E Togliatti rifondò il Pci

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E Togliatti rifondò il Pci

Nel saggio «La metamorfosi» (Laterza) Luciano Canfora reinterpreta l’opera del successore di Gramsci come una ricerca ostinata della collaborazionecon la Dc che condusse i comunisti italiani «sull’orlo della socialdemocrazia»

di Paolo Mieli

il «partito nuovo» forgiato nel 1944 era ben diverso da quello nato nel 1921

 

Al Congresso socialista che si tenne tra il 15 e il 21 gennaio 1921 al Teatro Goldoni di Livorno, da cui si scissero Amadeo Bordiga (1889-1970) e il gruppo de «L’Ordine Nuovo» per dar vita al Partito comunista d’Italia, il comunista Umberto Terracini (1895-1983) tenne un discorso che restò impresso a Palmiro Togliatti (1893-1964). Dal palco del Goldoni, Terracini, in procinto di unirsi agli scissionisti del Pcd’I, avrebbe criticato il Psi e «propugnato» un’alleanza con il Partito popolare. A metterlo in evidenza, 23 anni dopo, fu proprio Togliatti. Con una «non lieve forzatura», scrive Luciano Canfora in La metamorfosi, che esce il 14 gennaio da Laterza. Che genere di forzatura? In realtà, osserva Canfora, Terracini «in quel tormentato discorso» non aveva affatto proposto un’alleanza con il partito che nel secondo dopoguerra sarebbe divenuto la Democrazia cristiana. Anzi, si schierò contro i popolari in modo brutale: «noi facciamo bene», specificò, a «combattere» il partito di don Sturzo. Riconobbe al partito cattolico soltanto di aver svolto un’opera proficua a favore della «classe dei contadini». Opera che, tenne a sottolineare, il Psi non era stato capace di svolgere. Al massimo Togliatti avrebbe potuto mettere in risalto l’asprezza dei toni di Terracini nei confronti dei socialisti. Ma al leader del Pci — da qualche mese rientrato in Italia dall’Unione Sovietica — interessava di più trovare un precedente al dialogo che nel 1944 stava impostando con la Dc. E non esitò a forzare le parole pronunciate da Terracini in quel lontano gennaio del 1921. Terracini — appena riammesso nel Partito comunista da cui era stato espulso nel 1939 per le critiche al patto Molotov-Ribbentrop (il trattato stipulato nell’agosto di quell’anno tra la Germania hitleriana e l’Urss staliniana) — si guardò bene, per parte sua, dal correggere Togliatti e mettersi a fare precisazioni in merito a quel che aveva davvero detto 23 anni prima.

A cento anni dalla nascita del Partito comunista si annuncia un’ampia serie di libri che prendono spunto dalla scissione di Livorno. I più significativi, tra quelli già pubblicati, sono tre: l’avvincente Quando c’erano i comunisti. I cento anni del Pci tra cronaca e storia di Mario Pendinelli e Marcello Sorgi (Marsilio), che si avvale anche di una preziosa intervista inedita allo stesso Terracini; l’interessantissimo e assai ben documentato La dannazione. 1921. La sinistra divisa all’alba del fascismo di Ezio Mauro (Feltrinelli); l’appassionante Eravamo comunisti di Umberto Ranieri, con prefazione di Giuliano Amato e due interventi particolarmente acuti di Biagio De Giovanni e Salvatore Veca (Rubbettino). A questi si aggiungerà presto l’importantissimo Comunisti a modo nostro di Emanuele Macaluso e Claudio Petruccioli (Marsilio). È probabile però che sarà il volumetto di Canfora a provocare le discussioni più accese. Perché l’autore — sulla scia di precedenti studi che hanno fissato nel 1944 piuttosto che nel 1921, la nascita dell’«autentico» Partito comunista — spiega come nel secondo dopoguerra i seguaci e gli eredi di Togliatti abbiano privilegiato il rapporto con i cattolici rispetto a quello con i socialisti (considerati sostanzialmente irrilevanti). Sempre Togliatti guardò alla Dc, anche nei momenti più bui della guerra fredda. E in virtù di quella scelta — di cui il Psi non colse la portata e alla quale sorprendentemente si adeguò — il Pci è riuscito a essere molto più forte e attraente di tutti gli altri partiti comunisti europei.

Fu così fin dall’inizio? In qualche modo sì. La scissione del 1921 provocò danni limitati alla causa di chi nel 1922 avrebbe dovuto essere in grado di costruire un fronte moderato e unitario contro Benito Mussolini. Anche perché, nel momento decisivo, il Psi, sotto la guida di Giacinto Menotti Serrati (1872-1926), proseguì imperterrito nella politica massimalista e settaria propugnata dai comunisti. E respinse ogni dialogo con le forze antifasciste. Ipnotizzato dalla rivoluzione d’Ottobre, il Partito socialista dei primi anni Venti continuò a comportarsi come se i seguaci di Bordiga e Antonio Gramsci (1891-1937) fossero rimasti al suo interno. E, anche dopo la scissione di Livorno, fu tenace nel non prestare alcun ascolto alla saggia lezione di Filippo Turati (1857-1932).

