Dolce morte, tre richieste di aiuto al giorno: “Chiediamo solo di potercene andare con dignità”

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Dolce morte, tre richieste di aiuto al giorno: “Chiediamo solo di potercene andare con dignità”

Tre anni fa, di fronte al tremendo silenzio della politica, Marco Cappato, Mina Welby e Gustavo Fraticelli prendono la strada della disobbedienza civile, fornendo informazioni e dando supporto logistico ai malati terminali che vogliono raggiungere la Svizzera per morire. È così che dj Fabo, Davide Trentini e poi Loris Bertocco, ottengono il diritto al suicidio assistito. Cambiano Paese. E se pur si ottiene l’approvazione della legge sul testamento biologico, non basta.

Negli ultimi mesi arrivano allo sportello Sos Eutanasia dell’associazione Coscioni circa tre richieste di aiuto al giorno. Il 31% delle domande di “dolce morte” arriva da persone con malattia psichica e il 69% da chi ha gravi problemi fisici. Tra questi ultimi, il 45% soffre di più patologie, il 36% di malattie neurodegenerative e il 19% di patologie oncologiche. Ma sono i testi delle lettere inviate all’associazione Coscioni a raccontare meglio questa storia, che non è fatta di compassione, ma di diritti negati. Come quello di Mario, un architetto affetto da sclerosi multipla dal 2002: «Tutto ciò che guadagno con il lavoro e i sussidi lo uso per pagare l’assistenza medica – si legge –. Ho intenzione di scrivere alla clinica svizzera dove aiutano ad addormentarsi. Purtroppo, però, sono nullatenente».

I passi in avanti compiuti nelle aule di tribunale, infatti, non offrono conforto a chi vorrebbe rivolgersi alla sanità pubblica e invece è costretto a chiedere aiuto economico a un’associazione per andare all’estero. Allo stesso modo, le sentenze non riconoscono il diritto a morire, se non in base alle tecniche con cui si cura il paziente. Così, chi non è attaccato a una macchina ma è malato di cancro, per quanto incurabile, deve combattere contro i medici che «vogliono sperimentare la chemio più aggressiva che ci sia – si legge in un’altra lettera –, nonostante mi abbiano detto che non c’è cura per il mio tumore, perché è raro. Io però non ho più la forza di lottare. Vorrei morire in santa pace e come dico io: con dignità»

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