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Facebook, il trenino e altre storie

di Pierluigi Piccini

Alcune delle persone che lavorano con me mi ripetono di essere meno duro con l’attuale cultura di massa. Quella che sta dilagando di giorno in giorno, che per quanto ci riguarda è scoppiata definitivamente a Siena durante le ultime festività natalizie. Mi fanno notare inoltre che così va il mondo, che questi sono i nuovi strumenti di governo, di consenso sociale e politico. tutto vero! Tanto giusto che merita una riflessione e se necessario una autocritica. La prima è la formazione che ognuno porta con se, l’età, le esperienze che ci hanno formato. Cosa abbiamo noi da spartire ad esempio con le nuove generazioni o con i nativi dell’epoca digitale? Poco, decisamente poco. Faccio un esempio. L’epoca che considero alle mie spalle è l’Ottocento, per quest’ultimi è il Novecento e personalmente devo fare un grande sforzo per considerare questo il passato in cui sono nato. Il secolo delle guerre mondiali, dell’Olocausto, della fine della speranza rivoluzionaria, del crollo dei confini, della bomba atomica. Ma anche il secolo che ha minato una cultura statica che è esplosa definitivamente, dopo anni di lavoro, nel 2007 con la presentazione fatta da Steve Jobs del primo modello dell’i-Phone. Mi riferisco ovviamente alle tecnologie digitali. Ogni tecnologia applicata cambia i comportamenti sociali, ma nel caso del digitale c’è qualcosa di più: è una forma di pensiero. Che se dovessi sintetizzare la definirei come la cultura del movimento, che è superficiale e, al tempo stesso, di natura orizzontale. Per superficiale non dobbiamo intenderla come banale, qui merita una citazione da Nietszche: la vera profondità sta nella superficie. Adoperando gli strumenti digitali non ci chiediamo come funzionano cosa c’è sotto, a noi basta che siano semplici. Movimento contro chi? Contro l’immobilità e contro la prevalenza delle élite tradizionali, per questo orizzontale: nella semplicità e nel movimento siamo tutti uguali (Facebook). È questa non è la nostra società il nostro modo di vivere? Non si comportano così, assumendone i linguaggi, i responsabili politici che ci governano ai diversi livelli amministrativi? E non sono entrate in crisi, a causa di ciò, le élite tradizionali? Basta pensare alla forma partito, o al mondo accademico. Allora tutto bene? Perché la critica? Quest’ultima è dovuta a diversi fattori, innanzitutto perché le istituzioni, quelle con la “I” maiuscola sono tutte rimaste in piedi, creando una vera frattura fra il contemporaneo e gli apparati. La Scuola è l’esempio più eclatante. In più il cambiamento è contraddittorio perché ha generato grandi monopoli (Amazon, Google) e soprattutto individualismo ed egoismo di massa. Che conflagra in modo macroscopico con la paura dell’altro (Salvini). Sono situazioni difficili da cambiare perché i comportamenti sociali sono suffragati da sistemi di pensiero forte, voluti da specifiche élite (Silicon Valley) nate nel ‘900 che hanno tentato di superare la propria epoca, ma che ne sono rimaste in qualche modo prigioniere. C’è bisogno di correttivi negli strumenti: il primo e più importante di tutti è il recupero della cultura umanistica nella consapevolezza di appartenere ad una specie. Sicuramente la formazione culturale gioca un ruolo fondamentale, solo se messa in correlazione con le attuali multiformi intelligenze e la rottura con determinate élite. Vi sembra così lontano questo ragionamento con la situazione in cui viviamo?

1 Comment

  1. ppiccini52 ha detto:

    Ricevo e pubblico

    Caro Pierluigi noi non possiamo dimenticare che siamo il frutto della storia. E la storia sono i ricordi, le immagini, i suoni, i colori, le emozioni. Tutto questo fa parte della nostra esistenza e che contribuisce ad appesantire gioiosamente il bagaglio della nostra vita quotidiana.
    Il processo di apprendimento, quello che forma ogni essere umano è sì frutto di una elaborazione critica di quella che tu definisci «cultura umanistica», ma è anche il prodotto della esperienza – o forse delle esperienze?- che rende i cambiamenti parte della nostra vita. Dunque se degli strumenti digitali che noi adoperiamo e dei quali come tu dici «non ci chiediamo come funzionano cosa c’è sotto», non è perché devono essere semplici, ma perché fanno parte dell’oggi, sono una delle tante componenti dell’immantinente, dell’oggi, del mondo che abitiamo. A me non fa paura questo, a me fa paura la perdita di memoria, l’annientamento del passato, la mistificazione della storia dell’uomo, è per questo che (Salvini) primeggia, è il suo populismo degenerato e falso che lo pone in quelle posizioni. Ma questo è il risultato di cosa? Non certo del progresso tecnologico. La tecnologia è solo un mezzo per facilitare la diffusione di questi pensieri o “pseudo-ideologie”, è un mezzo male utilizzato, è quello che già in passato hanno fatto anche altri poteri. Pensa alla Chiesa cattolica e alla invenzione del Paradiso. Essa è soltanto una trovata per tenere gli uomini che ci credono in quella stanza buia e asfittica governata dall’ignoranza. Ma sappiamo che la fede non è ignoranza, è conoscenza e conoscenza è ragione e un essere ragionevole non può lasciarsi andare a tali mistificazioni. Quello che la nostra etica ci permette di fare è dovuto alla conoscenza non intesa come accumulo sterile di nozioni ma come reazione critica a quello che apprendiamo e alla nostra esperienza di vita. Solo questo ci renderà sereni di fronte alla morte, così che potremo dire morendo di essere uomini degni di tale stato. La Chiesa, come tutti i poteri forti oggi, come anche nei secoli scorsi, ha praticato il lenocinio nei confronti dei credenti, sfruttando le loro debolezze e inducendoli prima alla prostituzione mentale e poi a quella corporale (vedi il baciamano a Salvini).

    Raffaele Argenziano