Ugualmente suggestionati dall’Urss di Stalin i socialisti furono nel 1944, quando si ripresentarono sulla scena politica italiana. I rapporti tra Pci e Dc, invece, sembrarono decollare nell’estate di quello stesso 1944 a seguito del «dialogo del Brancaccio», il teatro romano dove parlarono prima Togliatti, poi Alcide De Gasperi, scambiandosi attestati di stima. I due partiti, Pci e Dc, coabitavano da qualche mese, dapprima nel secondo governo presieduto da Pietro Badoglio e, dopo la liberazione di Roma, in quello guidato da Ivanoe Bonomi. De Gasperi sottolineò la diversità tra Togliatti e Stalin. Poi disse di «sperare» che la presenza di Togliatti nel governo avrebbe potuto «in ogni caso servire a evitare gli esperimenti negativi e gli errori del sistema russo». Infine riconobbe al leader comunista il merito di aver formulato con chiarezza una «dichiarazione di rispetto per la fede cattolica della maggioranza degli italiani». Per poi così concludere: «Confidiamo che nella pratica tutto il partito ne tirerà le conseguenze». Togliatti lo avrebbe ringraziato, a Firenze, attribuendo a Terracini quell’esortazione del 1921 per poter sostenere che fin dalla fondazione il partito di Bordiga e Gramsci puntava a uno stabile rapporto con la formazione dei cattolici italiani.

 

Il segretario del Pci fu, scrive Eric Hobsbawm nella prefazione all’edizione inglese del volume di Donald Sassoon Togliatti e il partito di massa (Einaudi, 1980; Castelvecchi, 2014), «l’ultimo grande rappresentante della Terza Internazionale, il principale architetto delle politiche postbelliche del Pci». Canfora condivide. E anche se non avrebbe senso «dotare, con l’immaginazione, i personaggi storici di virtù profetiche», sempre secondo Canfora «non è azzardato ipotizzare che questo leader (il quale fu ben più che un “tattico”) avesse intuito mentre imponeva al suo partito l’orizzonte del “partito nuovo”, quali fossero gli sbocchi, quale l’approdo»: il rientro «nell’alveo del faticoso ma necessario gradualismo»; nella «consapevolezza, forse, del non potersi indefinitamente tenere insieme prospettive divergenti, o meglio incompatibili».

Assai importanti sono per Canfora i tre «interventi fondativi» di Palmiro Togliatti nel 1944: a Napoli in aprile, a Roma in luglio, a Firenze in ottobre. La parola «socialismo» non compare mai, tanto meno come obiettivo strategico. In suo luogo Togliatti adopera formule quali «i nostri ideali», «gli ideali della classe operaia», «l’ideologia della classe operaia». Di cui il Pci è l’unico autentico interprete. Torna, in particolare nel discorso al teatro La Pergola di Firenze (3 ottobre 1944), il tema dell’unità con i socialisti che però «non basta», talché è necessario stabilire «rapporti politici particolari» e «azione comune» con la Dc. E viene detto nei modi più espliciti. Sul piano strategico, afferma Togliatti, i socialisti sono null’altro che utili gregari (i termini usati non sono così sprezzanti, ma il concetto è quello); l’importante è «stabilire con il partito democratico cristiano degli accordi al fine di creare fra i nostri due partiti dei rapporti politici particolari di collaborazione e di azione comune».

Il biennio 1944-45 è dedicato dal leader a far capire ai militanti («convinti acriticamente e “sentimentalmente” che la Resistenza potrebbe costituire l’antefatto del progetto di rivoluzione socialista sulla cui base il Partito era nato») che «non è così». Egli è tuttavia consapevole che le sue parole «quantunque ossessive» non vengono fino in fondo intese dal corpo dei militanti. O, meglio, vengono sì «accettate e, quando possibile, tradotte in azione concreta», ma sono «percepite», anche in virtù del clima dell’epoca, come un abile «obiettivo intermedio», «ferma restando, nello sfondo, la strategia “di sempre” concepita come coessenziale alla nascita stessa del Partito».

La «grandezza» di Togliatti sta nell’aver tenuto in piedi un progetto di governo imperniato sull’asse Pci-Dc — prefigurato in qualche modo già nel novembre del 1943, a Mosca, nel discorso della Sala delle colonne nella Casa dei Sindacati — «quando tutto cospirava per un ripiegamento settario». Bersaglio polemico di Canfora sono il settimanale «Il Mondo», «saccente e spesso insulso», nonché gli ex comunisti come Antonio Giolitti (1915-2010) usciti dal Pci dopo la brutale repressione sovietica della rivolta d’Ungheria del 1956, oppure, come scrive sprezzantemente Canfora, «datisi alla fuga e magari passati coi socialisti».

