Gli affreschi contestati

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Gli affreschi contestati

Da Vasari a Zuccari le pennellate della discordia
Giordano: ” Due stili diversi che convivono ma i fiorentini rimasero delusi dal risultato”
di Gregorio Moppi
Un secolo dopo la morte di Filippo Brunelleschi, avvenuta nel 1446, la Cupola di Santa Maria del Fiore non era ancora compiuta. Mancava da abbellire l’interno, che avrebbe dovuto essere decorato a mosaico stando all’idea del suo creatore. Proposito subito tradito, poiché l’Opera del Duomo pensò che il peso di una superficie musiva così vasta, oltre 3600 metri quadrati, forse la Cupola non avrebbe potuto sostenerlo. Bisogna attendere il 1568 e Cosimo I de’ Medici perché si prenda una decisione in proposito. Che vi dipinga a fresco Giorgio Vasari, decretò il granduca, e si valga del coltissimo benedettino Vincenzo Borghini come consulente per il soggetto. Si stabilì di raffigurare il Giudizio universale, ispirato in uguale misura alla ” Commedia” dantesca, al Michelangelo della Sistina e al medesimo tema reso a mosaico sulla cupola del Battistero. « Affidarsi all’anziano Vasari, significava puntare all’artista più colto e rinomato presente in città » , spiega Lucrezia Giordano, storica dell’arte, autrice con Lucio Bigi e Mario Mureddu del volume Gli affreschi della Cupola di Santa Maria del Fiore” ( Libreria editrice fiorentina), giunto alla terza ristampa nelle versioni in italiano e in inglese. « Aretino di nascita, Vasari aveva frequentato gli ambienti fiorentini fin da ragazzo. A Roma aveva studiato l’arte antica. La corte medicea gli aveva sempre assegnato la soprintendenza di cantieri prestigiosi, da architetto e da pittore. Per esempio il Corridoio fino a Pitti, il Salone dei Cinquecento e lo Studiolo in Palazzo Vecchio. Inoltre, con le ” Vite”, Vasari si era rivelato anche un insigne storico dell’arte».
Dalla commissione alla prima pennellata trascorse un biennio, necessario per montare a 115 metri da terra le impalcature assemblate con legname giunto dai boschi di Mugello e Casentino. Nemmeno due anni ( era il 1574) e Vasari morì, seguendo Cosimo di un paio di mesi. « A quella data, ancora due terzi della Cupola erano bianchi. Ma il nuovo granduca, Francesco, non si occupò immediatamente di trovare qualcuno che la completasse » , prosegue Giordano. «Servì un anno perché si rivolgesse all’urbinate Federico Zuccari, allora al servizio di Elisabetta I d’Inghilterra. Scelta inattesa, malgrado l’indubbio prestigio europeo del pittore. Tutti si aspettavano che il compito fosse affidato ad Alessandro Allori, fiorentino e allievo di Vasari. Per giunta Zuccari era di scuola raffaellesca, mentre Vasari michelangiolesca. Inoltre, se quest’ultimo per la Cupola aveva impiegato la tecnica del ” buon fresco” ( stesura di colore molto liquido sull’intonaco bagnato, pre- inciso), il suo successore stabilì di dipingere a secco, il che gli consentì di lavorare rapidamente, ottenere colori molto brillanti, poter ritoccare parecchio le figure in momenti diversi » . Zuccari evitò anche di ricorrere ai cartoni preparatori lasciati da Vasari: non avrebbe dovuto far altro che ricopiarli sulle pareti, invece nello stanzone di Santa Maria Novella che gli fu adibito a studio, li rifece da capo. « Cosicché nella Cupola convivono due stili pittorici diversi: personaggi muscolari e plastici, quelli di Vasari; corpi dal tratto delicato, leggero, quelli di Zuccari. Uno dei cambiamenti più radicali rispetto al progetto originario riguarda la figura di Cristo. Vasari l’aveva concepito giudice, sul modello di Michelangelo, Zuccari lo dipinge a braccia aperte, come per accogliere a sé i credenti». Per portare a compimento il Giudizio universale gli ci vollero tre anni. «Difficile credere che abbia fatto da solo, come risulterebbe dai registri di pagamento dell’Opera. Vasari, per dire, poteva contare su quattro collaboratori, tra cui l’ottimo Lorenzo Sabatini, bolognese, cui si devono i Vegliardi dell’Apocalisse nella parte più alta della Cupola. Probabile, dunque, che pure Zuccari avesse dei garzoni, però li pagasse a nero. Un’abitudine di famiglia: a Roma anche il fratello pittore Taddeo faceva così».
Il 17 luglio 1579 Zuccari mostrò alla città la sua opera, facendo cadere il telo che l’aveva celata mentre lui lavorava sui ponteggi — dove talvolta saliva a trovarlo Giambologna per brindare insieme. I fiorentini ne rimasero delusi. Il Lasca, scrittore dalla lingua biforcuta, si augurò addirittura che su tutto venisse data una mano di bianco. « Infierire contro il Giudizio universale era anche un modo per attaccare il governo mediceo. Perciò Francesco prese provvedimenti severissimi per tacitare l’opinione pubblica. Custodì così, insieme al suo potere, l’onore di Zuccari, il cui autoritratto si trova tra gli oltre settecento personaggi raffigurati nella Cupola. C’è anche il vecchio Vasari, che il collega urbinate volle maliziosamente dissimulare il più possibile all’occhio dello spettatore: lo ficcò in mezzo a una folla di gente, ritraendone solo il capo, e in penombra».

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