Don DeLillo e il prurito dell’America con Chabon e Whitehead.

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Don DeLillo e il prurito dell’America con Chabon e Whitehead.

di Ida Bozzi

Le sue storie sono sconvolgenti. Con Cosmopolis , per esempio, ha colpito perfino un caposcuola del disturbante e della mutazione come David Cronenberg, che dal romanzo ha tratto un film. Eppure, Don DeLillo quando sconvolge non lo fa usando effetti speciali esotici, mostri o altri trucchi: niente è più lontano di questi espedienti dal maestro ottantenne (nato nel 1936) del Realismo postmoderno americano: anzi, lo scrittore sembra limitarsi a raccontare fino in fondo il normale quotidiano di tutti noi. Il fatto è che questo quotidiano, ci fa capire DeLillo, tanto normale non è, se lo si scandaglia davvero.

Ecco perché il protagonista del racconto di Don DeLillo che apre il nuovo numero de «la Lettura» #304 (in edicola fino a sabato 30), si presenta come un uomo normale. O è così che si considera. Ma DeLillo è lo scrittore di Rumore bianco (edito in Italia come gli altri libri da Einaudi), in cui un capofamiglia che prepara fiocchi d’avena, s’interroga sulla fedeltà e onora i barbecue con i vicini, deve affrontare una nube tossica. Ed è l’autore di Underworld , che apre con la famosa scena della palla da baseball che sembra, letteralmente, uscire dalla pagina. O di Punto Omega , in cui tra i primi capitoli e gli ultimi passa qualche minuto, e in mezzo c’è un intero romanzo che piega il tempo e lo spazio come fossero di cera. O di Body art , in cui una donna, una pittrice rimasta sola dopo la morte del marito, comincia a ricevere le visite di una strana creatura, un ectoplasma di carne. Ed è l’autore di Zero K , il più recente dei suoi romanzi (2016), in cui una stirpe di miliardari si confronta, padre e figlio, con l’ipotesi della criogenetica e della vita senza la morte.

E così il personaggio di questo racconto, che è emblema della normalità e ha solo un minuscolo, marginale fastidio privato, il prurito — però continuo, come un acufene, come un rumore di fondo — diventa a poco a poco sul tavolo narrativo di DeLillo una creatura della fragilità e della trasparenza di un embrione. E dopo che con pochi tratti abbiamo conosciuto il suo mondo, l’ex moglie, l’amico Joel, che «batteva le palpebre ripetutamente quando aveva qualcosa da dire», o la donna con cui vive una dolce ma metallica relazione sessuale, ecco una nuova rivelazione, il sospetto di aver intuito qualcosa di strano del reale.

Non si può dire di più, non solo per non svelare il resto della storia — che si intitola L’impiegato con il prurito — ma perché DeLillo costruisce l’implausibile con un’impalcatura plausibile (che c’è di più concreto di un tizio che si gratta?) e davvero ferrea, e smontare il suo gioco riassumendo il racconto è impossibile.

Sono moltissimi gli argomenti del nuovo numero: Alessia Rastelli racconta la battaglia civile premiata dal Mit per una città del Michigan, Flint, mentre Telmo Pievani spiega quanti umani sono vissuti dall’inizio dei tempi, Antonio Carioti intervista la studiosa britannica Ann Lawson Lucas che dagli anni Sessanta combatte per la rivalutazione del nostro Emilio Salgari, mentre il regista Davide Ferrario scrive della fine della memoria nell’era digitale.

Inoltre pubblichiamo le interviste a due autori americani, entrambi vincitori del Premio Pulitzer. Marco Missiroli ha dialogato con Colson Whitehead (1969), autore del romanzo La ferrovia sotterranea (Sur), che è stato apprezzato da Barack Obama ed esce lunedì 25 anche in Italia: storia della schiavitù dei neri nell’America dell’Ottocento e dell’immaginaria linea ferroviaria usata dagli schiavi per fuggire, vicenda giocata tra verità storica e invenzione.

Matteo Persivale parla invece con un altro autore insignito del Pulitzer, Michael Chabon (1963), spesso paragonato a Philip Roth, e che in effetti considera Roth un maestro. Una curiosità da leggere nell’intervista: lo stesso Chabon, che il 28 settembre uscirà in Italia con Sognando la luna (Rizzoli), prima di parlare dei suoi autori preferiti (Ballard e Bradbury tra gli altri) si è fatto raccontare l’intervista a Roth che «la Lettura» ha pubblicato sul numero #301 del 3 settembre, firmata da Livia Manera.

Piacerebbero a DeLillo, questi intrecci e legami a distanza tra autori, lettori, pagine, parole, forme di sincronicità. E per chiudere il cerchio, in un’altra grande intervista del nuovo numero la storica critica letteraria Michiko Kakutani (1955), che ha lasciato il «New York Times» dopo 35 anni, risponde a Viviana Mazza che le chiede quali autori hanno raccontato lo spirito del nuovo millennio, e lo fa citando molti scrittori: tra questi anche Don DeLillo.

 

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