni per evitare la procedura sul debito. Tanto che dopo ore di tira e molla, in serata è stata Bruxelles a diffondere missiva e allegati: praticamente una manovra nuova di zecca imposta dall’Europa. Basti pensare che per convincere l’Unione, Conte e Tria hanno quasi raddoppiato le clausole di salvaguardia sull’Iva 2020 e 2021. Un’ipoteca sul futuro del Paese – visti gli importi evitare l’aumento dell’imposta sarà più difficile che in passato per finanziare reddito di cittadinanza e controriforma della Fornero, che partiranno ad aprile.
Nonostante il passo indietro di Roma, a Bruxelles il compito delle colombe guidate da Juncker e Moscovici non è stato facile. I falchi, capeggiati da Dombrovskis e Katainen, irritati dalle concessioni all’Italia nel corso della riunione della Commissione hanno provato a far saltare l’accordo e aprire comunque la procedura. Alla fine è stato lo stesso Juncker a imporsi. Fondamentale per l’intesa la lettera di impegni formali di Conte pretesa dalla Ue.
Ieri in Senato il premier ha affermato: «Abbiamo lavorato senza mai arretrare». E ancora, l’accordo «riduce il deficit dal 2,4 al 2,04% senza modificare contenuti, platea e tempi » di reddito e quota 100. Ma in aula a difendere l’intesa non c’erano né Salvini né Di Maio. Ed è proprio la missiva di Conte a evidenziare l’arretramento dei giallo- verdi. Per evitare la sanzione Ue, il governo ha tagliato 4,6 miliardi dalle due misure bandiera. Altri 4 miliardi sono stati tolti dagli investimenti ( la Commissione aiuterà Roma a recuperarne parte gestendo meglio i fondi Ue). Sommando misure minori, il passo indietro del governo vale 9,3 miliardi di risparmi strutturali. Cifra alla quale si aggiungono altri 2 miliardi destinati sempre a reddito e pensioni congelati a mo’ di clausola di salvaguardia: se a luglio i conti torneranno, potranno essere spesi, altrimenti saranno usati per abbattere il deficit. Non solo, Conte e Tria hanno dovuto ammettere di avere gonfiato i numeri della manovra originaria, con il deficit che sarebbe stato superiore al 2,4% e la crescita, ora stimata all’ 1%, inferiore di mezzo punto ( chi nei mesi scorsi aveva contestato i numeri era stato duramente attaccato).
Il governo ha ottenuto giusto 3.15 miliardi di flessibilità per mettere in sicurezza il territorio e uno sconto dello 0,1%, 1,8 miliardi, sul risanamento strutturale. Grazie a giochi contabili, è riuscito a non scendere sotto la soglia mediatica del 2%. Un accordo simile a quello offerto riservatamente a ottobre dalla Ue che, se accettato allora, avrebbe evitato di mandare in fumo montagne di denaro pubblico e privato sui mercati.
Roma resta comunque osservata speciale, come indicava la missiva con cui Juncker ha risposto a quella di Conte: a gennaio la Commissione verificherà che la manovra approvata in Parlamento (la fiducia al Senato sul testo sarà votata stasera) rispecchi le promesse del premier. Quindi fino a maggio, quando si rifaranno i conti, la sua attuazione sarà costantemente monitorata, con l’infrazione Ue pronta a tornare sul tavolo. Sul via libera Ue hanno pesato l’imminente campagna per le europee, le incertezze dell’economia continentale, della Brexit e del commercio internazionale, alle quali gli europei, pur pretendendo si salvare la faccia alle regole, non volevano aggiungere un caso Italia.

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