Gli anni Ottanta di Beigbeder Da Parigi con cinismo

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Gli anni Ottanta di Beigbeder Da Parigi con cinismo

FULVIO PALOSCIA

Frédéric Beigbeder aveva 24 anni quando pubblicò il suo primo romanzo Memorie di un giovane disturbato. Era ambizioso, certo, ma non poteva immaginare che da lì a qualche romanzo sarebbe diventato uno dei più importanti scrittori francesi. Fuori dai ranghi, sopra le righe, narratore degli eccessi e dei vizi frequentati dalla bella società francese, “esegeta” del consumismo più efferato, spietato metteur en scène di una collettività al massimo del suo decadimento. 29 anni sono passati dall’esordio fulminante dell’autore di L’Amore dura tre anni e Lire 26.900, narrazione psichedelica dell’incosistenza del mondo della pubblicità (è stato ristampato in tempi di nuova moneta con il titolo 14,99 euro), entrambi diventati anche film (il primo con la sua regia). Ma questo non ha fatto desistere la torinese Vague edizioni dal tradurre Memorie oggi, invitando Beigbeder a un tour italiano che domani tocca l’Istituto Francese, alle 18. Ed eccolo, l’elegantissimo Beigbeder, con i suoi capelli lunghi che non stanca di ravviare, coi suoi occhi penetranti e la sua voce roca, vissuta, ripercorrere le gesta di scrittore nascente. Che, proiettandosi nell’alter ego Marc Marronnier (cronista mondano e dentro altri due romanzi), raccontava gli anni Ottanta di ragazzi molto haute société, bruciata da droghe, alcol, sesso scambiato per amore. E altre assortite dissolutezze. «Mi sento a bordo di una macchina del tempo – esordisce l’autore, che oggi di anni ne ha 53 ed è anche acutissimo, sfrontatissimo commentatore politico, sociale, di costume – e, come Elena Ferrante racconta nel suo libro, provo una sorta di turbamento davanti alla “frantumaglia” che è questo peccato di gioventù. Mi chiedo, con un sottilissimo senso di tenerezza: chi pensavo di essere per dichiarare tutta questa ambizione? Però di una cosa sono convinto: che quel neodandy di Marronnier – e quindi, me stesso – faceva parte di una gioventù forse molto più viziata e senza dubbio molto più libera di quella del presente, la cui vita è sotto un costante controllo mediatico. Se avessi avuto 24 anni oggi forse non avrei scritto un libro, ma post su instagram». C’è un aggettivo che accompagna Beigbeder fin da quell’esordio: cinico. Oggi la critica ha aggiunto «tanto quanto monsieur Houllebecq», del quale l’autore francese è considerato degno discepolo: «Ci accomuna una scrittura provocatoria e urticante perché vuole suscitare emozioni. Lo scrittore Roger Vailland disse che il cinismo è la speranza raffreddata. Lo attesta la mia generazione, che ha assisto alla fine delle utopie, alla “fine della storia” teorizzata da Francis Fukuyama: sulle sue rovine abbiamo dovuto costruirne di nuove. La pubblicità, la cocaina, il consumismo». E la frivolezza? «Non è roba vuota, ma una patina spalmata sul dramma, il nero, il tragico. È segno di civiltà, è il raggiungimento della bellezza, soprattutto in questo momento così violento sui social o in politica. La frivolezze ci fa avvicinare gli uni agli altri. È salvezza. A Di Maio (ma anchai ai gilet gialli) nei consiglierei a massicce dosi nei rapporti diplomatici tra Italia e Francia».

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