 

L’accusa è di aver riproposto la «litania della doppiezza», cioè l’accusa al partito togliattiano di aver fatto convivere nel secondo dopoguerra due prospettive tra loro assai diverse: quella della conquista del potere con mezzi democratici e quella del ricorso alla violenza rivoluzionaria. Un tal genere di «doppiezza» esisteva, secondo Canfora, soltanto «in una parte della base del partito», che, «dagli zig zag della politica dell’ultimo Stalin», poteva trarre conferma del «carattere essenzialmente strumentale» dell’enfasi sul partito nuovo. Per Togliatti quella del suo partito in cerca di un’interlocuzione di governo con la Dc è sempre stata invece una «scelta irreversibile». Alimentata anche «dall’illusione che, prima o poi, sarebbe tornata in vita l’alleanza del 1944-47». Il segretario del Pci «non ripiega» mai sulla socialdemocrazia («parola aborrita e resa odiosa in Italia», scrive Canfora, «dalla scissione di Saragat e dalla scadente qualità del suo partito»). Ma, «una volta scandita all’VIII congresso (dicembre ’56) la definitività dell’opzione a favore della democrazia politica», il leader comunista comincia a discutere di «riformismo» in termini «insoliti e costruttivi». Ferma restando, «col nuovo e coraggioso pontificato giovanneo», la ricerca di «un’intesa profonda col mondo cattolico». L’ultimo Togliatti, quello del 1962-64, appare a Canfora «sull’orlo della socialdemocrazia».

A detta dell’autore, La metamorfosi può «essere legittimamente considerato un libro di storia antica». Tale gli appare la vicenda del partito voluto nel 1921 da Bordiga e dagli ordinovisti, «rinato in forma totalmente diversa rispetto alle origini nel 1944», cresciuto nel consenso elettorale «con ammirevole continuità» fino a metà degli anni Ottanta, «suicidato» dal vertice poco dopo (1989), «sciolto in via definitiva nel 1991 dopo un anno abbondante di agonia». Finché il Pci fu in vita «lo studio della sua storia fu anche trampolino di lancio per la conquista di cattedre universitarie». Adesso è luogo di visitazione per giornalisti, ex dirigenti, ex militanti. Mentre la sinistra («esitante ormai persino a definirsi tale») non solo ha «archiviato tutto il suo bagaglio», ma è costretta ad attestarsi, quale nuova «linea del Piave, sul «binomio liberismo-europeismo». A questo è ridotto, a opinione di Canfora, il Partito democratico sorto «dall’assemblaggio dei cocci di due grandi tradizioni estinte»: quella democristiana e quella del Pci.

Canfora è poi benevolo nei confronti di Giorgio Amendola (1907-1980), ma oltremodo severo nei confronti di Enrico Berlinguer (1922-1984). Dopo essere stato ondivago tra «compromesso storico», «alternativa di sinistra» e la «mai chiarita e misteriosa terza via», a Berlinguer, secondo Canfora, non restò che «la linea delle “mani pulite”, riformulazione più discreta, ma in fondo più urtante per gli avversari (implicitamente “sporchi”) della più volte da lui affermata “diversità” comunista».

Un giudizio su cui si sono ritrovati sorprendentemente d’accordo (nel numero 474 de «la Lettura») intellettuali di provenienza diversa: Marco Follini, Giuseppe Vacca e Giovanni Orsina. Canfora rinfaccia a Berlinguer l’impasto tra «un po’ di spontaneismo sessantottesco nell’erronea convinzione che fosse quello lo strumento per “agganciare” le nuove generazioni» nonché il «vagheggiamento» di una «diversa qualità della vita», intessuta di «qualche pimento “ingraiano” (notoriamente confusionario e incapace di indicare scelte operative chiare)». Per una sorta di nemesi, sostiene l’autore, «l’approdo di chi proveniva dalla diversità berlingueriana è stata la banale e in fondo vacua, proclamazione della propria normalità». Un punto d’arrivo che, secondo l’autore, «sarebbe apparso deludente e rattristante non solo a grandi come Kautsky, Bebel o Otto Bauer, ma anche a Filippo Turati e Jean Jaurès». Per non parlare della «vuota e autoingannevole» ideologia dell’europeismo assunta dagli eredi del Pci come «articolo di fede». Un’ideologia la cui «realtà effettuale» sarebbe una sorta di «internazionalismo dei benestanti». Concetti e parole di un’asprezza davvero eccessiva, ma assai chiari e inusuali per coloro che fin qui si sono occupati dei cento anni dalla nascita del Pci.

 

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